Non erano le scarpe di Andrea Sempio. Nel senso che le scarpe di Andrea Sempio erano le nostre: fornite dall’amministrazione penitenziaria. Va bè, cazzate e battute a parte, le dichiarazioni mandate in onda da Quarto Grado di una agente di polizia penitenziaria che, a quanto pare era la zia di Andrea Sempio, ci hanno incuriositi. Tanto che è partito subito il messaggino a chi avrebbe potuto saperne qualcosa di Polizia Penitenziaria e forniture di abbigliamento e accessori per le forze dell'ordine. La risposta? Eccola qua: "Ciao Ema, non tornano diverse cose, in ogni caso quello che viene raccontato era e è contrario a ogni regola. Però, se vuoi approfondire, leggiti il Decreto Uniformi del 2002, che era quello a cui si faceva riferimento all’epoca".
Figuriamoci se non siamo andati a cercarlo. Eccolo. E parla anche chiaro. Sugli anfibi, ad esempio, dice che non se ne poteva ordinare più di un paio nell’arco di sessanta mesi, quindi già che ne abbia ordinate due paia per Andrea tra il 2005 e il 2008 non torna, soprattutto perché la testimone mandata in onda da Quarto Grado specifica “gratuitamente” quando il decreto dice chiaramente che un secondo paio prima dei 60 mesi, per eventuali rotture o deterioramenti, andava pagato dall’agente.
Finita qui? No, non è finita qui. Perché andando ancora più approfonditamente a leggere, su quel Decreto Uniformi, si scopre pure che le regole erano rigidissime: tutto doveva essere registrato e doveva risultare coerente proprio per evitare che qualcuno si mettesse a commerciare o fare regalie con abbigliamento e accessori in dotazione. Una agente, ad esempio, doveva avere un paio di decolté, uno scarponcino alto e un anfibio e mai sarebbe potuto, o dovuto, risultare, giusto per fare un esempio, decolté 38, scarponcino alto 38 e anfibio 44. Insomma, troppa discrepanza si sarebbe notata e qualcuno a sua volta avrebbe dovuto farla notare. E poi una donna col 44 (tutto può essere, sia inteso)? Quantomeno un magazziniere o un responsabile di turno avrebbe dovuto segnalare l’anomalia e annullare l’ordine. Poi, ve be’, siamo in Italia e vai a capire. Su quel Decreto Uniformi, però, di cosucce che non tornano rispetto al racconto mandato in onda da Quarto Grado ce ne sono anche parecchie altre…. andatevelo a leggere!
Ah, dimenticavo: il contatto a cui ci siamo rivolti ha specificato anche che di solito, essendo quegli anfibi, soprattutto in quegli anni, particolarmente rigidi e scomodi tanto da doverli indossare con calzini molto spessi per non ferirsi i piedi, si tendeva a ordinarne di uno o due numeri più grandi. Ma questa, va bè, è una considerazione a margine che vale quel che vale. Il Decreto Uniformi, invece, stabiliva le regole e da lì non si doveva scappare. Oppure delle regole, in certi ambienti - anche familiari - è fregato mai niente a nessuno e le strade alternative sono state da sempre quelle più battute?