Che cosa hanno in comune l’omicidio dell’ispettore Filippo Raciti, l’interruttore ritrovato fra le macerie della strage di Bologna, l’esplosivo rinvenuto sulla Moby Prince dove morirono 140 persone e il Sector dal cinturino rotto che potrebbe riscrivere la storia della morte di David Rossi? Semplicemente il tenente colonnello dei Carabinieri Adolfo Gregori, chimico forense e uomo del Ris, prima a Parma sotto la guida del comandante Luciano Garofano e poi a Roma, oggi consulente della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla morte dell’ex capo della comunicazione del Monte dei Paschi di Siena. Parliamo di un ufficiale che ha attraversato alcune delle inchieste più controverse della storia italiana. Gregori, poi, è anche il firmatario di un’annotazione relativa al detenuto William Vilanova Correa, uno dei testimoni sui quali la Commissione presieduta da Gianluca Vinci ha edificato la clamorosa ricostruzione che individua nell’ex presidente di Mps Giuseppe Mussari il presunto mandante di un’intimidazione finita con la morte di Rossi e nel calciante fiorentino Gabriele Ceccherelli, detto “lo Zena”, il presunto organizzatore. A proposito l’avvocato di Correa, Roberto Nesticò, ha presentato un esposto alla Procura di Spoleto contestando le modalità con cui sarebbero state raccolte quelle dichiarazioni, rese in sua assenza. Ma al di là di questo, chi è il tenente colonnello Adolfo Gregori?
Ma torniamo al febbraio del 2007, quando durante gli scontri legati alla partita Catania-Palermo, muore l’ispettore di polizia Filippo Raciti. Al centro del processo finisce il famoso sottolavello metallico che per l’accusa è l’arma del delitto. Il 27 marzo 2007 il gip del Tribunale per i minorenni di Catania Alessandra Chierego affida una perizia a quattro specialisti del Ris di Parma che sono Luciano Garofano, Adolfo Gregori, Paolo Fratini e Aldo Mattei. Gregori si occupa degli accertamenti chimico merceologici e a tal proposito gli esperti eseguono 14 prove d’impatto con un manichino, utilizzando giubbotti in Gore-Tex analoghi a quello indossato dalla vittima. Soltanto cinque prove producono lacerazioni compatibili con quelle riscontrate sull’ispettore di polizia soprattutto per l’assenza di particelle d’acciaio sul corpo di Raciti. La perizia, infatti, in appello viene utilizzata dalla difesa di Antonino Speziale, accusato dell’omicidio, ma per i magistrati 5 prove non sono sufficienti. Speziale viene condannato definitivamente a otto anni per omicidio preterintenzionale. Quasi vent’anni dopo, nel caso David Rossi, Gregori dispone la riproduzione di una finestra in scala reale e l’utilizzo di altri manichini utilizzati per ricostruire una morte. Dopo circa dieci anni, nel 2018 la Corte d’Assise incarica Gregori e l’esplosivista Danilo Coppe di realizzare una nuova perizia nel processo contro l’ex Nar Gilberto Cavallini per la strage di Bologna del 2 agosto 1980, costata la vita a 85 persone. Nel giugno 2019 le conclusioni presentate da Gregori e Coppe ipotizzano la possibilità che un dispositivo di sicurezza difettoso (il cosiddetto interruttore di trasporto, che avrebbe dovuto impedire l’innesco accidentale durante gli spostamenti dell’ordigno) abbia provocato un’esplosione accidentale. Perizia valorizzata al volo dalla difesa di Gilberto Cavallini e contestata aspramente dai consulenti della Procura Paolo Zacchei e Paolo Egidi. Seguono ulteriori accertamenti e nell’ottobre 2019 Coppe e Gregori, in un’integrazione della loro perizia, riconoscono che l’interruttore probabilmente non aveva avuto alcun ruolo nell’attentato. E le tracce chimiche riscontrate sul reperto? Compatibili con contaminazioni dovute alle sue condizioni di conservazione. La stessa conclusione relativa all’inchiesta sulla tragedia della nave Moby Prince, che nel 10 aprile del 1991 si scontra a Livorno con la petroliera Agip Abruzzo, provocando la morte di 140 persone. Uno dei grandi misteri italiani attorno ai quali si scontrano più ricostruzioni. Nel 1992 Alessandro Massari, già appartenente al Sismi realizza una perizia che individua tracce di esplosivo sui reperti del traghetto. L’ipotesi è quella di una bomba a bordo. Trent’anni dopo, nel 2022, la Commissione parlamentare d’inchiesta affida a Gregori nuove analisi sugli stessi materiali conservati. Il risultato ribalta la narrazione. Il chimico del Ris rileva la presenza di sostanze come Pentrite, Hmx e Tnt, ma evidenzia che alcune si trovano anche sulle superfici esterne delle scatole e delle buste utilizzate per conservare i reperti. Anche qui compatibili con contaminazioni intervenute durante il recupero, la manipolazione o la conservazione del materiale, e non la dimostrazione di un ordigno esploso a bordo. Non è però possibile stabilire con precisione quando sia avvenuta la contaminazione, se durante il repertamento del 1991 o nel corso delle analisi successive del 1992.
Gregori, poi, partecipa anche agli accertamenti sulla morte di Aldo Moro della seconda Commissione d’inchiesta presieduta da Giuseppe Fioroni che decide di disporre nuove analisi scientifiche che le affida al Ris di Roma. Gregori dirige il laboratorio della Sezione Chimica, Esplosivi e Infiammabili. La Commissione vuole capire come è stato materialmente ucciso Aldo Moro. La ricostruzione fornita dai brigatisti, a cominciare da Mario Moretti, che si è attribuito la responsabilità materiale dell'esecuzione, e Germano Maccari, non è convincente. Secondo la loro versione, Moro sarebbe stato fatto rannicchiare nel bagagliaio della Renault 4, con la testa parzialmente coperta da una coperta, e Moretti gli avrebbe sparato prima con una pistola Walther, inceppatasi dopo uno o due colpi, e successivamente con una mitraglietta Skorpion. Insomma, lo statista sarebbe stato ucciso sostanzialmente nella posizione in cui fu poi ritrovato. Cosicché il 17 novembre 2015 gli specialisti del Ris e della Polizia scientifica effettuano un nuovo sopralluogo sulla Renault 4, conservata presso una struttura della Polizia di Stato. Gli accertamenti riguardano i bossoli, i proiettili, le tracce ematiche, gli indumenti di Moro, gli eventuali segni lasciati dai proiettili e soprattutto la distribuzione dei residui dello sparo. Sulla giacca indossata da Moro vengono individuate oltre cento particelle caratteristiche dei residui dello sparo, una quantità che secondo gli specialisti indica un'estrema vicinanza dell'indumento a un'attività di fuoco. Sui pantaloni ne vengono rilevate più di quindici. Sul cappotto, che si trovava nella Renault 4 ma che Moro non indossava quando fu ritrovato, le particelle caratteristiche sono invece nove. Nell'abitacolo, sull'aletta parasole destra, ne viene rinvenuta una sola, insieme a numerose altre particelle compatibili con residui dello sparo. Perché la giacca presenta una quantità così elevata di residui, mentre il cappotto e i pantaloni ne mostrano molti meno? Nella relazione firmata da Gregori e Salis si prendono in considerazione diverse spiegazioni. Il cappotto potrebbe essere stato più lontano dalla nube prodotta dagli spari oppure protetto da un ostacolo. Per i pantaloni, certamente indossati da Moro al momento del ritrovamento, la minore concentrazione richiede invece una valutazione della posizione e dell'esposizione agli spari. I proiettili sparati, poi, non sarebbero 11 ma dodici. Ma alcuni reperti non sono più disponibili, fra cui due bossoli sui quali una precedente perizia aveva segnalato tracce di vernice rossa, oltre a un bottone e ad alcune fibre menzionati in vecchi accertamenti. E soprattutto la ricostruzione del Ris non dimostra definitivamente in quale luogo Moro sia stato ucciso, né consente, da sola, di stabilire se i tiratori fossero uno o più di uno. In questo caso le conclusioni scientifiche vengono inserite nel confronto fra diverse ipotesi sulla dinamica dell'esecuzione, mentre in quello di David Rossi sono diventati uno degli elementi centrali della svolta annunciata dalla Commissione Vinci. Nel 2023, poi, Gregori compare fra gli autori di uno studio scientifico sulle tracce di spray urticante nella discoteca Lanterna Azzurra di Corinaldo, dove nella notte fra il 7 e l'8 dicembre 2018 morirono sei persone durante il concerto di Sfera Ebbasta. Lo studio esamina 118 campioni prelevati da diverse superfici della discoteca per ricostruire la distribuzione delle sostanze riconducibili allo spray al peperoncino. Dopodiché è il momento di David Rossi. La seconda Commissione parlamentare, presieduta da Gianluca Vinci, affida a Gregori accertamenti sulla dinamica della precipitazione, sull’orologio Sector, sulle lesioni al polso e sulle possibili modalità con cui l’ex manager di Mps sarebbe uscito dalla finestra del suo ufficio il 6 marzo 2013. Gregori lavora con il medico legale Robbi Manghi. Le sperimentazioni comprendono 23 prove con un manichino da 77 chilogrammi, la riproduzione della finestra di Palazzo Salimbeni, verifiche sulla resistenza del cinturino e analisi delle immagini. La relazione della Commissione approvata il 3 marzo 2026 recepisce una ricostruzione secondo la quale Rossi sarebbe stato trattenuto per i polsi da altre persone prima della caduta. Viene riportata anche una stima superiore al 93% per la compatibilità della rottura dell’orologio con un afferramento umano rispetto alle cause accidentali considerate. Nel 2022, però, la perizia del Ris dell’allora comandante Sergio Schiavone per la precedente Commissione aveva individuato come compatibile una dinamica di caduta volontaria. La questione viene portata in Parlamento dal senatore di Forza Italia Pierantonio Zanettin, già presidente della prima Commissione Rossi ma l’interrogazione del 19 maggio 2026 viene successivamente ritirata. Il 7 ottobre 2026 ne presenta un’altra, nella quale chiede chiarimenti anche sui software utilizzati per le simulazioni, richiamando dubbi relativi all’aggiornamento e alle licenze di Poser. Fino al 17 settembre scorso tra i vari addetti ai lavori circolava la voce di una possibile nomina di Adolfo Gregori alla guida del Ris di Roma, ma la carica è stata attribuita, infine al colonnello Andrea Berti e Gregori parrebbe essere prossimo al pensionamento, dunque il caso Rossi è probabilmente la sua ultima mansione dopo tanti anni di importante carriera.
Ci riferiamo all’Antonio Muto, nato nel 1962 a Cutro e imprenditore edile nel Mantovano che finisce coinvolto nell’inchiesta Pesci della Dda di Brescia perché gli investigatori sospettano che lui sia un referente economico della cosca Grande Aracri in Lombardia. Il collaboratore di giustizia Antonio Valerio, durante il processo, aveva raccontato di aver visto nell’agosto 2011 Antonio Muto uscire dall’abitazione di Nicolino Grande Aracri a Cutro. Secondo quanto gli sarebbe stato riferito, poi, Muto in tal caso si sarebbe recato dal boss per parlare di alcuni lavori a Mantova. Peccato che l’ipotesi accusatoria non regge in giudizio e il 28 aprile 2017 Muto viene assolto nel processo Pesci. Muto, sempre questo Muto, ad ogni modo ebbe più contatti accertati con Monte dei Paschi. Nel maggio 2012 veniva accompagnato dall’ex senatore democristiano Franco Bonferroni, e da un ex dipendente Mps, nella sede centrale del Monte a Siena al fine – secondo gli inquirenti di Brescia – di sbloccare alcuni finanziamenti destinati alle sue attività immobiliari nel mantovano. Nel luglio dello stesso anno, poi, Muto, sempre in compagnia di Bonferroni, tornano a Siena per incontrare direttamente Fabrizio Viola, allora amministratore delegato di Mps. Secondo l’informativa di cui riporta il contenuto il Fatto Quotidiano, Muto avrebbe sollecitato la definizione di un finanziamento da 600 mila euro e si sarebbe interessato all’avanzamento professionale di un dirigente della banca nel Mantovano. Va specificato che questo incontro non è stato oggetto di contestazioni penali nei confronti di Viola. Questo Antonio Muto, però, il 22 settembre ha negato in Commissione d’inchiesta di essere quella persona che avrebbe raccontato a Luca Goracci – dunque un racconto de relato il suo e non accertato – di quel lontano 6 marzo 2013 in cui avrebbe dovuto incontrare proprio David Rossi, alle ore 18, nella sede centrale del Monte. Questa persona identificatasi come Antonio Muto – dice a Goracci – quel giorno sarebbe arrivato grande ritardo all’appuntamento. Alle 19 e 50, nei pressi del vicolo Monte Pio, dove avrebbe trovato, nel racconto, il manager già morto, defenestrato dal terzo piano del suo ufficio. A quel punto tre o quattro persone lo avrebbero aggredito. A quel punto, dice Goracci, lui riesce a scappare e addirittura sente esplodere un colpo di pistola durante la fuga. Tutte affermazioni, fino ad ora, mai accertate.