Detta in parole semplici? Bene, al Cellulare, al “telefonino” in lingua volgare, allo smartphone, chiamatelo come meglio ritenete, andrebbe assegnato il Premio Pulitzer. Per la sua stessa esistenza e funzione anonima. D’altronde, come leggo, “non esiste un singolo inventore dello smartphone, ma il dispositivo è nato dall'evoluzione di un'idea sviluppata da più aziende e pionieri della tecnologia nel corso degli anni…” Una nota mi dice ancora che “a volte viene confuso con l'inventore del telefono cellulare tradizionale, che fu Martin Cooper di Motorola nel 1973”. No, mi sto riferendo proprio allo smartphone, che consente in questo nostro frangente storico presente, e adesso spiegherò meglio in che senso intendo “storico”, di mettere al mondo dello sguardo, dell’occhio, dell’informazione, del dato sensibile (i selfie, sono un’altra storia ancora, diciamo pure, “privata”, talvolta narcisistica) video, filmati, magari anche film interi; anche in questo caso chiamateli come meglio ritenete. Mi torna in mente una pubblicità molto “glam” di uno smartphone che occupava un’intera parete di via XX Settembre, a Roma, dove ha luogo il ministero già di Quintino Sella… A proposito di questo, torna in mente una battuta del genio Ettore Petrolini, che poco c’entra con i telefonini che permettono di fare video, ma opportuna, dunque, per amor di digressione, ugualmente riportaro sebbene al tempo suo, cioè del ministro delle Finanze per antonomasia, esistevano soltanto Meucci o poco più: “Gli italiani non amano la patria, infatti nelle strade troviamo scritto: via Garibaldi, via Vittorio Emanuele, via Quintino Sella, se davvero vi fosse amore per la propria terra, dovrebbe esserci scritto resta Garibaldi, resta Vittorio, resta Quintino in sella”.
Bene, avete esattamente intuito in questi giorni di rivolta tra Francia, Spagna e perfino Italia, sia pure fanalino di coda delle “jacquerie” il vero protagonista degli eventi, cui, appunto, come accennavo prima, andrebbe assegnato il Premio Pulitzer per l’informazione, per la denuncia, per la testimonianza oggettiva delle violenze della polizia e non meno per l’opera di effrazione delle vetrine, per il saccheggio delle merci ritenute “desiderabili” in un mondo segnato dalla società dello spettacolo? Proprio lo smartphone. Dunque da bisogni indotti e, volendo ampliare lo spettro epocale del discorso, dalle violenze dello Stato canaglia di Israele sulla popolazione civile, inerme, palestinese. Esattamente il dispositivo cui ho fin dall’inizio del discorso accennato in modo apologetico: il cellulare, lo smartphone o come meglio si preferisce chiamarlo. Un dispositivo, appunto, portatile, tascabile, che consente di realizzare video, filmati, “filmini”, anche film interi volendo, in tempo reale dopodiché, in modo non meno immediato, irradiarli nell’oceano della rete, fino a farne, nel nostro caso strumento, di informazione, di denuncia di, direbbero alcuni, “controinformazione”. Il dato che numerosi autori dei saccheggi, lì a frantumare vetrine e ogni altro arredo genere di urbano in modo acefalo, non abbiano esatta coscienza politica, ancor meno di classe, che non sognino affatto il “guerrillero heroico” Che Guevara, e altrettanto nulla sappiano di Situazionismo, dunque di “blouson noir”, di luddismo, di “enrangé”, è già un altro corno del discorso; un nodo storico e socio-antropologico che andrebbe comunque affrontato. Molti di questi protagonisti dell’effrazione, infatti, hanno semmai sogni piuttosto banali, ordinari. Metti, un marsupio "Luigi Vuittone" o magari in subordine una tuta acetata "Grucci". Come ho però accennato un istante appena fa, il tempo dei bisogni indotti e dell’esclusione sociale talvolta guarda più ad emulare il “look” (parola orrenda) dei trapper che dedicarsi a leggere le riflessioni di Simone Weil sulla violenza, Simone, proprio lei, filosofa che, era il 1936, volle raggiungere, da volontaria antifascista, la Spagna per combattere inquadrata nella “Colonna Durruti”, ossia al fianco degli anarchici. Spero, con questa nota sia pure veloce, di non avere fatto torto al bisogno di complessità nell’osservazione dei fenomeni storici.
Chiunque in queste ore scrolli il proprio cellulare, probabilmente per avere notizie, tramite Instagram, su ciò che accade, metti, al “Grande Fratello Vip” o piuttosto alle ultime novità dell’Intelligenza artificiale che, se vuoi, ti permette miracolosamente, virtualmente, fantasmaticamente, perfino di realizzare un video dove appare Marilyn che ti abbraccia amorevolmente sebbene tu sei nato nel 2005 e lei è morta nel 1962, bene, chi scrolli non potrà altrettanto fare a meno di imbattersi in centinaia di “documenti”, prove video, ottenute appunto per mezzo degli smartphone. Ciò ai miei occhi appare in questo istante mostra sincreticamente entrambe le cose insieme in una sorta di meme, l’alto politico e il basso spettacolare: gli idranti dei CRS, la celere di Francia, che in place de la République, a Parigi, insegue con gli idranti la Pantera rosa. Andando invece oltre il virtuale, restando al dato oggettivo dello smartphone, protagonista storico assoluto del nostro frangente storicamente spettacolare, in grado di restituirci il dato immediato e contingente di un fenomeno di rivolta, di rabbia diffusa con i suoi annessi umani, lì a mostrare la presenza dei cosiddetti (detto pensando alle “banlieu” intorno a Parigi) “casseur”, appare, lo smartphone ripeto, subito meritevole del Premio Pulitzer. Mi giunge proprio in questo istante un video nel quale lo “sciame” nero - felpa, cappucci e passamontagna o semplici sciarpe a coprire i volti per impedire ogni identificazione, tutti strumenti propri del travisamento - è intento ad accanito proprio sulle vetrine di “Louis Vuitton” di Marsiglia, altrettanto sulla concessionaria “Rolex” accanto. Simboli, feticci paradigmatici dei beni di lusso; le serrande forzate e rimosse con un palo della segnaletica strappato dal suo asfalto… La sequenza successiva, nel purgatorio apparente dei fumogeni, un istante prima che possano piovere i candelotti lacrimogeni della “gendarmerie”, restituisce invece tre ragazze che si allontanano correndo, stringendo al petto un “bottino” di cappotti immagino griffati, scrollando ancora appare un gattino d’angora che nulla sembri entrarci con il nostro oggetto concitato di interesse e riflessione, basterà però un attimo per trovare ciò che resta delle vetrine di “Christian Dior” e “Hermès”, questa volta a Parigi.
Smartphone in pugno, o anche sollevato verticalmente come il libro delle scritture o il crocifisso nelle processioni del Venerdì santo, gli stessi protagonisti delle effrazioni documentano ciò che sta accadendo, e intanto 10 100 1000 altri telefonini - parafrasando lo slogan guevarista nei giorni della guerra del Vietnam - fanno lo stesso, così trasfigurandosi il nostro “occhio”, collettivo, documentale. Un altro video ancora, Milano adesso, documenta via Monte Napoleone: gli scaffali di “Prada”, “Saint-Laurent”, “Gucci” spettralmente svuotate, immagino nel timor panico dell’irruzione incombente dello sciame; la celere in tenuta antisommossa a presidiare lo sbocco verso San Babila. Se tutto ciò non bastasse per concedere, prendere atto della centralità dello smartphone nella narrazione attuale del mondo, meritevole appunto di un Pulitzer, resta d’andare in Cisgiordania: un colono avanza minaccioso, bastone da pastore stretto in pugno, verso un residente palestinese, nell’altra mano invece regge un cellulare. Anche l’altro, il civile palestinese, vittima dell’occupazione fa lo stesso: il punto di vista dell’aggressore, l’occhio di chi difende il proprio diritto, la propria esistenza, la propria casa. Premio Pulitzer, ora, subito!