Sabato 24 ottobre circa duemila persone sono partite da piazza del Nettuno a Bologna con l'idea di arrivare alla stazione centrale. Tra via Marconi e piazza dei Martiri sono volati bottiglie e petardi, poi sono arrivate le cariche, poi i lacrimogeni, infine gli idranti. A Torino, in piazza Castello, i manifestanti hanno dato fuoco a una grande foto di Giorgia Meloni prima degli scontri sul Lungo Dora. A Roma un gruppo di studenti si è staccato dal corteo «Fuori l'Italia dalla guerra» per puntare sul Circo Massimo, e la serata è finita con cariche e idranti a largo di Santa Susanna. Il bilancio del Dipartimento della Pubblica sicurezza: 4.292 persone identificate, 371 accompagnate negli uffici di polizia, di cui 110 minorenni, nove arresti, 87 denunce. Le ragioni della piazza erano molte e quasi tutte serie: il carovita, il prezzo della benzina, la guerra e il riarmo, l'opposizione al governo. Ma reduci dalla settimana scorsa, quando a Milano le vetrine sono state sfondate e i negozi saccheggiati, le grandi città del Nord Italia si erano blindate con mezza giornata di anticipo sulle manifestazioni di ieri.
Sempre sabato, in Francia, abbiamo assistito a un nuovo atto della «collera sociale» (così è stata ribattezzata la protesta): 410 mila manifestanti secondo il governo, 800 mila secondo la CGT. I cortei sono stati in gran parte pacifici, ma la polizia ha contato centinaia di casseurs a Parigi e quasi mille fermi in tutto il Paese. Il sabato prima, il 17 ottobre, era andata molto peggio: circa tremila negozi saccheggiati o vandalizzati e il municipio storico di Limoges dato alle fiamme.
Si è anche creato un terzo asse, quello albanese. A Tirana la protesta è nata a metà ottobre dagli studenti, per lo stato delle scuole e il costo della vita, e si è allargata fino a chiedere le dimissioni del primo ministro Edi Rama. Sabato qualcuno ha lanciato sassi e spinto cassonetti in fiamme contro il ministero dell'Istruzione. La polizia ha risposto con gas lacrimogeni, idranti e proiettili di gomma. Le autorità parlano di oltre trecento feriti tra manifestanti e agenti. Rama ha dato la colpa ad «attori stranieri», ma non è chiaro se si riferisse o no a veri e propri infiltrati.
La domanda che ci si pone è se sia giusto protestare in questo modo. Chi ha teorizzato negli anni “la violenza proletaria” e chi giustifica l’uso strumentale della violenza per rovesciare sistemi ingiusti, reputa che non ci sia nulla di male in ciò a cui abbiamo assistito. Un’altra risposta abbastanza banale ma spesso diffusa è: il caro vita, la scuola in decadenza, le disuguaglianze non sono a loro volta una forma di violenza? Ma anche volendo credere ai sostenitori delle manifestazioni violente, la dura realtà per chiunque sia sceso in piazza mettendo in pericolo se stesso e chi gli era vicino, rischiando le cariche della polizia, arresti ed espulsioni dalle città, è questa: la violenza non funziona.
La storia comincia con una scienziata che voleva dimostrare il contrario. A metà degli anni Duemila Erica Chenoweth, oggi docente ad Harvard, studiava la violenza politica ed era convinta, come molti colleghi, che la resistenza nonviolenta fosse nobile ma poco efficace. Quando un workshop la sfidò a provarlo con i numeri, accettò. Insieme a Maria J. Stephan costruì un archivio di tutte le campagne di massa tra il 1900 e il 2006 che miravano a rovesciare un governo o a liberare un territorio, con almeno mille partecipanti ciascuna. Analizzò 323 casi con 160 variabili. Tuttavia il risultato, pubblicato su International Security nel 2008 e poi nel libro Why Civil Resistance Works (2011), ribaltò la sua ipotesi di partenza. Le campagne nonviolente raggiungevano i loro obiettivi nel 53 per cento dei casi; quelle armate nel 26.
Scondo Chenoweth una campagna nonviolenta abbassa il prezzo d'ingresso: per scendere in piazza non serve un'arma, né la disposizione a usarla, né la clandestinità. Possono partecipare gli anziani, le madri con i figli, gli impiegati che domani tornano in ufficio. Più persone, e più diverse, significano più leve: scioperi, boicottaggi, rifiuto di collaborare. Soprattutto significano defezioni. Un soldato esita a sparare su una folla che somiglia a suo cugino; non esita contro chi gli lancia una molotov. Dai dati è nata anche la cosiddetta regola del 3,5 per cento: nessuna campagna che abbia mobilitato attivamente quella quota della popolazione è fallita. Nel 2021 Chenoweth ha aggiornato il quadro in Civil Resistance: What Everyone Needs to Know, estendendo l'archivio fino a quasi settecento campagne. Il vantaggio della nonviolenza regge, e anzi si allarga: secondo i suoi dati preliminari, il tasso di successo delle insurrezioni armate è sceso dal 27 al 10 per cento.
In ogni caso, le campagne analizzate da Chenoweth si definiscono massimaliste: vogliono far cadere un regime, cacciare un occupante, conquistare l'indipendenza. Il caso albanese, con la richiesta di dimissioni del governo, ci si avvicina. I cortei italiani e francesi contro il carovita no: sono proteste dentro democrazie consolidate, con obiettivi più circoscritti. Per capire cosa succede lì servono altri dati, che per fortuna esistono.
Nelle democrazie una protesta ha successo se riesce a spostare l'opinione pubblica, e attraverso l'opinione pubblica i voti, i giornali, l'agenda dei parlamenti. È qui che entra in gioco lo studio forse più elegante dell'intero filone, pubblicato nel 2020 sull'American Political Science Review da Omar Wasow, politologo allora a Princeton. Wasow ha ricostruito le proteste guidate da afroamericani negli Stati Uniti tra il 1960 e il 1972, contea per contea. Ha scoperto che le manifestazioni nonviolente, soprattutto quando subivano la repressione della polizia o dei vigilantes, orientavano la copertura dei giornali, i discorsi al Congresso e l'opinione pubblica a favore dei diritti civili. Nelle contee vicine a una protesta pacifica, il voto democratico alle presidenziali cresceva dell'1,6–2,5 per cento.
Le proteste violente producevano l'effetto opposto. Spostavano il discorso pubblico dai diritti all'ordine, dall'ingiustizia da riparare al «controllo sociale» da ristabilire. Per misurare questo effetto Wasow ha usato un'idea brillante. Dopo l'assassinio di Martin Luther King, nell'aprile 1968, le rivolte scoppiarono in molte città, ma non dove pioveva: la pioggia scoraggia le folle. E la pioggia cade a caso, indipendentemente da quanto una città fosse arrabbiata o conservatrice. Confrontando le contee bagnate con quelle asciutte, Wasow ha potuto isolare l'effetto della violenza in sé. Il risultato: le rivolte spostarono verso i repubblicani tra l'1,5 e il 7,9 per cento degli elettori bianchi, abbastanza da consegnare la Casa Bianca a Richard Nixon, il candidato della legge e dell'ordine. Battuto fu Hubert Humphrey, che del Civil Rights Act del 1964 era stato il principale artefice al Senato.
La Spagna offre un esperimento naturale ancora più nitido. Nel maggio 2016 a Barcellona era in corso un sondaggio faccia a faccia sul sostegno al 15-M, il movimento degli Indignados, quando scoppiò all'improvviso una rivolta guidata da un gruppo di occupanti legato al movimento. Jordi Muñoz ed Eva Anduiza, in uno studio uscito sul Journal of Peace Research nel 2019, hanno confrontato chi aveva risposto prima degli scontri e chi dopo. Il sostegno al movimento è sceso in media di circa dodici punti.
Perché accade tutto questo? Per capirlo bisogna smettere di guardare la piazza, come fanno normalmente i giornali e i politici, e guardare chi la osserva. Nel 2014 Emma Thomas e Winnifred Louis, sul Personality and Social Psychology Bulletin, hanno fatto leggere a 332 australiani finti articoli di giornale su una protesta contro il fracking (un processo di perforazione che consente di estrarre idrocarburi), in una versione pacifica e in una violenta. I manifestanti violenti sono stati giudicati con molta più ostilità. Non solo: chi leggeva della protesta pacifica si convinceva più facilmente che il fracking fosse sbagliato. Chi leggeva di quella violenta no. Sulla percezione della causa, la protesta violenta produceva lo stesso effetto di nessuna protesta.
Nel 2018 Brent Simpson, Robb Willer e Matthew Feinberg hanno usato gli scontri di Charlottesville e Berkeley tra suprematisti bianchi e contromanifestanti antirazzisti. I risultati, pubblicati su Socius, sono quasi paradossali. Quando erano gli antirazzisti a usare la violenza, il pubblico finiva per giudicare più ragionevoli i suprematisti e si identificava meno con chi li contestava. La violenza non indeboliva l'avversario: lo riabilitava.
Due anni dopo, sul Journal of Personality and Social Psychology, Feinberg, Willer e Chloe Kovacheff hanno dato un nome al meccanismo: il «dilemma dell'attivista». Le azioni estreme funzionano benissimo per attirare l'attenzione, ed è per questo che vengono scelte. Ma fanno apparire gli attivisti immorali, e chi li giudica immorali smette di identificarsi con loro e, a cascata, con la loro causa. Il dettaglio più istruttivo è che l'effetto non riguarda soltanto la violenza fisica: anche tattiche dirompenti ma non violente, se percepite come estreme, pagano un prezzo simile. L'attenzione ottenuta si trasforma in antipatia.
In uno studio su Peace & Change Ilker Kalin, Marie Olson Lounsbery, Frederic S. Pearson, Firuze Simay Sezgin e Dishari Rakshit, si sono chiesti anche quanto ci mette una campagna violenta o no a ottenere il risultato atteso. Hanno analizzato 381 campagne massimaliste, violente e nonviolente, tra il 1945 e il 2013. Entro il primo anno ha raggiunto i suoi obiettivi il 30 per cento delle campagne nonviolente, contro il 9 per cento di quelle violente. Entro tre anni il rapporto diventa 51 a 13. La strada pacifica non è soltanto più sicura: è anche la più rapida.
Lo studio indica poi che cosa accelera la vittoria: l'unità del movimento, il numero dei partecipanti, il sostegno di una grande potenza (che però, avvertono gli autori, in altri casi rafforza gli autocrati). Cioè esattamente le cose che la violenza erode. Divide il movimento tra chi la pratica e chi la condanna, allontana i partecipanti meno radicali, offre ai governi stranieri una ragione per stare alla larga. Kalin stesso avverte che la resistenza civile raramente è rapida o facile, e che i suoi risultati descrivono probabilità, non destini. Ma le probabilità puntano tutte nella stessa direzione.
Ci sono delle obiezioni, certo. Nel 2019 Ryan Enos, Aaron Kaufman e Melissa Sands hanno studiato le rivolte di Los Angeles del 1992, esplose dopo l'assoluzione degli agenti che avevano pestato Rodney King. Hanno trovato che la vicinanza ai disordini spinse molti residenti a registrarsi e a votare di più, e aumentò il sostegno a politiche favorevoli alle comunità nere. Esiste poi una lunga tradizione, risalente al sociologo Herbert Haines, sul cosiddetto «effetto del fianco radicale»: un'ala estrema può rendere i moderati più accettabili agli occhi delle istituzioni. Già nel 1975 William Gamson, studiando 53 gruppi di protesta americani, aveva osservato che quelli disposti alla forza vincevano più spesso. Nel 2018 Mohammad Ali Kadivar e Neil Ketchley hanno mostrato che sassaiole e scontri non armati hanno talvolta accompagnato, e persino favorito, transizioni democratiche. E una rassegna del 2024 su Trends in Cognitive Sciences, firmata da Eric Shuman e colleghi, conclude che le proteste nonviolente funzionano meglio per mobilitare i simpatizzanti, ma quelle più dirompenti possono smuovere chi è più ostile al cambiamento. E indubbiamente, come la stessa Chenoweth ha messo in evidenza, nell'ultimo decennio il tasso di successo delle campagne nonviolente è purtroppo calato, fino a circa un terzo tra il 2010 e il 2019.
Il quadro tuttavia non cambia. In generale, le evidenze che abbiamo dimostrano che, morale no, la protesta violenta tendenzialmente non funziona, soprattutto se si vuole cambiare un sistema. Un elemento interessante, e che va aggiunto, è tuttavia questo. Se la giustificazione morale della violenza è di stampo utilitarista, e cioè si basa sull’idea che la violenza sia uno strumento efficace per cambiare le cose, allora la sua inefficacia farà crollare anche l’argomento morale dietro a tante delle proteste a cui abbiamo assistito.