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22 ottobre 2026

Ma davvero la ‘ndrangheta aveva una talpa nel tribunale di Milano? Ecco spiegato (bene) il funzionamento della “banca occulta” di ‘ndrangheta, Casalesi e mafia foggiana

  • di Gianmarco Serino Gianmarco Serino

22 ottobre 2026

La banca occulta della criminalità organizzata avrebbe prodotto dietro un'anonima insegna di un autonoleggio di Pero ben 110 milioni di fatture false e 68 milioni riciclati in criptovalute. Secondo la Dda di Milano, dietro c’erano ’ndrangheta, camorra e mafia foggiana. Con un finanziere accusato di corruzione e una presunta talpa in Tribunale. Ma come funzionava questo raffinato sistema di riciclaggio? Ve lo spieghiamo noi, passo passo, perché non è esattamente una cosa da poco...
Ma davvero la ‘ndrangheta aveva una talpa nel tribunale di Milano? Ecco spiegato (bene) il funzionamento della “banca occulta” di ‘ndrangheta, Casalesi e mafia foggiana

Certo che ‘sti criminali hanno un cranio pazzesco. Centodieci milioni di euro di fatture false, 68 milioni di riciclati attraverso le criptovalute, 30 misure cautelari e sequestri per oltre 21 milioni. Le carte parlano di una sorta di banca occulta senza sportelli né direttori che, secondo la Direzione distrettuale antimafia di Milano, avrebbe permesso a una serie abbastanza estesa di imprenditori di trasformare bonifici perfettamente tracciabili in contanti. Contanti sporchi provenienti dal narcotraffico all’occorrenza convertibili in criptovalute trasferibili anche in Colombia, Canada e Regno Unito. I vertici di questa raffinata architettura finanziaria appartengono all’ndrangheta, alla camorra e alla cosiddetta quarta mafia foggiana che, scrive il Gip meneghino Luca Milani, grazie ad un finanziere corrotto (si presume) e all’ausilio di una talpa nel tribunale di Milano che il Corriere definisce “l’autista dei giudici”, ricevevano le foto del registro degli indagati per verificare dall’interno l’andamento delle indagini sulla loro meravigliosa creatura in grado anche di sfamare a mo’ di “bacinella” anche le famiglie degli affiliati dietro le sbarre. Immaginare che tutta questa complessità risultasse nascosta dietro l’anonima insegna di una piccola società di autonoleggio nel grigio hinterland milanese, a Pero, lascia tutti a bocca aperta. Come lascia di stucco la portata di questa operazione antimafia, decisamente imponente e che produrrà conseguenze decisamente clamorose.

guardia di finanza Giulietta
Guardia di Finanza Foto Ansa

Dietro questo sistema “infallibile”, o quasi, secondo la ricostruzione del gip Luca Milani, ci sarebbero stati Giuseppe Piscioneri, già condannato nell’inchiesta “Infinito” sulla ‘ndrangheta lombarda, Paolo Pelaggi, con precedenti giudiziari legati al procedimento “Aemilia”, lo stesso tornato alla ribalta nella pista seguita dall’attuale commissione d’inchiesta David Rossi e Luigi Mercadante, figura riconducibile alla camorra dei Casalesi. Attorno a loro, una rete di società cartiere, intermediari cinesi, professionisti delle criptovalute e altri personaggi di un certo peso come ad esempio Salvatore Morabito, nipote di Giuseppe detto 'U Tiradrittu, boss di Africo, che avrebbe gestito con un proprio uomo un giro milionario di fatture false. Saverio Zoccoli, invece, secondo gli inquirenti sarebbe stato uno dei canali di rifornimento di contanti – prodotti con lo spaccio di cocaina – necessari per far camminare la macchina. Ad oliare il meccanismo, secondo la ricostruzione dell’Antimafia, un finanziere accusato di corruzione e un dipendente del Tribunale di Milano, Domenico Bruno, che avrebbe fatto arrivare ai presunti organizzatori della banca perfino i nomi degli indagati contenuti in un fascicolo riservato. Insomma, una robetta da niente no? Ma voi giustamente vi domandate. Come funzionava, di grazia, questa incredibile banca occulta? Tranquilli, adesso vi spieghiamo tutto, passo passo.

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Tribunale di Milano Foto Ansa

Anzitutto, ieri, i finanzieri dei Comandi provinciali di Milano e Monza Brianza, coordinati dalla Dda milanese e dalla Direzione nazionale antimafia, hanno eseguito 16 misure di custodia cautelare in carcere e 14 ai domiciliari con un provvedimento da 564 pagine firmate dal gip Milani. Pagine che restituiscono la radiografia precisa di un sistema che sarebbe stato operativo almeno dal 2024 e nel quale le tradizionali frodi fiscali si sarebbero saldate con un nuovo meccanismo di riciclaggio, ben più sofisticato. Roba da colletti bianchi. E infatti l’ipotesi centrale riguarda un’associazione per delinquere aggravata dalla finalità di agevolazione mafiosa, insieme a una serie di reati economici e ad altri episodi specifici (presunti, ovviamente, trattandosi di un’ordinanza cautelare). Il meccanismo sarebbe stato, secondo gli inquirenti, più o meno il seguente. Facciamo finta che un imprenditore voglia estrarre 100 mila euro dalla propria società senza che risultino come una normale distribuzione di utili. Rivolgendosi a questa sorta di banca occulta, avrebbe potuto ottenere una fattura da 100 mila euro per lavori o servizi mai eseguiti, emessa da una società cartiera. L’azienda dell’imprenditore avrebbe in tal caso pagato regolarmente quella fattura con un bonifico. Nella contabilità regolare sarebbe comparso, dunque, un costo aziendale, utile anche ad abbattere le imposte. Indebitamente, però. Si dà il caso, infatti, che fuori dai libri contabili, secondo la Procura, qualcuno avrebbe riconsegnato all’imprenditore il denaro in contanti, trattenendone una commissione. Se il servizio fosse costato il 5%, costui avrebbe ricevuto 95 mila euro in mazzette pronte ad essere riutilizzate lontano dal panottico della Gdf. Le percentuali, nell’inchiesta, variano generalmente fra il 2 e il 6%, a seconda del cliente, degli intermediari e del tipo di operazione. Direte voi, esperti di antiriciclaggio: “ma questo è il solito sistema delle false fatturazioni”. Be’ sì, ma la particolarità di questa vicenda è un’altra. Da dove arrivavano tutti quei contanti? Non necessariamente dai conti bancari delle società che incassavano i bonifici. E come allora? Mediante un raffinato meccanismo di compensazione fra flussi di denaro differenti. Da una parte gli imprenditori che versano somme tracciabili e vogliono riaverle in nero. Dall’altra persone che dispongono già di enormi quantità di contante e hanno il problema opposto, ovvero trasformarlo in denaro utilizzabile all’estero, preferibilmente senza ricostruirne la provenienza. I canali di approvvigionamento, secondo l’accusa, sarebbero stati almeno due. Il primo quello del traffico di narcotici attraverso Saverio Zoccoli, il secondo quello proveniente da circuiti informali di trasferimento di valore con operatori cinesi, tra i quali i più importanti erano i signori Zheng Mingyang, già noto alle cronache, e Zhu Lianggang, i quali a loro volta avrebbero utilizzato per spostare valore fra luoghi diversi senza che ogni pagamento corrispondesse a un trasferimento bancario tramite un sistema ideato in Cina e denominato “fei ch’ien”. Ecco, tutto questo ambaradan si concentrava in piazza Roma 6, nella ridente Pero, dove si trovano gli uffici della GE.MA., formalmente legata all’attività di autonoleggio e servizi. Qui si svolgevano gli incontri.

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Tribunale di Milano Foto Ansa

La struttura amministrativa della banca si sarebbe articolata, poi, scrive il gip, in 18 società cartiere, imprese utilizzate per emettere fatture per operazioni inesistenti e ricevere i relativi bonifici. Negli atti compaiono, fra le altre, società denominate N.D.R., Global Trade, Solution, Eurocart, C.S.M., Tecnoimpianti, Commerciale, Easytech e GI.EM., oltre alla ditta PG Service, intestata a Gianluigi Contestabile. Sul dispositivo attribuito a Paolo Pelaggi – già coinvolto nel processo Aemilia in relazione agli Arena, Nicoscia e Grande Aracri – sequestrato il 24 giugno 2026, gli investigatori avrebbero individuato una contabilità parallela organizzata attraverso “schede”, utilizzate per registrare i movimenti riconducibili ai singoli clienti e intermediari, e la cosiddetta “lavagna” generale, utile a tenere sotto controllo il complesso delle operazioni. I documenti analizzati dalla Gdf parlano per le operazioni fra il 2025 e il 2026 di movimentazioni per circa 47,5 milioni di euro. Il dato generale comunicato dalla Guardia di Finanza parla invece di oltre 110 milioni di fatture false. In una conversazione intercettata, Pelaggi si lascia andare a una dichiarazione che rende piuttosto bene l’idea della sua fiducia nel sistema: “Io c’ho due forze... gli Usdt e cash”. Le criptovalute e il contante. Un ruolo fondamentale sarebbe stato quello svolto da Giuseppe Tuosto e Walter Iasiello, indicati come gli specialisti nella movimentazione internazionale dei fondi. Nell’ordinanza, infatti, compaiono passaggi attraverso piattaforme e conti esteri, compresi circuiti riferiti al Canada, alla Svizzera e al Regno Unito. La criptovaluta più utilizzata sarebbe stata appunto l’Usdt il cui valore è progettato per mantenere un rapporto stabile con il dollaro americano. Caratteristica particolarmente utile per trasferire rapidamente somme ingenti senza esporsi alle oscillazioni di prezzo tipiche di altre criptovalute. La contestazione relativa a uno dei principali filoni di riciclaggio arriva a circa 68,7 milioni di euro. Le criptovalute sarebbero state, secondo gli inquirenti molto utili per compensare i soldi ottenuti dal narcotraffico in Italia in accrediti in criptovalute – in questo caso Usdt – utilizzabile dall’altra parte del mondo. Saverio Zoccoli, chiamato nelle conversazioni “lo Zio” o “Jet”, secondo gli investigatori, avrebbe procurato al circuito milioni di euro in contanti riconducibili proprio allo spaccio all’ingrosso ottenendo in cambio trasferimenti e conversioni in criptovalute. Gli atti parlano di danaro da trasferire a Barranquilla, in Colombia, e ad operazioni collegate alla compravendita della coca. Nel novembre 2025 in alcune intercettazioni si discute della distribuzione di 24 chilogrammi di cocaina fra Verona, Genova e Parma per 17.500 euro al chilogrammo. Un altro episodio riguarda una presunta consegna di circa 18 chilogrammi e nei colloqui successivi si parla tuttavia della restituzione della partita per problemi di qualità. Il 24 settembre 2025, parlando della vicenda della nave Plutus, sulla quale nel 2023 erano state sequestrate circa 5,3 tonnellate di cocaina, Zoccoli, intercettato, esclama “Tu la sai e io la pagai!”. In un altro passaggio, sempre Zoccoli descrive la struttura come “imbattibile”. La caratteristica che forse rende plasticamente la portata imponente dell’inchiesta è che, nella ricostruzione accusatoria, il denaro avrebbe attraversato confini criminali normalmente distinti. Dall’ndrangheta calabrese e lombarda, agli esponenti legati ai Casalesi, fino a quelli della quarta mafia foggiana e non solo. Secondo gli inquirenti parte delle commissioni e delle disponibilità finanziarie avrebbe contribuito al sostegno di persone legate ad ambienti mafiosi. Nel caso di Giovanni Fiore, per esempio, Pelaggi avrebbe accettato di ridurre la commissione dal 4 al 2% anche per lasciare disponibili risorse destinate ad Antonio Bruno, detto “Tonino”, coinvolto in un diverso procedimento per associazione mafiosa. E per le organizzazioni criminali, la capacità di assistere chi è in carcere e le rispettive famiglie costituisce tradizionalmente anche uno strumento di conservazione dei rapporti di appartenenza e di fedeltà. Pelaggi, però, secondo gli inquirenti non sarebbe stato solo. Con lui al vertice Giuseppe Piscioneri, nato a Locri nel 1975, è noto alla cronaca giudiziaria della ‘ndrangheta lombarda per la sua condanna per associazione mafiosa nell’ambito dell’inchiesta “Infinito”, che ricostruì il radicamento delle cosche in Lombardia. Nel nuovo procedimento gli inquirenti gli attribuiscono un ruolo di coordinamento operativo, nella gestione degli incontri, della liquidità e dei rapporti con ambienti criminali anche nei momenti più delicati. Il terzo uomo a capo di questa struttura, Luigi Mercadante, originario del Casertano, è descritto come una figura legata al mondo della camorra casalese e per gli investigatori avrebbe condiviso le decisioni dell’organizzazione, partecipando alla gestione delle società e dei rapporti economici. Tra gli altri indagati compare anche quello di Salvatore Morabito, che il gip descrive come “africoto legato all’omonimo clan”, nipote del boss Giuseppe detto U’Tiradrittu. Già noto alle cronache per la sua condanna nell’inchiesta … Ortofrutta di Milano. Secondo l’ordinanza Morabito avrebbe operato insieme ad Alessandro Mancuso, anche lui indagato, che gli inquirenti descrivono come suo uomo di fiducia. Il loro gruppo, radicato nell’area di Sesto San Giovanni, avrebbe costituito una sorta di secondo polo operativo collegato alla banca di Pero. Al di là di Morabito e Mancuso attorno ai tre presunti organizzatori gravitavano poi altre figure, ciascuna con una propria specializzazione. Ervin Tafa, detto “Frittellone”, intermediario di origine albanese al quale gli investigatori attribuiscono un portafoglio consistente di 78 imprese clienti, delle quali 64 coinvolte, secondo l’accusa, in false fatturazioni, per un valore di circa 25,5 milioni di euro. Niki Rossotto, soprannominato “Swift”, che avrebbe seguito operazioni legate a imprese del Piemonte. Carlo Maffeis, indicato come una figura capace di risolvere difficoltà bancarie e amministrative. Giovanni Fiore, intermediario al quale il gip attribuisce anche un ruolo nei collegamenti con soggetti detenuti per vicende di mafia. Zheng Mingyang e Zhu Lianggang, di cui vi avevamo già parlato. Zheng è inoltre una figura già emersa in precedenti indagini su società come Comix e Stock One, presente anche in questa inchiesta.

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Tribunale di Milano Foto Ansa

Fra i destinatari delle misure cautelari risulta anche Achille Vesce, militare della Guardia di Finanza. La contestazione riguarda i rapporti con Zheng Mingyang e una vicenda relativa alla posizione fiscale del suocero di quest’ultimo, Yang Zhengfa, che avrebbe avuto un debito nell’ordine di 18400 euro. Secondo l’accusa, Vesce, avrebbe prospettato la possibilità di “aggiustare” la situazione in cambio di denaro. Negli atti si parla di una richiesta di circa 3mila euro e di incontri osservati dagli investigatori. Il gip, nel valutare gli elementi raccolti, ha ricondotto la contestazione alla fattispecie di corruzione per l’esercizio della funzione. La parte più incredibile di tutta questa storia, però, è quella di Domenico Bruno, l’autista dei giudici che avrebbe fatto arrivare agli indagati le foto di documenti coperti dal segreto investigativo. Secondo la ricostruzione contenuta nell’ordinanza, nel dicembre 2025 alcuni dei protagonisti della presunta banca occulta sarebbero riusciti a ottenere proprio queste informazioni. E a renderle disponibili sarebbe stato proprio il dipendente dell’Ufficio Gip-Gup del Tribunale di Milano, come racconta il Corriere della Sera. Bruno è finito agli arresti domiciliari, così come l’avvocato Rocco Romellano, che secondo gli inquirenti avrebbe svolto il ruolo di intermediario fra il dipendente del Tribunale e Giuseppe Piscioneri. Gli accessi al sistema informatico giudiziario sarebbero avvenuti il 9 e il 18 dicembre 2025. Il fascicolo consultato conteneva i nomi degli indagati nella stessa inchiesta sulla banca occulta. Il 18 dicembre, secondo la ricostruzione investigativa, dal dispositivo di Pelaggi sarebbe partita attraverso Signal una fotografia destinata a Luigi Mercadante, anche lui indagato. Nell’immagine si vedeva un estratto cartaceo, spiegazzato, del sistema informatico giudiziario, niente meno che l’elenco riservato degli indagati. Domenico Bruno era già emerso nell’estate precedente in un’altra inchiesta giudiziaria, distinta da quella sulla banca occulta. Allora, secondo quanto riportato dal quotidiano, non era stato arrestato, ma risultava indagato per truffa allo Stato e falso, con l’aggravante della finalità di agevolazione mafiosa. L’ipotesi investigativa era che Bruno avesse quasi ottenuto lo svincolo di un milione di euro dal Fondo Unico Giustizia, a beneficio di un esponente della ‘ndrangheta già coinvolto nel favoreggiamento della latitanza di un importante boss calabrese. Il trasferimento della somma, scrive il Corriere, sarebbe stato bloccato in tempo. Insomma, pare che l’Antimafia questa volta abbia inflitto un colpo parecchio pesante alle varie mafie che operano in Lombardia, andando a neutralizzare, per il momento un presunto sistema comune di approvvigionamento finanziario. Certamente sarà poi la magistratura ad accertare la posizione di tutte le persone coinvolte da questa ordinanza cautelare, ma ad ogni modo sarà interessante osservare le reazioni che seguiranno a questa offensiva, che a questo punto potrebbero essere clamorose. Tanto quanto l’operazione appena andata a segno.

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