Ora l’Italia dal commemorare Lea Garofalo dovrà passare a fare lo stesso anche per sua figlia Denise, che tre giorni fa è volata dal terzo piano del palazzo in cui abitava, ad Ariccia, ai Castelli Romani e oggi si è spenta in un letto d’ospedale. Il cognome del padre Carlo Cosco, che nel 2009 ordinò l’omicidio di sua madre Lea, Denise lo aveva sostituito con quello della mamma uccisa e di lui non ne aveva più voluto sapere finché non aveva ripreso a parlarci, ogni tanto andandolo a trovare in carcere a Busto Arsizio. Lo aveva perdonato, raccontava a gennaio la zia di Denise, Marisa, al settimanale Gente, intervistata da Raffaella Fanelli. Raccontava, Marisa, che gli assassini di sua sorella godono tutt’ora di generosissimi permessi addirittura di qualche settimana. Mentre ad Ariccia Denise viveva sotto un programma di protezione testimoni, quel rigido sistema di protezione con il quale lo Stato tenta di proteggere chi ha deciso di parlare.
Quella mortificante e piena di solitudine quotidianità con cui Denise aveva dovuto imparare a convivere insieme a sua madre Lea, che del narcotrafficante Carlo Cosco, in affari con il potente fratello di lei, Floriano, s’era innamorata a 14 e a 17 anni ci aveva fatto una figlia. Il suo uomo, poi, da Crotone lo aveva seguito fino a Milano, dove curava i suoi affari. Affari criminali e una doppia vita da cui Lea credeva di essere fuggita, finalmente. Un incubo da cui, però, sapeva Lea di potersi svegliare. Per svegliarsi ci vuole coraggio e a lei non è mancato, perché per sua figlia desiderava una storia diversa. E per provare a regalargliela Lea si era rivolta ai magistrati che nel 2002 la spedirono con sua figlia Denise a Campobasso, in Basilicata. La collaborazione con la giustizia, però, non andò per il verso giusto e Lea insieme alla piccola Denise vennero espulse dal programma di protezione. Lasciate sole con un ‘ndranghetista, Carlo Cosco, che si era sentito tradito per il mancato silenzio di lei. Un silenzio impossibile, lontano da lui, soprattutto, con la loro figlia tra le braccia. Lea per rientrarci in quel programma di protezione denunciò allora anche la sua stessa famiglia. Suo fratello Floriano era un esponente di primo piano della ‘ndrangheta di Policastro e proprio a Carlo Cosco aveva affidato la gestione dei traffici illegali sotto la Madonnina. Tra loro due, però, ne seguì una faida che Lea iniziò a ricostruire per gli inquirenti. Tutto questo evidentemente non era sufficiente per lo Stato e per quella che oggi siamo costretti a definire giustizia italiana.
Solo nel 2007 grazie all’intervento di Don Luigi Ciotti e all’avvocatessa Enza Rando, Lea e sua figlia tornano nel programma, ma nel 2009 ne escono di nuovo, poco prima di scampare al primo attentato, ordito da Cosco con l’esecutore Maurizio Sabatino, fallito per l’imprevista presenza di Denise. Denise Garofalo, che ieri dopo quel salto nel vuoto e tre giorni di agonia si è spenta a 35 anni, la stessa età di sua madre quando venne attirata con l’inganno dall’ex compagno a Milano. Ex compagno che oggi insieme agli altri esecutori dell’omicidio di Lea, suo fratello Vito – e prima anche con Rosario Curcio, suicida in carcere nel giugno del 2023 – scontano un ergastolo con generosissimi permessi premio. La scusa, quell’insospettato 24 novembre 2009, fu contava cinque lettere. Denise, e il suo futuro. Un futuro che da oggi per l’Italia è solo passato, che da quel primo giorno senza sua mamma è stato solo un passato doloroso che non si mai voluto fare presente. L’unica via per l’oblio, mettere fine a quel flusso di pensiero che continuamente l’avrà riportata a pensare, chissà quante volte a quel 24 novembre del 2009, quando sua madre venne prima strangolata dall’ex compagno, poi carbonizzata dagli altri due esecutori. Oggi, quella che siamo costretti a definire la giustizia italiana è costretta fare i conti con qualcosa che con il codice penale non dovrebbe avere nulla a che fare, ma con lo Stato sì, se ancora vogliamo continuare a scriverlo con la S maiuscola. Quella parola ha sei lettere, come Denise, ma non è lei. Ed è la morale.