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26 agosto 2026

Chi era davvero Domenico Papalìa? Morto a 81 anni dopo quasi mezzo secolo di carcere, resterà nella storia come l’uomo che portò la ‘ndrangheta al Nord

  • di Domenico Agrizzi Domenico Agrizzi

26 agosto 2026

Domenico Papalìa ha scontato 49 anni di carcere. Oggi è morto a 81 anni all’ospedale San Paolo di Milano, dove era ricoverato per un cancro. Ma chi poteva davvero parlare di lui non c’è più: Carmine Gallo, ex superpoliziotto morto per infarto il 9 marzo 2025 e coinvolto nello scandalo Equalize, era il depositario di tante confessioni di boss e pentiti. Sia Gallo che il boss hanno vissuto una vita fatta di “rapporti indicibili”, intersezioni tra criminalità e servizi deviati. Vi spieghiamo qui in che modo le storie di Domenico Papalìa e il superpoliziotto si sono intersecate

Foto: Ansa

Chi era davvero Domenico Papalìa? Morto a 81 anni dopo quasi mezzo secolo di carcere, resterà nella storia come l’uomo che portò la ‘ndrangheta  al Nord

Nasce in un giorno di confine, Domenico Papalìa: 18 aprile 1945. L’Italia sta cambiando, a Torino è indetto lo sciopero generale dal Comitato di liberazione nazionale, il preludio all’insurrezione. Giorni di confine tra un'Italia fascista e una liberata. Giorni che spezzano la linea temporale del nostro Paese in un prima e un dopo. Domenico Papalìa ha avuto poco a che spartire con i valori che in quei giorni stavano trovando concreta manifestazione. La sua esistenza come boss mafioso però, in maniera analoga, ha segnato un prima e un dopo nella storia della ‘ndrangheta. Domenico “Micu” Papalìa è morto a 81 anni all’Ospedale San Paolo di Milano, dove era ricoverato per l’aggravarsi delle sue condizioni dovute a un tumore da cui era affetto da tempo. “È stato lasciato libero perché non c’era più niente da fare. Ha passato gli ultimi giorni in tranquillità”, ci dicono i familiari che lo avevano rivisto dopo che il 18 luglio gli avvocati avevano ottenuto la scarcerazione per motivi di salute. Gli ultimi 49 anni, invece, li ha vissuti in cella, salvo qualche uscita grazie ai permessi. Era ritenuto un boss capace di impartire ordini e direttive anche dalla detenzione, il traghettatore della mafia platiota al Nord, con centrale a Buccinasco.

Domenico Papalìa
Domenico Papalìa Ansa

Don Micu ha scontato tre ergastoli per gli omicidi di Antonio D’Agostino, Umberto Mormile e Pietro Labate. Per il primo di questi fu dichiarato innocente nel processo di revisione del 2017. E fu anche il caso più mediatico. Il giudizio contro il boss venne raccolto dal mondo radicale come esempio di ingiusta carcerazione e anche oggi l’associazione Nessuno tocchi Caino, fondata da Marco Pannella, ha ricordato Domenico descrivendolo come una persona incapace di nuocere a nessuno, quindi “letteralmente innocente”. Altri richiami all’innocenza arrivarono da parte di Ferdinando Imposimato, il giudice che lo aveva rimandato a giudizio e che al Maurizio Costanzo Show nel 1993 si disse “roso dai morsi della coscienza” per aver contribuito alla presunta ingiustizia; e sempre “innocente” lo descrisse Nino Gioè, fedelissimo di Totò Riina, morto suicida nel carcere di Rebibbia il 28 luglio 1993, nella lettera di addio. Le altre due sentenze restarono definitive: Umberto Mormile era un educatore del carcere milanese di Opera, ucciso nel 1990 da due sicari a Carpiano, in un primo momento rivendicato dalla Falange Armata. Il mandante venne poi identificato proprio in Domenico Papalìa: Mormile sarebbe stato ucciso per un parere negativo sulla concessione di un permesso al boss, ma un’altra pista riguarda i presunti contatti “informali” tra Papalìa e i servizi di cui Mormile era venuto a conoscenza. L’altro ergastolo definitivo per Papalìa arriva dall’operazione Nord-Sud del 1993, nata dalle dichiarazioni del pentito Saverio Morabito alla Criminalpol e al pm Alberto Nobili. Papalia viene indicato come mandante dell’omicidio dell’avvocato Pietro Labate, ucciso a Milano nel 1983. A raccogliere le dichiarazioni di Morabito fu Carmine Gallo, allora membro della Criminalpol. Gallo negli anni delle grandi indagini sui sequestri di persona seguì diversi collaboratori legati agli ambienti della 'ndrangheta. Tra questi Nunziatino Romeo, figura vicina alla famiglia Barbaro-Papalìa e poi collaboratore di giustizia. Negli interrogatori dell’inchiesta Equalize, Gallo raccontò di averlo convinto a collaborare e ricordò il suo contributo decisivo nel sequestro di Alessandra Sgarella, rapita nel 1997: fu un’informazione fornita da Romeo, disse Gallo, ad aiutarlo ad arrivare alla liberazione della donna. Romeo è inoltre una figura importante nella vicenda Mormile, per le dichiarazioni sui presunti rapporti tra Papalìa e apparati dello Stato. Gallo infatti intrattenne rapporti anche con Salvatore Pace, condannato in primo grado per concorso morale nell’omicidio di Mormile e poi assolto in appello. La Corte d’assise d’appello di Milano lo ha assolto nel marzo 2025 “perché il fatto non sussiste”. È anche attraverso queste figure e questi rapporti che, a distanza di decenni, la storia di Gallo torna a incrociare quella di Papalìa. 

Carmine Gallo
Carmine Gallo Ansa

Gallo torna protagonista in una vicenda molto più recente: l’inchiesta Equalize. Intorno alla società fondata da Enrico Pazzali si sarebbe sviluppato un sistema di dossieraggi alimentato da accessi abusivi a banche dati riservate, con informazioni raccolte su politici, imprenditori e giornalisti. Tra i principali indagati figurano Gallo e l’informatico Samuele Calamucci, che avrebbe sviluppato gli strumenti utilizzati per accedere ai database. È proprio l’inchiesta Equalize a riportare alla luce i rapporti che Gallo aveva costruito a partire dagli anni Novanta con esponenti della criminalità organizzata e boss pentiti. Gli inquirenti parlano di relazioni e “rapporti indicibili” mai negati dal superpoliziotto. Gallo, “l’uomo che sapeva troppo”, morì per un infarto il 9 marzo 2025 mentre si trovava ai domiciliari, dieci giorni prima dell’udienza davanti al Tribunale del Riesame prevista per il 19 marzo. Una morte che l’autopsia ha attribuito a cause naturali e che renderà inaccessibili confidenze raccolte nel corso di decenni, dettagli di quei “rapporti indicibili” tra criminalità organizzata e apparati dello Stato. Rapporti altrettanto indicibili quanto quelli che nella sentenza di Appello per il delitto Mormile vengono attribuiti a Domenico Papalìa.

I funerali di Carmine Gallo
I funerali di Carmine Gallo Ansa

In Lombardia ci sono cognomi che ritornano: Papalìa, Barbaro, Trimboli, Morabito. Tornano in inchieste pesanti, che toccano servizi deviati e vecchi malavitosi, e altre che invece coinvolgono criminali di curva. Domenico Papalìa, nipote e omonimo del boss morto oggi, è citato nelle carte (pur non essendo mai stato indagato) dell’indagine Doppia Curva sulle tifoserie ultras di Inter e Milan. Il filo che lega i due mondi è corto: Domenico Papalìa classe 1983, figlio di Antonio Papalìa, compare nelle carte (ma mai indagato in nessun modo) per i suoi rapporti con Rosario Calabria. Calabria non è parente dei Papalìa: è invece cugino da parte di madre di Antonio Rosario Trimboli. Trimboli, a sua volta, è legato alla famiglia Papalìa anche attraverso il matrimonio: è sposato con Clementina Perre, figlia di Francesco Perre, indicato come vicino alla cosca Papalìa. Al matrimonio di Trimboli, inoltre, Domenico Papalìa fu compare d’anello. Calabria e Trimboli erano già stati fermati insieme a Domenico Papalìa nel 2007, a Bianco. A Domenico Papalìa è poi intestata l'auto con cui alcuni ultras del Milan partirono per la spedizione punitiva di Motta Visconti. Insomma, Domenico è legato a Rosario Calabria e Antonio Rosario Trimboli, mentre i due originari di Locri conoscono Luca Lucci, capo ultrà della curva Sud del Milan. Lucci in primo grado è stato condannato a 10 anni in quanto vertice dell’associazione a delinquere nata nel lato rossonero di San Siro ed è accusato di essere un narcotrafficante: per l’hashish era “il numero uno in Italia”, dice Calabria. Di Lucci ha parlato negli ultimi verbali il collaboratore di giustizia Marco Ferdico, ex leader della curva Nord interista: secondo quanto riferito ai magistrati, Lucci e gli ultras nerazzurri avrebbero stretto un accordo prima del derby di Champions del 2023, promettendosi la spartizione dei ricavi in vista della finale di Istanbul. “Non ci rispose immediatamente”, dice ancora Ferdico. Prima Daniele Cataldo si occupò di raccogliere un ulteriore assenso; Ferdico a quel punto chiede ad Antonio Bellocco, presente anche lui per la trattativa, “e lui mi disse Sarino Trimboli”. L’ultimo ok lo avrebbe dato Antonio Rosario Trimboli, vicino a Domenico Papalìa.

Luca Lucci, il "Toro" della Sud
Luca Lucci, capo ultras della curva Sud Ansa

Domenico Papalìa, don Micu, aveva 81 anni, era malato di cancro e per questo era uscito dal carcere di Parma; appelli dei Radicali e di diverse associazioni per i diritti dei detenuti evidenziarono l’incompatibilità del carcere con lo stato di salute dell’ex boss. Da qualche giorno era uscito, dopo mezzo secolo in prigione. “Non c’era più niente da fare”, dice chi gli è stato vicino, “ha vissuto gli ultimi momenti con tranquillità”.

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