Fuori c’è il fuoco, dentro il Tribunale di Milano l’aria condizionata è sparata sulla schiena di giornalisti e familiari di Vittorio Boiocchi. Marco Ferdico è collegato a distanza: ora è un collaboratore, non lo vedremo più di persona a processo. Il solito collo di Andrea Beretta rivolto verso la telecamera, Pietro Andrea Simoncini palestrato, maglietta azzurra attillata e barba e capelli messi a posto. Daniel D’Alessandro ha lo stesso look: capelli raccolti in un codino e barba lunga. Gianfranco Ferdico, anche lui collegato dal carcere, è appoggiato con le braccia conserte a un tavolino. Marco dal suo racconto tiene fuori il padre da tutti i passaggi fondamentali. Sapeva ma non ha contribuito in nessun modo. Dal pentimento di Ferdico, forse, Gianfranco trarrà i maggiori benefici. Fa caldo, è l’8 di luglio, chi è in Corte d’Assise ha un outfit estivo, solo i legali sono in completo, tranne l’assistente dell’avvocato Ventura che invece ha un vestito floreale verde e leggero. L’altra volta si è andati per le lunghe, Marco Ferdico è stato un treno: ha restituito dettagli su cui Beretta era stato vago. Il quadro della curva Nord è stato arricchito di nuovi particolari. A maggior ragione che ora, da collaboratore, può collegare altri fatti, altre circostanze. L’udienza si apre con l’avvocato Mirko Perlino che rinuncia al mandato come difensore di Gianfranco in seguito alla collaborazione di Marco. Pronuncia un breve discorso: “Ho visto soffrire troppe persone”. Conosce personalmente gli imputati e la famiglia di Vittorio. Anche lui è un tifoso. Si augura che tutta questa storia sia di insegnamento per i giovani: una passione non deve tramutarsi in un fatto di sangue. Manca l’avvocato Cappetta, che a sua volta ha rimesso il mandato come difensore di Ferdico jr. Solo dopo, a udienza inoltrata, entrerà, con il solito abito blu, sedendosi di fianco a Perlino.
Gianna Pisu e le figlie di Boiocchi sembrano più rilassate: la collaborazione di Marco avvicina la verità, e magari il fatto di non vedere coloro che hanno ideato l’omicidio del padre rende tutto meno doloroso. I pm Storari e Ammendola sono i primi ad esaminare Ferdico. L’imputato ammette che fino all’ultima udienza stava provando a prendere meno anni, ma alla fine dell’esame si è sentito “svuotato”. E quindi ha deciso di parlare, in tre diversi interrogatori, con i magistrati. Parte soffermandosi su un aspetto simbolico che l’omicidio Boiocchi avrebbe dovuto incarnare: “Dovevamo sparargli in faccia, era un segnale da mandare a tutti quelli che avrebbero avuto pretese nei confronti della curva Nord”. Ferdico sapeva che il buco lasciato da Vittorio avrebbe attirato appetiti di famiglie e gruppi criminali, che il parafulmine costituito da lui e Beretta non sarebbe bastato a difendere la curva Nord. Marco quando parla è convincente, le figlie e la vedova di Vittorio, fino ad ora serene, si agitano.
Già prima dell’omicidio Ferdico si era reso conto, guardando al futuro della Nord, della necessità di avere qualcuno a fare da ombrello. Ed è altrettanto convinto che il risolutore dei problemi debba essere cercato in Calabria. Lì ha stretto rapporti personali importanti, conosce sua moglie Aurora Simoncini e il padre di lei, Pietro Andrea Simoncini. Sul suocero le parole sono pesanti. Da questa udienza, Simoncini ne esce come un personaggio che in faccende di mafia è invischiato eccome, uno che avrebbe già fatto un omicidio (su cui la Procura sta indagando) e che quindi è allenato abbastanza per compiere l’azione contro Boiocchi; è legato alla locale di Soriano degli Idà ed Emanuele, ha l’assenso delle famiglie per salire a Milano e far fuori Vittorio. Prima era uno sprovveduto con problemi di soldi, disposto a tutto pur di mettersi in tasca qualcosa, mica un mafioso; oggi, invece, appare come l’uomo giusto, con il curriculum giusto, a cui affidare l’omicidio che cambierà gli equilibri nel mondo criminale di Milano. E sì, è vero, dice Ferdico, che sulla strada per via Fratelli Zanzottera cade con lo scooter, facendosi male a una spalla. Così non può sperare. Poi Bellebuono - agitatissimo sulla sedia mentre Marco racconta – prende in mano la situazione, si fa scarrellare l’arma e fa fuoco, prendendo al collo Boiocchi nel tentativo di colpirlo in faccia. Come avrebbero fatto dei mafiosi. Su Simoncini aggiunge un aneddoto significativo: mentre parlava con Nepi, descritto anche stavolta come il fomentatore di tutta questa storia, colui che “ha creato” l’omicidio, Simoncini aveva risposto a una provocazione dicendo qualcosa come: “Con me non scherzare, sono un ‘ndranghetista”. Nepi sfotteva Beretta, Ferdico e tutto il gruppo che voleva prendersi la curva: ancora non l’avete fatto, avete paura, lui – Vittorio - sta ancora bene. Prese per il cu*o che a Pietro Andrea danno fastidio: lui è un mafioso.
Ferdico parla di Simoncini, Nepi e anche di un altro compago di curva finora mai citato: Matteo Norrito. Lo tira dentro perché, prima dell’omicidio, Marco e Beretta vanno da lui senza preavviso, alle 11 di sera, a chiedergli il TX blu da prestare ai killer. Norrito però si rifiuta perché ha fatto una modifica al manubrio e quindi il suo scooterone sarebbe riconoscibile. E dà un consiglio ai due: perché non lo ammazzate di botte? Un omicidio a colpi di pistola attira l’attenzione, i calci e i pugni sono meno appariscenti. E poi Boiocchi è malato di cuore, magari crepa per lo choc. Ma le risse sono roba da stadio, qui invece serve un segnale a tutto il mondo criminale.
Mauro Nepi è descritto come l’uomo che ha caricato il carretto di Beretta e messo il tarlo a Ferdico. A lui è stata contestata la premeditazione, che gli impedirebbe l’accesso al rito abbreviato. Nepi ha apparecchiato il delitto, da dietro le quinte. Così almeno dice Marco. Il vero obiettivo però è economico: dopo l’omicidio anche Maurino vuole una parte di curva Nord, perché in fondo è lui che ha messo in contatto Andrea e Ferdico. Il giorno dell’omicidio fa l’unica cosa pratica e utile, e cioè avverte i compagni quando Boiocchi lascia lo stadio prima di Inter-Sampdoria per tornare a casa. A fine anno, i nuovi capi gli riconosceranno 25mila euro della Champions League. La finale del 2023 vale 150mila a testa per Beretta, Ferdico e Bellocco; altri 15mila euro vanno a Norrito, semplicemente perché è un amico. 130 sono per Luca Lucci, che però dovrà compensare con 20mila euro guadagnati dalla vendita di 10mila bandiere dell’Inter. Jacopo Cappetta è il difensore di Lucci e degli altri membri della Sud già condannati in primo grado per l’indagine Doppia Curva. Il Toro ha altre accuse pendenti per narcotraffico e le ultime dichiarazioni di Ferdico complicano le cose anche per lui: la sua gestione dell’affare per la Champions faceva capo al ‘ndranghetista “Sarino” Trimboli. Cappetta ha assistito una persona che ha fatto un danno ad altri suoi clienti. Chissà cosa pensano gli ultrà rossoneri di tutto questo.
Ferdico, come Beretta, è di spalle. Fa avanti indietro sulla sedia e ogni tanto dall’inquadratura spunta il braccio destro tatuato che usa per tenere il tempo, cercando di dividere con la mano di taglio il prima e il dopo degli eventi. La famiglia di Marco, per ovvie ragioni, è assente, ma in generale c’è meno gente in aula, meno telecamere puntate, meno giornalisti. Il filo del discorso viene interrotto solo da poche domande dei pm. Sì, già prima del 29 ottobre 2022 Ferdico ha messo in conto di chiamare un protettore dalla Calabria. Inizialmente con l’amico Salvatore Nucera pensa ad Alessandro Morabito e al suo clan: il costo della protezione sarebbe stato di 100mila euro all’anno. Ferdico ha dei dubbi, ancora non sa qual è il giro d’affari, non può impegnarsi per una cifra così alta. Ma a Milano, dal 2021, c’è Giuseppe Idà, con cui Ferdico ha già dei contatti: gli trova casa, fanno affari con la cocaina, da lui acquista i telefoni criptati con cui spacciare. E la locale di Soriano sa già che Simoncini è il killer designato. Antonio Bellocco, poi, lo porterà su lui. Dell’omicidio parla con Idà e Monardo sui campi della Real Milano, a settembre 2022, Ferdico è infortunato, i due calabresi sono andati a vederlo. Parlano in tribuna 5 minuti. Garantiscono che una volta fatto fuori Boiocchi la protezione c’è.
Il triumvirato nasce così. La prima cosa da fare è mettere in un angolino gli Hammer di Mimmo Bosa, che si erano fatti avanti. Poi serve mettere ordine nella spartizione dei guadagni: Ferdico e Totò sanno che il merchandising di curva Nord vale tanto, Beretta ha fatto un grande lavoro. Quello tra i nuovi capi è un “patto sacro”, dice Ferdico: tutto deve essere diviso equamente. Ma il sospetto è che Andrea tenga una parte per sé. Qualche volta l’idea di ucciderlo era balenata, ma niente di serio. Beretta serviva alla curva, aveva carisma, era rispettato, e poi Marco gli aveva voluto bene. Così per un anno il pensiero circola ma non viene messo a terra. Solo a questo punto Beretta, finora praticamente immobile sulla sua sedia in carcere, si rivolge a qualcuno lì con lui, disegna delle righe con le dita sul tavolo, come se volesse sottolineare ciò che dice dall’inizio, e cioè che in quell’estate lui stava rischiando di essere sdraiato. “Ero timoroso del fatto che i Bellocco pensassero che io stavo con Beretta e che mi intascassi dei soldi alle spalle di Totò”, aggiunge Ferdico. La prova definitiva sarebbe stata un altro omicidio: a settembre 2024 pensa davvero di uccidere Beretta. Ne parla con Bellebuono, il tossico sempre a disposizione, ma opta per Giuseppe “Pinna” Boerio. Le due armi erano: una 38 che Marco ha già per difesa personale e una 7.65 fornita dagli stessi Bellocco. Chiede una consulenza anche a Norrito: Pinna doveva sparare in mezzo alla strada, fuori da un ristorante. Norrito serve per tenere monitorata la società: è amico di Claudio Sala, lo Slo dell’Inter, lui può aggiornare gli ultras sullo stato delle indagini in corso. Il vero problema, però, è che Beretta sembra sapere qualcosa: va in piscina con Ferdico e Bellocco con “la faccia di vetro”, sempre nervoso, qualcosa chiaramente non va in lui. Da come si muove ipotizza che Andrea sia armato: “Così ci fa lui a noi”. Con Pinna quindi decidono di agire. Il 4 settembre, mentre Antonio viene ucciso a coltellate, Marco sta prendendo la 7.65 con silenziatore che Totò aveva preso da suo fratello (e che Pinna riconsegna ai Bellocco per mezzo di un’altra persona): solo dopo scopre che a parlare è stato D’Alessandro, il tossico che ha sempre considerato un fratello nonostante i danni. Troppo instabile, Bellebuono, dopo Beretta sarebbe toccato a lui. “Se non è morto è perché non ho avuto la conferma”. “Dopo il derby del pareggio di Gabbia al novantaseiesimo avevo pianificato di portarlo a Ponte di legno in montagna, ucciderlo e seppellirlo. Mio padre mi ha frenato”.
Bellocco viene ammazzato, manca poco agli arresti. Ferdico capisce tutto e chiede a Davide Cancelli degli Irriducibili di liberarsi della fattura del furgone usato per il delitto Boiocchi. Sa che l’assassinio di Totò è il punto finale di un’indagine più lunga. Marco ha risposto alle domande dei pm, è un collaboratore. L’ha fatto perché si è sentito svuotato e, forse, perché fuori dal carcere lo aspettano una moglie e due bambini piccoli. Nessuno ha altre domande, la seduta è aggiornata: il 22 settembre parleranno Simoncini e Gianfranco Ferdico. Prima della chiusura, quando la giuria sta praticamente lasciando l’aula, Marco riprende la parola: “Spero che Simoncini faccia la scelta giusta”. Il suocero fa il gesto italiano: che vuoi da me? Gianfranco, suo padre, pare invece pronto a parlare con i magistrati.