A Pietracatella succedono cose strane. Ma strane davvero. Di quella stranezza fatta di facciata perfettina e sussurri maligni dietro le persiane. E se ormai è considerato normale amministrazione persino un parroco che manda a quel paese i giornalisti — un cortese e pastorale invito a occuparsi d’altro, tipico di chi confonde il segreto istruttorio con il dogma della Fede — quello che rimane assurdo, ma assurdo davvero da spiegare, è ciò che succederà sabato. Il cinismo dei tempi moderni esige che lo spettacolo continui, persino quando il sipario è intriso di tossine del ricino e i corpi di Antonella Di Ielsi e della piccola Sara Di Vita (che, è bene ricordarlo, aveva solo quindici anni) giacciono ancora come ombre ingombranti sulla coscienza collettiva.
Il neo eletto sindaco, l’ex vicesindaco cresciuto politicamente proprio nelle passate legislature di Gianni Di Vita, risponde al nome di Antonio Tomassone. Costui, forte del successo elettorale del maggio scorso, ha decretato che il tempo del cordoglio ha consumato le sue candele. Anzi, i ceri. Ha deciso che è passato abbastanza e che è ora di fare festa. Sì, è tutto vero. Sabato, stando a quanto è dato sapere, è il gran giorno. Un’esibizione di opportunismo che sa di profano, al punto che persino i vertici molisani del Partito Democratico si starebbero muovendo freneticamente dietro le quinte per evitare che il loro esponente proceda su un’intenzione così poco opportuna, un suicidio d’immagine mascherato da brindisi. Lasciatecelo dire: un ballo sul sepolcro che nemmeno Antonio Albanese avrebbe immaginato per il suo Cetto La Qualunque.
Intanto, quasi a voler ricomporre il quadro di una macabra normalità domestica, a Pietracatella sarebbero tornati a vivere proprio Gianni Di Vita e sua figlia Alice, quest’ultima fresca reduce dalle fatiche della maturità. I due si erano trasferiti a Campobasso nei mesi scorsi, un esilio precauzionale dopo aver vissuto nella casa di Laura Di Vita, cugina della famiglia e persona che, stando alle indiscrezioni che filtrano dalle stanze blindate della Procura di Larino, è inserita nella cerchia ristretta dei sospettati. Si parla — ma il condizionale è d’obbligo nel rigoroso rispetto della cronaca — di attenzioni degli inquirenti concentrate su due donne e un uomo. E in questo groviglio di consanguinei e rancori sopiti, rimane difficile pensare che una delle due donne non sia proprio Laura.
Sospettati, però, non significa indagati, è bene chiarirlo. Così come è bene non dare per scontato che gli altri due sospettati siano invece il superstite Gianni con la figlia sopravvissuta (infatti per l’altra figura femminile le voci di paese descrivono una persona avanti con gli anni). Indiscrezioni a parte, il dato di fatto, ad oggi, è che non c’è un indirizzo preciso nelle indagini per la morte da sostanza velenosa. Un vuoto che probabilmente non si colmerà prima della terza settimana di luglio, quando sarà completato un ulteriore e massiccio giro di escussioni da parte dei magistrati di Larino e della Questura di Caèpobasso. Sarà risentito anche il parroco del paese, quel Don Stefano il cui silenzio e i cui rimbrotti ai cronisti tradiscono un nervosismo non propriamente celestiale. C’è il sospetto, come riporta Morning News, fondato, emerso dagli approfondimenti tecnici e dagli accertamenti informatici, che la povera Antonella potesse aver scoperto un qualche segreto inconfessabile. Un dettaglio fatale.