La famiglia Di Vita fa muro: è stato un incidente. Anzi, sembra pure che abbia deciso di incaricare una agenzia per tutelarsi rispetto a quanto viene detto e scritto, in particolare sul conto della cugina Laura Di Vita. La Procura della Repubblica di Larino, però, al fatto accidentale sembra non pensarci quasi più e, anzi, si muove nella direzione di un’indagine per omicidio. La domanda, semmai, è quanti volesse ucciderne chi ha scelto di uccidere e non se la morte di Antonella di Ielsi e Sara Di Vita possa essere avvenuta per una tragica fatalità. Chi ha ucciso le due donne, stroncate nei giorni di Natale da un’esposizione acuta alla ricina, voleva forse spazzare via l’intera famiglia? E’ anche per trovare questa risposta che c’è un'apparente frenesia tecnica nell'allargamento del pool investigativo disposto dalla Procura di Larino, che per il prossimo 29 giugno a Pavia conferirà l'incarico a nuovi consulenti. Ma dietro lo sbarco degli specialisti delle minacce biologiche del Robert Koch Institut di Berlino, la vera partita non si giocherà sul frigorifero, ma sugli esseri umani (almeno quelli che ci sono ancora).
Squadra Mobile di Campobasso e polizia scientifica tedesca lavoreranno su settanta reperti alimentari: diciannove prelevati nell’immediatezza del dramma, altri trentasinque congelati tra frigo e freezer il 7 gennaio, e sedici ereditati dalle dispense di una parente. Conserve fatte in casa, barattoli di marca, borracce contenenti liquidi ormai opachi ora destinati ai laboratori tedeschi. La caccia alla tossina si estenderà persino ai mobili, agli indumenti, ai tessuti. Eppure, la sensazione diffusa è che questa monumentale perquisizione tardiva possa risolversi in un enorme buco nell'acqua. Perché la ricina si dissolve facilmente: arriva, fa danni tragici e poi scompare. Volatile e spietata.
Rintracciarne filamenti puri o degradati in matrici organiche alterate dal tempo, dopo sei mesi di ghiaccio, sbalzi termici e contaminazioni ambientali all'interno di frigoriferi spenti, rischia di essere roba da illusi. O fantascienza. Insomma: una suggestiva caccia all’introvabile o, al limite, un atto dovuto per non lasciare scoperto alcun fianco procedurale. I super esperti di Berlino lo sanno perfettamente: la biologia risponde meglio se interrogata nei tessuti vivi. E è esattamente qui, in questa certezza, che potrebbe stare il vero motivo dell’incarico ai super esperti tedeschi. Gianni e Alice Di Vita saranno sottoposti a nuovi e profondi esami ematici. L’obiettivo della Procura? Escludere, o mappare, una singolare, straordinaria – e ipotetica - resistenza immunitaria alla tossina.
Se i flaconi di sangue dei due superstiti dovessero rivelare un’alta concentrazione di anticorpi specifici alla ricina, lo scenario cambierebbe radicalmente. Potrebbe essere la prova scientifica di un’esposizione prolungata, ripetuta nel tempo, a dosi subletali, che avrebbe progressivamente "vaccinato" i loro organismi. Così, mentre i dispositivi elettronici vengono rivoltati alla ricerca di strappi nei rapporti familiari, la verità sul Natale di morte del Molise potrebbe non essere nei cibi, ma dentro il siero di chi è rimasto.