Il mandante, l’uomo che ha messo i soldi per uccidere Vittorio Boiocchi, ha già parlato. Il braccio armato, colui che ha eseguito l’azione, si è limitato a qualche dichiarazione spontanea. Ora tocca alla mente del delitto. Nella stessa aula della Corte d’Assise del Tribunale di Milano comincia la seconda udienza per l’esame degli imputati del processo per l’omicidio dello Zio. Stavolta nel gabbiotto oltre a Marco Ferdico, maglia nera, i soliti jeans stretti e scarpe nere, c’è suo padre Gianfranco, felpa grigia su camicia bianca, anche lui jeans scuri e Nike bianche. Parlano mentre ancora i giudici non sono entrati, il padre seduto e il figlio in piedi con le mani dietro la schiena. L’aula è piena e Gianna Pisu è accompagnata dalle due figlie, più distese rispetto all’udienza precedente, quando hanno rivisto Marco per la prima volta. In prima fila il pittore che ha realizzato i ritratti dei protagonisti di questa storia. Mostra i disegni ai giornalisti: Ferdico di schiena con la camicia Burberry, Bellebuono seduto con il ciuffo raccolto da samurai, l’avvocata di Beretta Adriana Fiormonti in piedi davanti al microfono. Arriva Aurora Simoncini e si siede davanti al gabbiotto. Dietro di lei la sorella di Marco, accompagnata da altri familiari. Come l’ultima volta, c’è Franco Caravita, in piedi dalla parte opposta dei due imputati. Nemmeno li guarda. Jacopo Cappetta e il pm Storari parlano un po’ dopo che l’altra volta c’erano stati degli screzi. Poi il legale si allontana e va a stringere la mano a Gianfranco e Marco. L’avvocato di Gianfranco in realtà è Mirko Perlino, che intanto spiega alla famiglia la scaletta: Marco sarà il primo ad essere esaminato. Anche Perlino sembra meno nervoso. Ferdico invece sarà un fiume in piena.
Si comincia pure oggi con un po’ di ritardo. Il problema stavolta è il collegamento con Simoncini. Poi appare, scuro sullo sfondo, appoggiato al solito tavolo, e allora si può iniziare. Marco Ferdico esce dal gabbiotto e si siede al banco degli imputati. Esordisce dicendo che lui va in curva da quando ha “12-13 anni”. Conosce presto Nino Ciccarelli, entra nei Viking, fa tutta la gavetta da ultrà e a luglio 2022 è il lanciacori, colui che dalla balaustra fa cantare la curva. Un ruolo prestigioso affidatogli sempre da Ciccarelli. Ferdico parla bene, fluido, si è preparato, spiega nel dettaglio i vari passaggi, si ricorda le date (a differenza di Beretta), i colori dei veicoli utilizzati, circostanze e luoghi. Con Beretta il rapporto diventa concreto nel 2015 durante una vacanza a Formentera. I due si conoscono da tempo ma lì diventano più intimi. E cominciano a lavorare insieme, seppur non con cose da stadio. Avevano un locale a Melzo con un terzo socio, il quale, spiega Marco, sospettava che Beretta già allora rubasse i soldi dalla cassa. È una specificazione che farà altre volte: descrive Beretta come uno attaccato ai soldi, assolutamente capace di nascondere i guadagni ai compagni. Persino a Boiocchi. Marco e Andrea aprono comunque un altro locale, il Flower a Carugate, e anche lì nascono delle frizioni perché Beretta voleva riprendersi la sua parte liquidando Ferdico con 20mila euro, gli stessi investiti per entrare in società, quando il valore dell’impresa era certamente cresciuto. Nel 2016 “si appiccicano” ancora per denaro. Non si parleranno fino al 2022, l’anno dell’omicidio Boiocchi.
Sul vero momento di svolta della curva Nord, Ferdico conferma la versione di Beretta: Dede Belardinelli muore negli scontri a margine di Inter-Napoli e il duo Boiocchi-Beretta fa la mossa. Boiocchi in quel caso attacca il vecchio direttivo: “Siete dei senza palle”. Lo fa con una forza che supera quella di un capo ultrà: “È la presa di curva Nord di un criminale”. La cosa strana, prosegue Marco, è lo schieramento di Beretta, a fianco di Vittorio, dato che Andrea era stato testimone di nozze di Walter Nale, precedente membro del direttivo. Invece Nino Ciccarelli “faceva un po’ l’indiano”, ne parla come di un tossico incapace di gestire una curva. Gli Irriducibili, che come gli altri gruppi furono costretti a un cambio di leadership, se li prende Max Lodi. Siamo a fine 2018.
Marco assume un ruolo più definito in curva nel 2022. Sfrutta le caratteristiche mostrate in aula: sa parlare, ha una presenza forte. Comincia a essere l’uomo social della tifoseria, il volto della Nord. Racconta questa storia come se l’avesse sentita mille volte, si ferma solo per bere e chiedere una caramella per sciogliere il discorso. Per il resto, va come un treno, senza sosta, apre parentesi che chiude dicendo “magari dopo ne parliamo”. Si sofferma su un passaggio dal forte valore simbolico e sostanziale: il 12 maggio 2022 Inter e Juventus sono in finale di Coppa Italia allo Stadio Olimpico. Vincono i nerazzurri 4-2 ai supplementari con gol di Barella e Calhanoglu e una doppietta di Perisic. A fine partita i giocatori vanno sotto il settore degli ultras interisti. In balaustra c’è sempre Marco Ferdico, il quale si sporge in avanti verso Bastoni che gli dà la maglia: “Questa maglietta sarà fondamentale nell’omicidio di Vittorio Boiocchi”. Nel codice ultras una maglietta è ben di più di un cimelio: è il segno del riconoscimento. Gli Irriducibili infatti la vogliono e la chiedono a Marco, che viene difeso dall’intervento di Renato Bosetti, altro leader di curva Nord, e alla fine riesce a tenersela. Su quanto accaduto al Tenconi e lo scontro tra Boiocchi e Beretta non sa dire molto, ha solo la versione riferita da Mauro Nepi e Andrea. Simile anche il ricordo del viaggio a Roma per la commemorazione di “Diabolik”: ci sono tanti membri della curva, “tutti drogati”, si fanno di coca dietro nel furgone mentre Andrea e Marco stanno davanti. “Beretta era uno che quando arrivava si spostavano i tavolini”. Aveva carisma. Con lui è meglio stare in pace. E in fondo è un vecchio amico, sono cresciuti giocando a calcio insieme. Quel viaggio a Roma è l’occasione per ricostruire un rapporto. Così accade.
Su Mauro Nepi, invece, ha molto da dire: “È lui quello che armava queste vicende”. Marco lo ripete varie volte: è Nepi che “carica il carretto” di Beretta contro Boiocchi; è Nepi che fa da ponte tra Ferdico e Andrea, unendo le paure di uno e dell’altro e rivolgendole contro lo Zio; è Nepi che dice a Ferdico che Beretta ha messo 50mila euro sul piatto per l’omicidio; è Nepi che fa ascoltare a Ferdico dei vocali mandati sul gruppo del direttivo della curva in cui Boiocchi avrebbe detto “questo lo stiriamo”. La ragione della minaccia è appunto la maglia di Bastoni. Della serie: come si permette uno che non conta nulla di tenersi per sé la maglia di un giocatore così importante? Nepi, nella ricostruzione fatta in aula, è l’uomo chiave per capire l’origine del delitto, “il fomentatore”.
Nell’udienza precedente Beretta ha assicurato: lui i sopralluoghi non li ha fatti. O meglio: non è possibile distinguere un sopralluogo da un qualsiasi passaggio fortuito sotto casa di Boiocchi. Andrea l’avrà accompagnato mille volte. Per Ferdico non è così: dice che ci sono andati insieme sulla Fiat 500 in uso alla moglie di Beretta, e che Andrea gli ha mostrato la posizione del garage, dell’androne, che gli ha dato le chiavi per arrivare fin sotto l’ingresso. “Qua gli sparate”, gli avrebbe detto. “Difficile da ricordare? Non credo”.
Marco Ferdico è un flusso costante. In una mattinata restituisce dettagli sul funzionamento della curva, dell’imposizione della coppia Beretta-Boiocchi, dei profili dei personaggi coinvolti; e spiega soprattutto i fatti precedenti al 29 ottobre 2022. L’arma? La 7.65 con silenziatore la recupera Marco in Calabria contattando il compagno di sua suocera, Giuseppe Raffaele, reperita da “uno zingaro”. Marco la paga 3mila euro di tasca sua e la riporta a Milano, poi il 20 di ottobre va con Bellebuono e Beretta nella campagna davanti casa sua e la provano. D’Alessandro sbaglia a colpire una bottiglia da mezzo metro, Beretta si chiede se sia in grado di fare l’azione e peraltro l’arma si inceppa al terzo proiettile. Marco per tranquillizzarlo dice che insieme a Bellebuono ci sarà il suocero, al suo paese “si ammazzano come dei cani”. Sa sparare. Così non sarà. Ma l’arma funzionante manca. E non c’è nemmeno il mezzo. Quindi Beretta a quel punto “si adopera”: prima porta la Luger calibro 9x21 nera, il “gioiello” con cui verrà compiuta l’azione, e trova il Gilera con cui i due killer andranno sotto casa di Boiocchi. Prima del delitto, però, al contrario di quanto sostenuto da Beretta, per Ferdico lo scooter viene verniciato (di blu, non di nero) in un garage diverso da quello di casa sua. “Fa confusione tra il prima e il dopo l’omicidio”. È vero: Andrea non conosce i dettagli organizzativi, ne resta fuori. Allo stesso tempo però è pressante, “aveva la smania” di uccidere Boiocchi perché altrimenti sarebbe stato fatto fuori. Altra questione su cui Beretta sarebbe stato impreciso: è falso che lui e Simoncini si siano incontrati una sola volta. Pietro Andrea sarebbe stato di frequente al locale di Beretta a Pioltello. A un pranzo ci sarebbero stati pure Emis Killa e Jake La Furia, “amici di Andrea”.
Ferdico aggiunge altri particolari per dare l’idea di quanto approssimativa fosse l’organizzazione: Bellebuono, che non sapeva sparare, non era nemmeno capace di andare in moto, per questo Marco gli presta il T-Max per “fare dei giri” e imparare a guidare. Quelli di D’Alessandro sono giorni di avventura: spende i primi soldi anticipati in vizi, la sera prima del fatto continua a drogarsi, va a compiere un omicidio senza aver dormito, ancora sotto effetto di cocaina. Scuote le mani, Marco, mentre racconta: com’eravamo messi, sembra dire. E spiega anche il motivo per il quale, a suo dire, la scelta ricade proprio su D’Alessandro e Pietro Andrea Simoncini: il primo aveva un debito nei confronti di Marco, il secondo continuava a chiedere soldi in prestito perché era senza un soldo. Semplice. Il pm Paolo Storari chiede qualche chiarimento sulla questione della faida delle Preserre, un contesto nel quale in fase d’indagine è stata calata la figura di Simoncini. Ma l’ex ultrà la liquida con poco: il termine “faida” lo usa Beretta come un intercalare, non in riferimento alla guerra di mafia in corso in Calabria. È Marco quello “esperto” di malavita, quello “appassionato nel leggere tutto ciò che riguarda la mafia siciliana, calabrese e napoletana”. Non Beretta. Simoncini da parte sua non ha ancora parlato, è rimasto in silenzio dal carcere, immobile nel video: sicuramente su questo punto verrà incalzato dalle domande dei magistrati. Il pm fa anche domande di altro tipo: quanto aveva investito Ferdico a Ibiza nel settore immobiliare? Tra ciò che ha speso e perso a causa del processo circa 800mila euro. Di questi, facendo “i conti della serva”, circa 200mila sono dovuti ai business di curva Nord.
Quando spunta il nome di suo padre, Marco cerca in tutti i modi di convincere i giudici: non c’entrava niente, quello che sapeva l’ha capito da solo, non gliel’ho mai detto esplicitamente. “Voleva farci allontanare da questa idea” di uccidere Boiocchi. Nemmeno il giorno prima dell’omicidio ha avuto qualche ruolo organizzativo, lui la moto non l’ha neanche vista dopo la riverniciatura. Quando a San Siro si gioca Inter-Sampdoria Gianfranco è allo stadio insieme al figlio e alla sorella. Non sa che quello è il momento in cui cambierà la vita della sua famiglia. Vede la curva Nord svuotarsi e lì capisce. Sì, è vero, ha contribuito a cannibalizzare il Gilera a cose fatte, ma niente più. Anche Gianfranco non ha fatto in tempo a parlare: dovrà rendere conto di tutto nella prossima udienza.
“Non chiedo scusa alla famiglia Boiocchi, perché non c’è scusa per quello che è stato fatto”, “non chiedo scusa perché lo trovo ipocrita”. Gianna Pisu e le figlie si commuovono quando Ferdico pronuncia queste parole. È il passaggio più intenso di tutto il processo: l’organizzatore del delitto che, per una sorta di coerenza, non chiede perdono ma dice di comprendere il dolore della famiglia. “I miei avvocati mi hanno detto di non dirlo ma io lo dico lo stesso: Beretta aveva torto e Boiocchi aveva ragione”. Ferdico dice di averlo capito dopo, quando era troppo tardi: “Beretta gli rubava i soldi, io ho fatto questa cosa per uno che aveva torto”. Lo ha capito quando si è trovato nella stessa situazione una volta che lui, Andrea e Antonio Bellocco erano diventati i capi della curva: Beretta si teneva per sé parte dei ricavi del negozio a cui era attaccatissimo. Il pomeriggio alla ripresa le domande sono ridotte al minimo, le risposte secche. Marco è stanco, si è svegliato alle tre di notte per prepararsi e per la traduzione in aula dal carcere. “Non è facile star qui”. La presidente Bertoja capisce e aggiorna la seduta: “Non siamo qui per torturare l’imputato”. Il quadro diventa sempre più chiaro. Non tutto è stato ancora collocato all’interno del disegno. Mancano ancora due imputati. Poi le conclusioni spetteranno solo ai giudici.