A Como come a Lecce, Alessandro Bastoni è stato ancora una volta vittima di un bombardamento di fischi che oggi inizia a prendere i contorni del massacro gratuito, e ingiustificato. Sissignore ingiustificato. Perché i fatti di Inter-Juventus, per quanto non esattamente ascrivibili alle grandi regole del fair play, hanno fatto presto a trasformarsi in gogna vera e propria che non rientra neppure più nei limiti dell’ambito mediatico, trasformandosi in vero e proprio bullismo ad personam a gratis. I fischi del Via del Mare quanto quelli del Sinigaglia hanno scritto l’ennesima pagina di come il confine tra contestazione e deriva della stessa in anarchica baraonda sia piuttosto labile e sottile e il tifo sugli spalti finisce ad essere inchiodato da sé stesso configurando l’ennesima amara riflessione: i gradoni degli stadi vengono riempiti in maniera crescente da tifosi che sfruttano l’occasione per spalancare le valvola di uno sfogo personale e collettivo che riversa però sul mondo frustrazione e odio che nulla c’entra col supporto alla propria squadra. Sentimenti di cui lo sport dovrebbe essere privo e che in un Paese in cui la polemica e la caccia al colpevole fanno da protagonisti assoluti fanno presto a diffondersi a macchia d’olio, sfuggendo clamorosamente di mano. Critiche feroci al limite dell’assurdo, offese, attacchi personali, minacce di morte… un’escalation che da quel San Valentino sembra non arrestarsi e che riduce tutto ad una preoccupante polarizzazione di giudizio che discerne il mondo in eroe o traditore, fenomeno o disastro, giusto o sbagliato, obnubilando le centinaia di sfumature di mezzo che di quello stesso problema sono parte costitutiva. E che rischia di compromettere persino una causa super partes come la Nazionale da un giudice collettivo che, ad onor del vero, non dispone dei prerequisiti necessari per poter erigersi a tanto. A qualche settimana dai playoff per il Mondiale, appuntamento importantissimo quanto delicato per l’Italia di Gattuso, l’intero Paese sembra rivoltarsi contro uno dei senatori e pilastri della Nazionale azzurra. Gruppo squadra che senza Bastoni potrebbe incorrere ad una tragedia sportiva di cui gli italiani dovrebbero già conoscere le conseguenze. Certo, Gattuso né i vertici Federali hanno mai preso in considerazione l’idea di escludere il 95 di Chivu dalla Nazionale, ma tanto non basta a rendere più agevole e meno sconfortante e complesso il lavoro del giocatore. Il difensore interista si ritrova oggi bombardato da un accanimento che non può essere smussato da professionalità e fermezza mentale, queste inevitabilmente messe a dura prova da emozioni tutt’altro semplici da gestire in un clima d’odio tanto diffuso che ‘intossica’ anche l’ambiente in generale.
Emblematiche in tal senso le parole di Cesc Fabregas pronunciate ieri sera in conferenza stampa dopo lo 0-0 tra Como e Inter nel match d’andata della semifinale di Coppa Italia, quando l’allenatore dei lariani ha invitato, tra le righe, gli italiani a riflettere e a ravvedersi: “Penso che Alessandro sia un giocatore top e un grandissimo ragazzo; lo dico sempre perché studio l'Inter da anni. Sono cose da tifoserie che possono mettere nervosismo. Deve essere il futuro capitano della Nazionale italiana, è fondamentale e dobbiamo proteggerlo”. Uno spagnolo che fa agli italiani lezioni di tifo, oltre che di buon senso, nei confronti di una Nazionale che oggi più di altri momenti necessita il totale coinvolgimento di tutti. Frasi che dovrebbero far muovere qualche riflessione ad un’intera Nazione sempre pronta a pretendere rispetto senza mai riuscire a darlo davvero. “Perché succede a lui? Perché gioca nella squadra più forte in Italia. E quando a giocatori più forti succedono, senza andare nello specifico, cose che fanno alzare la voce, succede questo” ha anche detto l’allenatore del Como che, ancora una volta, tra le righe fa lezioni stavolta agli addetti ai lavori. Un’ammonizione nei confronti di chi scrive e racconta questo sport, messo sempre più a repentaglio da narrazioni che, nell’epoca storica in cui l’odio sembra essere il primo sentimento a portata di mano, mettono troppo spesso sotto il tappeto la responsabilità sociale di cui sono padroni. Responsabilità sociale che troppo spesso viene sottovalutata nel nome di una polemica che giova, ad oggi, soltanto ai click in un balletto collettivo che giova soltanto ad un denaro che tra non molto difficilmente potrà colmare il deserto morale nel quale stiamo sempre più scivolando.