Una cosa va detta subito, a costo di sembrare supponenti o di dover ammettere un domani di esserci sbagliati: o Alice Di Vita non è sospettata oppure sono matti tutti. Quella ragazza ha 19 anni e il fatto che le sia stato permesso di mandare avanti la sua vita – andando a vivere a Torino per l’università – è il segno che, almeno fino a oggi, non ci sono elementi che conducono a lei per quanto accaduto a sua mamma Antonella e a sua sorella Sara. Il “pericolo di fuga” o, peggio, il pericolo che, magari sentendosi braccata, potesse fare qualcosa di sbagliato, evidentemente non ci sono. E se non ci sono significa che, appunto, non è sospettata. Altrimenti non le sarebbe stato permesso di andare a vivere a Torino. Ecco perché fa effetto, oggi, leggere insinuazioni rispetto alla notizia che gli agenti della Mobile di Campobasso l’hanno raggiunta proprio a Torino per verificare dei dati sul suo smartphone. Quello smartphone agli agenti lo ha consegnato lei stessa. Lo ha sbloccato lei stessa. Ha, insomma, collaborato come una che ha niente da nascondere, come precisato pure dall’avvocato Facciolla che assiste sia lei che suo padre. E’ stato un controllo che niente c’entra coi sospetti. E meno che mai con “i cerchi stretti” di cui si parla da mesi e che in verità non si stringono mai. Anzi.
Signori, la verità è ancora una sola: il giallo di Pietracatella si trascina stancamente tra la polvere di un Molise muto e le attese infinite. A quasi un anno da quel Natale del 2025 in cui Antonella Di Ielsi e la figlia quindicenne Sara Di Vita vennero uccise dalla ricina dentro casa, la verità giudiziaria resta una ricerca verso ignoti. Dovevamo chiamarla “indagine Prometeo”, che si rigenera allo stesso modo quando ormai sembra consumata. Gli accertamenti sui reperti e sugli alimenti sequestrati – affidati agli specialisti tedeschi del Robert Koch Institut di Berlino – hanno collezionato l'ennesimo slittamento: un altro mese di proroga spostando l'orizzonte dei risultati direttamente a fine dicembre. Il tutto mentre qui si indaga ancora sui rifiuti della spazzatura e sulle cozze avanzate da un pranzo di lavoro e scaricate nell’umido il 24 dicembre, come ha dovuto ripetere agli inquirenti l’addetto al ritiro dei rifiuti urbani convocato d'urgenza in Questura a Campobasso.
Rifiuti, scarti di cucina e chat segrete che ballano sulle rovine di una famiglia. Già, perché nei corridoi della Squadra Mobile e della Procura di Larino, come riferito da Carmelo Abate dal salotto televisivo di Nuzzi, si fa strada l'ipotesi più cinica e spietata: la piccola Sara non sarebbe stata una vittima collaterale, ma il bersaglio primario dell'assassino. La quindicenne avrebbe scoperto una o più chat compromettenti tra il padre Gianni Di Vita e l’amante. Forse più amanti. E ne avrebbe parlato con la madre. Ma a chi sarebbe bastato questo per pensare a un omicidio del genere?
o tra i resti di un secchio dell'immondizia non c’è. Punto. Ricominciando a indagare nella maniera tradizionale e senza aspettare troppo i puntelli della scienza. Tenendo pure conto della possibilità che le risposte, forse, non arriveranno mai perché a un certo punto l'inchiesta – ogni volta - si avvita su se stessa, incapace di trovare un colpevole che non sia l'ombra pesante di un segreto rimasto sepolto nel silenzio di quel maledetto Natale a Pietracatella Si cerca ancora, perché una risposta a quella domanda non c’è. Neanche volendo provare a ragionare senza una logica che tenga pure conto del buon senso. Della praticità. Forse bisognerà rassegnarsi al fatto che la così detta pistola fumante in Germania