Adesso sono tornate centrali le cozze. Quelle che Antonella Di Ielsi, dopo un pranzo di lavoro con il marito Gianni e alcuni colleghi, aveva riportato a casa da un ristorante perché “Sara ne andava matta”. Forse è lì, in quella doggybag che qualcuno ha nascosto la ricina (anche se da Berlino arrivano indiscrezioni che dicono tutt’altro). Quelle cozze, secondo Gianni, potrebbero essere la chiave e spiegherebbero anche perché l’altra figlia, Alice, non ha accusato alcun malore: “a lei non piacciono”. Insomma, per quanto si continui a annunciare che il cerchio si sta stringendo, la Procura della Repubblica di Larino, pur avendo individuato un pista e andando avanti su quella, sta ancora lavorando su una prospettiva tutt’altro che stretta. Sì, ok, gira la voce di tre sospettati. C’è il dubbio che Gianni potesse essere la vera vittima. Ma la verità è che sono ipotesi e che di concreto, al momento, ci sono solo pezzi da mettere insieme. Pezzi che tutto sommato forniscono già un quadro d’insieme, ma che alla stessa procuratrice della Repubblica di Larino, Elvira Antonelli, evidentemente non bastano. Vuole la “prova regina”.
Le ultime quarantotto ore hanno segnato un’accelerazione sul fronte informatico, un’offensiva digitale guidata da Squadra Mobile e Sco che sta ribaltando come un calzino quattro scuole della provincia di Campobasso. Gli investigatori sono entrati nei plessi a caccia delle impronte informatiche lasciate da chi ha pianificato l’avvelenamento.Le ispezioni, stando a quanto è dato sapere, hanno già tirato fuori la prima roba interessante: quattro o cinque indirizzi IP compatibili con le tracce lasciate su Reddit da un utente anonimo che, spacciandosi per uno scrittore in cerca di ispirazione per un romanzo (come aveva scoperto ormai mesi fa la giornalista Alessandra Potena), nell’estate del 2025 faceva domande agghiaccianti sull’acquisto dei semi di ricino, sulla letalità del veleno e su come "simulare un incidente". Le ricerche si fermarono guarda caso a ridosso del massacro di Natale per poi riprendere il 5 gennaio 2026, chiedendo se “la ricina si vede ancora nell'autopsia”. Gli inquirenti sembrano puntare su tre persone: un’insegnante del liceo di Riccia, suo marito — tecnico di laboratorio all’Istituto Agrario — e la cugina di Gianni Di Vita, docente di sostegno ascoltata sei volte in Questura. L’ultima ipotesi è che il vero bersaglio fosse proprio Gianni Di Vita, con quel romanzo Tiro al piccione sequestrato nel suo studio e infarcito di righe sottolineate a matita sui triangoli amorosi.Bersaglio o complice?
Ma mentre i magistrati inseguono l'ombra dell'assassino, c’è un’altra ombra, bastarda e silenziosa, che sta divorando la vita di cinque persone: i cinque medici che per primi si trovarono davanti quell'inganno clinico travestito da banalissima gastroenterite. Sul piano dei fatti la loro posizione è stralciata. Svuotata. Zero: è evidente negli atti – e a chiunque abbia un cervello - che a Pietracatella c'è stato un duplice omicidio premeditato, e che loro non c'entrano un amato cacchio. Eppure i loro nomi restano lì, scritti in cima a ogni atto, oltre che sulla copertina del così detto registro degli indagati.
Ecco, mentre vi appassionate al “giallo di Pietracatella”, provate a farvi un’idea di cosa si provi a svegliarsi ogni mattina sapendo di essere immacolati, puliti, senza uno straccio di colpa, eppure marchiati come indagati dalla Procura. È una tortura psicologica che ti mangia dentro. E, socialmente, è l’ennesima prova che alla magistratura è concesso tutto. Ti senti addosso una lettera morta, guardi in faccia i tuoi figli e i tuoi pazienti sapendo che per lo Stato sei ancora un "sospettato", solo perché a qualche PM fa comodo tenerti lì. Già, fa comodo. Perché mantenere quei nomi nel registro è la solita scorciatoia burocratica per non scombinare l'architettura dell'indagine principale, un trucchetto per continuare a indagare senza troppi vincoli evitando pure di sbrigare le pratiche di archiviazione mentre si dà la caccia a quelli che il crimine l’hanno commesso veramente.
Scusate, ma è una disumanità che mette in discussione l’essere civili. Significa trattare la reputazione, la salute mentale e il sonno delle persone come carta da culo, come ingranaggi sacrificabili di un sistema giudiziario che ti lascia lì per sua comodità anche quando è chiaro come il sole che non c’entri niente. Quei medici sono le prime righe, ancora, di ogni singolo atto. Invece dovrebbero essere già da un pezzo “solo” professionisti che si sono visti morire due persone tra le mani per colpa di un veleno invisibile e che oggi vengono usati come cuscinetto per le indagini di una procura. La magistratura si ricordi che ogni singolo giorno passato da innocenti già certificati in un registro degli indagati è un cazzotto in faccia alla civiltà, oltre che a chi ha la sola colpa di essersi trovato nel posto sbagliato.