Servono trattati di botanica forense o mappe fitogeografiche per sapere che la Ricinus communis cresce spontanea ai margini di tantissime strade d'Italia? No. E quindi non è la notizia bomba che si vuole far credere quella secondo cui hanno trovato le piante della ricina anche vicino alle scuole di Casacalenda, a poche decine di metri da dove lavora Laura Di Vita, e nell’area di Riccia. La natura regala. Semmai è l’uomo che rende veleno. E la chimica vegetale non spiegherà mai cosa succede nell'anima di un uomo. Tra le aule di altri tre istituti, gli investigatori dello Sco e della Squadra Mobile stanno facendo il loro lavoro, ma l'ossessione per il reperto materiale – che è giustissima negli inquirenti - rischia di far perdere di vista ciò che per chi racconta, al contrario di chi indaga, deve esistere sempre: l'essere umano.
Sono trascorsi dieci mesi dalla tragedia del dicembre 2025, quando Antonella Di Ielsi e la figlia quindicenne Sara sono morte avvelenate a Pietracatella. Dieci mesi in cui la Procura di Larino ha cercato di capire come la ricina sia penetrata in quella casa. In mezzo a tutto c’è Gianni Di Vita. Anche noi di MOW, in qualche modo, gli abbiamo dato addosso. Ma in queste ore Gianni ha detto, nel bel mezzo di una mezza intervista che è stata più uno sfogo con i giornalisti che lo braccano, ha detto una frase che vale il fermarsi un attimo: “Datemi fiducia, per un secondo pensate che io sia innocente”. E allora abbiamo provato a fare un esercizio azzardato, quasi eversivo per la cronaca giudiziaria contemporanea: seguirlo, dargli fiducia per un solo secondo, accogliere l'appello che ha scagliato davanti alle telecamere: "Datemi fiducia un attimo, per un secondo pensate che io sia innocente".
E se togliamo per un istante il filtro del sospetto, quello che resta davanti ai nostri occhi non è il freddo costruito della nera o della giudiziaria. È una carogna di dolore. Un uomo spogliato di tutto e inchiodato all'angolo dell'esistenza. Sia inteso: non è una arringa in difesa, ma solo un esercizio per provare a guardarla da una parte in cui non l’abbiamo mai guardata. Gianni è un vedovo, è un padre che ha visto morire una ragazzina di quindici anni, è un uomo solo al centro di una tempesta devastante. Viviamo in una società affetta da una perversa coazione a giudicare, che pretende la messa in scena del lutto: se non piangi a comando davanti a un microfono sei un cinico; se ti chiudi nel silenzio nascondi una colpa. Ma il dolore personale ha un'anomia che paradossalmente è rigorosa: è un'esperienza privata, autistica, incontenibile. Come scriveva Sofocle nell'Edipo Re, “il tempo solo rivela l'uomo giusto, mentre potresti conoscere il malvagio anche in un solo giorno”. E noi pretendiamo di vivisezionare l'anima di un uomo in un servizio televisivo da tre minuti o in una intervista che non ha voluto concederci.
Ma guardiamolo, quest'uomo, con gli occhi che lui stesso ci ha suggerito. E per un attimo, come ci ha chiesto. Si ritrova cinto da un reticolo di affetti che la macchina inquirente e mediatica ha trasformato – certamente senza colpe e facendo comunque il lavoro che deve fare - in un merdaio di dubbi. Se davvero fosse innocente, sia chiaro. Ha pianto sulla spalla della cugina Laura, la parente presente da una vita, salvo poi scoprire che proprio su di lei, su quel computer sequestrato a scuola, si addensano le ombre degli inquirenti. Come si fa a guardare negli occhi chi ti ha consolato sapendo che il dubbio, inevitabile e bastardo, ha iniziato a tarlare anche la tua testa? Ha perso un'amante storica e si ritrova pure lei risucchiata nel vortice delle perquisizioni, sospettata. Portava il peso di tradimenti confessati e oggi la famiglia della moglie morta lo guarda con un astio inevitabilmente sordo, considerandolo, se non il mandante, la miccia morale che ha innescato l'inferno. Persino la figlia superstite, Alice, una ragazza che ha diritto a un futuro e che ha perso in un colpo solo madre e sorella, è stata sfiorata, nei primi convulsi giorni di indagine, dall'ombra del sospetto.
Gianni Di Vita ha perso la sua famiglia e è stato – anche se non esplicitamente - ripudiato da quella acquisita. Ma – almeno fino a prova contraria – non ha ammazzato nessuno e nessun “non monogamo” è sempre pure un assassino o una merda umana. Ora che non è più niente di tutto quello che Gianni Di Vita era, Gianni Di Vita prova a essere ancora – almeno - un professionista che cerca faticosamente di lavorare, ma non gli sta riuscendo neanche quello. La psicologia d'emergenza insegna che, di fronte a un trauma cumulativo di questa portata, la psiche mette in atto meccanismi di congelamento affettivo, una vera e propria dissociativa anestesia emotiva per non impazzire. Quella sua confessione, "sono esasperato, il dolore è una cosa intima, ne parlo con mia figlia, non davanti a un microfono", magari non è la recita di un colpevole. Magari è la reazione rabbiosa, viscerale, persino un po’ zoccola, di chi ha niente più intorno di tutto ciò che invece aveva avuto sempre intorno.
Sia chiaro: l'empatia nella cronaca deve fermarsi rigorosamente dove comincia la prova provata. Se domani la Procura di Larino mostrerà una traccia irrefutabile, una responsabilità oggettiva, saremo i primi a raccontarla con rigore e fermezza. Ma oggi – almeno stando a ciò che sappiamo - quella prova non c'è, o se c’è resta custodita nel segreto istruttorio. Se il silenzio dietro cui Gianni si è trincerato non fosse la tattica difensiva pericolosa che abbiamo sempre considerato? Se fosse un rifugio umano? Il silenzio di chi non parla semplicemente perché non ha più niente – neanche i riferimenti – e di conseguenza non ha più neanche le parole, sommerso da una vicenda che ha svuotato la sua vita di ogni certezza e la sua testa di ogni risposta. Lasciando solo altre domande. Altri dubbi. E tanti sensi di colpa. Forse è ora di allentare la presa e lasciarlo davvero aspettare in pace che quelle parole che abbiamo preteso da lui tornino a esistere.