Da un po’ siamo l’Italia dei delitti di provincia. Da sempre, invece, siamo l’Italia della falsa pudicizia con cui diventa difficile anche raccontare la realtà, persino quando c’è di mezzo il sangue. Come se, insomma, la normalità della sessualità (anche vivace) fosse peggiore dell’anormalità di un crimine. A Pietracatella lo vediamo ogni giorno. Un borgo arrampicato sul Molise dove tutti sanno. Tutti vedono. Ma dove la verità va sempre filtrata con il setaccio dell'ipocrisia quando ci sono di mezzo lenzuola usate fuori casa. A costo di sembrare reticenti o per nulla collaborativi con gli inquirenti. Al centro del paese, e di una intera inchiesta, c’è lui, Gianni Di Vita: l’ex sindaco. Il marito spiazzato. Il padre distrutto. Un sospettato. Un uomo che davanti ai giornalisti che stanno lì ogni giorno tace, ma poi con Corriere della Sera, in qualche modo, due parole ce le scambia. Per dire qualcosa? No, semplicemente per provare a spiegare il suo atteggiamento. Che però resta inspiegabile.
Sua moglie Antonella Di Ielsi e sua figlia, la quindicenne Sara, sono state sterminate dalla ricina nei giorni che dovevano essere di festa. Non è una sostanza che s’incontra per caso: va cercata, studiata, procurata. E prodotta. Sì, perché mentre i grandi giornaloni parlavano di “approvvigionamento sul darkweb”, chi su quel caso ci lavora dal giorno zero raccontava già che qualcuno la ricina era riuscita a produrla lì, dopo aver raccolto dei semi da una pianta che, tutto sommato, si trova praticamente ovunque da quelle parti. Ma non è questo il punto: il punto, semmai, è quello che Gianni Di Vita oggi dice annunciando di non voler dire: “Ci sono cose che non posso e non voglio dire”.
Un capolavoro di reticenza che, consentite la battutaccia, speriamo non sia stato replicato anche davanti agli inquirenti. Che cosa non vuole dire, Gianni? Che cosa vorrebbe far finta di non sapere? Che la favola della famiglia felice era già ridotta a “doverosa narrazione” prima ancora che la ricina facesse il suo lavoro? S’era capito e, in qualche modo, lo sapevamo già tutti. S’era capito di un certo intreccio sentimentale. Una docente, un triangolo, un altro marito ascoltato a verbale. Quello che ancora manca, però, è la verità di una azione omicidi aria. E Gianni, almeno fino a oggi, è sembrato – forse senza rendersene neanche conto fino in fondo - più attento a proteggere quello che non si doveva sapere piuttosto che a capire cosa è successo davvero a sua moglie Antonella e sua figlia Sara. Oggi racconta di “non aver mai pensato che volessero uccidere lui o le sue donne”.
Intanto, gli accertamenti informatici battono a tappeto le scuole frequentate dai parenti e dai conoscenti stretti. Si cercano le parole chiave, le tracce telematiche della ricina, gli accessi con le credenziali personali. E spunta pure il mistero dei pc spariti nel nulla: sette notebook rubati nell'istituto di Casacalenda, quello in cui lavora la cugina Laura. Una di quelle stranezze che andranno spiegate. E approfondite. Raccontano che ci vorranno mesi per incrociare i dati, identificare i profili, trovare chi ha comprato o cercato il veleno. Ma la verità sostanzaile è già tutta, evidente e francamente pure un po’ grottesca, in quei “non voglio e non posso dire” di un uomo che, legittimamente, chiede di lasciar lavorare la giustizia e rivendica un dolore che “non va portato in piazza”. Parole nobili, se non fosse che la piazza aveva già capito tutto da un pezzo e gli inquirenti andavano aiutati da subito, non certo da maggio, confessando con l’aria di un Robert Redford di paese anche un semplicissimo tradimento dopo tanto tempo e tanti passaggi in procura, con tanto di faccia a faccia con la presunta amante per confrontare le versioni.