Roberto Scarpinato è il Sigfrido Ranucci della Commissione Antimafia. Con questa affermazione, ad entrambi, crediamo di fare un piacere, per loro dovrebbe essere un complimento. Del resto fanno parte dello stesso partito, non quel Movimento 5 Stelle con cui Scarpinato si è fatto eleggere senatore o con cui Ranucci partecipa a feste e convegni (idem per AVS), ma l'evanescente partito dell'antimafia. Quello che già nei tardi anni '80 teorizzava Leonardo Sciascia e che oggi è arrivato alla sua mostrificazione, la schiera di intoccabili perché paladini della giustizia, i santi inquisitori che del giustizialismo hanno fatto un ascensore e che su strampalate trattative, piste nere e spy story in salsa Il Padrino ci hanno costruito una carriera. Ma Roberto Scarpinato è il Ranucci dell'antimafia perché Scarpinato come Ranucci, pur facendo parte dei “giusti”, dei duri e puri, dei censori, ora si trova censito.
E sia ben chiaro, qui non si giudicano fatti di reato o azioni criminali, ma condotte morali, professionali e deontologiche. Colui che per sua stessa modestia era definito il “più grande giornalista d'inchiesta d'Italia” fraterno amico di un pluripregiudicato che per giunta gli va a mettere una bomba. E come Scarpinato che dal piedistallo dei giustizialisti si è trovato, scritto nero su bianco da un giudice, “depistatore”. Lo dice il decreto di archiviazione firmato dal GIP di Caltanissetta Santi Bologna che archivia il procedimento contro ignoti ma non le posizioni di Gioacchino Natoli e Giuseppe Pignatone, di cui Scarpinato si era ingenuamente fidato (toh, un'altra analogia con Ranucci) contribuendo a difendere la “gestione eufemisticamente scellerata di mafia-appalti”, per poi mettere in atto una “attività depistante” in Commissione Antimafia. La parola “depistaggio”, usata per anni come una clava contro i ROS di Mori, adesso fa il giro e torna a casa. E Scarpinato nel decreto è in buona compagnia. C'è il suo collega Guido Lo Forte, che avrebbe “mentito” sull'importanza del pentito Leonardo Messina, poi sempre Gioacchino Natoli, e Giuseppe Pignatone, altro monumento del giustizialismo con l'inchiesta Mondo di Mezzo, ribattezzata Mafia Capitale ma che mafia non era, un dettaglio non da poco.
È il crollo dei miti, con Marco Travaglio strigliato dalla procura generale di Milano per il caso Minetti, Berlusconi archiviato (postumo) per la sesta volta dal Tribunale di Firenze, i millantati maxi-processi che crollano uno dopo l'altro. E intanto continuiamo a pendere dalle labbra del Giuseppe Graviano di turno.
Hanno vinto la battaglia sul referendum sulla giustizia, venduto come un intricato complotto per assoggettare i magistrati, ma stanno perdendo proprio sulla tanto sbandierata questione morale. È la fine dell'idea, comoda e redditizia, che chi indaga sulla mafia sia per definizione al riparo dal dubbio, e (si spera) che ogni sentenza sgradita sia un colpo di spugna dello Stato colluso. La fine delle “inquietanti coincidenze” date in pasto come ineluttabili verità. La fine (sempre si spera) di un certo monopolio ideologico, con il piedistallo che crolla su se stesso e le icone scheggiate che tornano uomini. A futura memoria.