La sapevate che Giuseppe Pignatone, pubblico ministero santificato per l'inchiesta Mafia Capitale, è indagato dal 2024 dalla Procura di Caltanissetta per favoreggiamento alla mafia? Beh la notizia non sembra aver avuto risalto sui media nazionali. Certo, è ancora un'indagine, una ricostruzione della Procura, ma sorprende la prudenza di quei media che delle inchieste hanno fatto sentenze inappellabili. Lo sottolinea questa mattina La Verità, con un articolo intitolato “« Pignatone contiguo a Cosa Nostra» Peggio lui o i pasticci di Delmastro?”. Il giornale diretto da Maurizio Belpietro mette in relazione quanto scritto dai pm di Caltanissetta con il recente caso-Delmastro. Un'associazione che sa un po' di benaltrismo, il caso Pignatone non assolve certo Delmastro, ma che ha il suo fondamento. In entrambi i casi ci sono di mezzo pezzi di Stato e rapporti poco chiari con la mafia, ma le due vicende non hanno goduto dello stesso risalto.
Il dossier "Mafia e appalti"
Al centro di tutto c'è il quel dossier, “Mafia e appalti”, stilato dagli uomini del Ros, Mori e De Donno con la supervisione del giudice Giovanni Falcone. Un documento che raccontava della gestione illecita delle gare pubbliche in tutta la Sicilia, sotto la regia di Cosa Nostra. Quella che Falcone aveva definito “una centrale unica di natura sicuramente mafiosa che dirige l’assegnazione degli appalti e soprattutto l’esecuzione degli appalti medesimi, con inevitabili coinvolgimenti delle amministrazioni locali”. Poi Falcone finisce al ministero e l'indagine nel dimenticatoio. Unico rimasto ad interessarsi di “Mafia e appalti” era Paolo Borsellino, che aveva raccolto l'eredità del suo collega, e che si era più volte lamentato con i colleghi dello scarso interesse verso il caso e della gestione del procuratore capo Giammanco, sempre restio ad affidargli il dossier. Poi, all’improvviso, alle 7.16 del 19 luglio 1992 lo chiama per metterlo al timone del caso, alle 16.58 la strage di via D’Amelio. Poco meno di un mese dopo, il 14 agosto, l'archiviazione da parte dei giudici Guido Lo Forte e Roberto Scarpinato con provvedimento controfirmato da Pietro Giammanco.
Parallelamente un filone “doppione”, aperto dal sostituto procuratore di Massa Carrara Augusto Lama sulle infiltrazioni del clan Buscemi-Bonura con il gruppo Ferruzzi di Raul Gardini, fu assegnato a Giuseppe Pignatone e Guido Lo Forte, all'epoca giovani magistrati “figliocci” di Pietro Giammanco. Un filone che secondo alcuni fu insabbiato: le 27 bobine di intercettazioni inviate a Palermo sparirono, i brogliacci vennero dati per distrutti. Su quel buco nero ha indagato per anni la Procura di Caltanissetta, nell'ambito del fascicolo sulle cause delle stragi di Capaci e via D'Amelio del 1992. La tesi degli inquirenti nisseni è che la cattiva gestione del dossier Mafia e appalti abbia contribuito a determinare le condizioni in cui maturarono le stragi. Ora il fascicolo contro ignoti è stato archiviato, ma l’archiviazione riguarda gli autori ignoti: quei soggetti – oltre ai mafiosi già noti – che avevano interesse a eliminare Falcone e Borsellino, sapendo che entrambi erano intenzionati ad approfondire quel dossier. Non si è riuscito a trasformare le prove in accuse formali contro singoli individui, ma Pignatone e il collega Gioacchino Natoli rimangono indagati per favoreggiamento alla mafia in un fascicolo stralciato.
Pignatone e i rapporti con Cosa Nostra
Quello che emerge in particolare dal tomo depositato dal pm di Caltanissetta Salvatore De Luca come richiesta di archiviazione, oltre alla cattiva gestione del dossier “Mafia e appalti”, è la contiguità fra Pignatone e la sua famiglia con alcuni soggetti condannati per associazione mafiosa. Tutto parte dal “gravissimo errore” - ammesso dallo stesso interessato - commesso dall'allora sostituto procuratore di Palermo, che avrebbe “vanificato l'80% dell'indagine Mafia e appalti”. Parliamo del terzo processo aperto sul dossier, quello del 1993 e affidato nuovamente a Pignatone. I referenti del gruppo Ferruzzi in Sicilia, Giovanni Bini e Lorenzo Panzavolta, vennero interrogati dal pm, senza essere iscritti nel registro degli indagati. L’iscrizione arrivò tardivamente, oltre un anno dopo gli interrogatori, così quando il fascicolo passò ai colleghi Saieva e Boccassini, i termini erano scaduti e le prove inutilizzabili, rendendo inevitabile la terza archiviazione.
Gli investigatori di Caltanissetta però hanno maturato la convinzione che non si trattasse di un semplice “errore”, ma di atti ben ponderati dalla vicinanza di Pignatone con soggetti centrali delle indagini.
Il punto di partenza è una transazione immobiliare: 24 appartamenti acquistati dalla famiglia Pignatone nella palermitana via Turr dalla società Raffaello, riconducibile agli imprenditori mafiosi Vincenzo Piazza, Francesco Bonura e Salvatore Buscemi. Proprio i rapporti tra il clan Buscemi/Bonura e il gruppo Ferruzzi erano all'origine dell'inchiesta partita dalla Procura di Massa. Secondo i pentiti Siino, Brusca e Cancemi i Buscemi “hanno usufruito di un trattamento giudiziario e processuale 'particolare'”.
I legami, però, sarebbero ancora più antichi. Nel 1964, quando Pignatone ha 15 anni, la sua famiglia si trasferisce a Palermo, nella palazzina dei Piazza. Dei 14 appartamenti divisi su sette piani, quattro risultavano di pertinenza della famiglia Pignatone, sei della famiglia Piazza e soltanto i restanti quattro appartenevano a soggetti diversi. Quella che La Verità definisce come una “comune politico-mafiosa”.
E risalendo ancora più indietro: alle nozze del padre Francesco, storico politico della Democrazia Cristiana, era stato testimone di nozze Calogero Volpe, futuro deputato della Democrazia Cristiana per circa un ventennio, definito da Wikipedia “politico, medico e mafioso italiano”. Nella relazione d'opposizione del 4 febbraio 1976 in Commissione parlamentare Antimafia, Volpe veniva indicato come “estremamente vicino a contesti mafiosi” e definito “il cervello politico del sistema di potere mafioso in provincia di Caltanissetta”.
Poi ancora Angelo Siino, Giovanni Brusca e Salvatore Cancemi che hanno riferito ai magistrati che l'ex giudice era “a disposizione” dei fratelli Buscemi o “nelle mani” di Vincenzo Piazza. Ipotesi negata con forza dalla difesa di Pignatone. Ma l'aspetto forse più inquietante riguarda però le intercettazioni. Pignatone e Gioacchino Natoli avrebbero impartito la disposizione di smagnetizzare le intercettazioni e distruggere i brogliacci nel procedimento relativo alle infiltrazioni del clan Buscemi/Bonura nella gestione delle cave di marmo di Carrara. Per un caso fortuito, quell'ordine non venne eseguito dagli uffici. E quelle conversazioni, riascoltate, hanno fornito elementi tutt'altro che trascurabili, utili persino alla ricostruzione di un duplice omicidio che coinvolgeva Bonura — vale a dire l'uomo che aveva venduto 24 immobili ai Pignatone. Gli inquirenti hanno inoltre accertato che la distruzione delle intercettazioni per liberare spazio sulle bobine non era una prassi consolidata e che, comunque, per farlo sarebbe bastato distruggere il materiale collegato a fascicoli già passati in giudicato.
A completare il quadro le parole di Giovanni Falcone, che prima di morire lamentava un “isolamento” nei suoi confronti alla Procura di Palermo. Un isolamento che non gli permetteva più di lavorare serenamente, “ a causa della contrapposizione che si era venuta a creare con il procuratore Giammanco e con i sostituti procuratori più vicini a quest'ultimo, tra i quali in particolare il dottor Lo Forte e il dottor Pignatone”.
Nel frattempo sono passati più di quarant'anni, e Pignatone ha fatto una carriera sfavillante. Prima a Reggio Calabria con l'operazione Crimine ha rivelato l'esistenza di una cupola 'ndranghetistica sul modello di Cosa Nostra. Poi, nominato dal CSM con voto unanime procuratore della Repubblica di Roma, ha provato a ripetere lo stesso paradigma nell'urbe con Mafia Capitale. La Cassazione, con una sentenza del 2019, certificò però "solo" l'esistenza di un grande sistema corruttivo, nulla a che vedere con la mafia. Nel frattempo è stato erto a modello, santificato come un magistrato illuminato, un fiero combattente alla mafia. Ora, fermo restando la presunzione d'innocenza, gli atti della procura di Caltanissetta mettono in dubbio questa narrazione. Ma sembra non interessare a nessuno