"Io ti faccio una domanda", "Mi devi alzare la palla". È una conversazione intercettata dalla procura di Caltanissetta tra Roberto Scarpinato, senatore del Movimento 5 Stelle ed ex procuratore a Palermo, e Gioacchino Natoli, ex presidente della Corte d'appello di Palermo oggi indagato per favoreggiamento a Cosa nostra. I due riservavano anche parole poco lusinghiere a Paolo Borsellino: “O Paolo Borsellino, buonanima, era pure lui un grande coglione come me che aveva il grande maestro della massoneria col muro confinante e non se n'era mai accorto oppure Palermo è questa!” diceva Natoli. Ma soprattutto stavano pianificando, nei dettagli, le audizioni davanti alla Commissione parlamentare antimafia di cui Scarpinato fa parte. Qualcuno direbbe conflitto di interessi. Le intercettazioni sono trentaré, e Scarpinato non è indagato. Ma ciò che emerge dagli atti è, secondo il procuratore capo di Caltanissetta Salvatore De Luca, qualcosa di imbarazzante: una "totale confusione dei ruoli", per cui le audizioni della Commissione antimafia risultano "concordate minuziosamente e analiticamente" tra il senatore e il testimone che avrebbe dovuto deporre liberamente. "È come se fosse tutto fatto a doppia firma: Natoli-Scarpinato".
Per capire il peso di questa vicenda bisogna tornare a "Mafia e appalti", l'inchiesta che il procuratore De Luca ha definito davanti alla Commissione antimafia una “causa della strage di via D'Amelio”, con "elevato grado di attendibilità". Una pista che, mentre si è insistito per anni su Trattativa Stato-mafia e “pista nera”, è stata colpevolmente trascurata, o insabbiata... L'informativa del Ros, firmata da Mario Mori e Giuseppe De Donno – gli stessi pluricitati in giudizio e pluriassolti nella Trattativa Stato-mafia - documentava un sistema di collusione tra Cosa nostra e grandi imprese, tra cui il Gruppo Ferruzzi di Raul Gardini, nella gestione degli appalti pubblici. Un dossier che passò tra le mani di otto sostituti nella procura di Palermo, e che secondo De Luca fu sistematicamente insabbiato: "indagini nascoste ai vertici dell'ufficio, intercettazioni ignorate se non smagnetizzate, deleghe alla Finanza anziché al Ros".
Tra chi archiviò la prima indagine su quel dossier ci fu proprio Roberto Scarpinato, all'epoca sostituto procuratore a Palermo, insieme a Guido Lo Forte. Le indagini antimafia condotte allora, secondo De Luca, furono "molto lacunose se non addirittura insabbiate". Tra gli altri nomi che compaiono negli atti c'è Giuseppe Pignatone, poi procuratore capo a Reggio Calabria e a Roma, la cui famiglia era in rapporti d'affari con imprenditori coinvolti nell'inchiesta. Oggi Pignatone è indagato a Caltanissetta per favoreggiamento a Cosa nostra insieme a Natoli.
Ma il fatto più curioso di questa vicenda è la reazione di alcuni soggetti che per anni hanno millantato la schiena dritta e tenuto alta la bandiera dell'antimafia. Le intercettazioni a Scarpinato sono infatti avvenute senza l'autorizzazione del Senato, come sarebbe previsto dalla Costituzione. Alla notizia dell'intercettazione il Movimento 5 Stelle si è improvvisamente riscoperto garantista, invocando il rispetto dell’articolo 68, quello che prevede l’autorizzazione del Parlamento per sottoporre i suoi membri alle intercettazioni. Proprio l’articolo più massacrato dalla propaganda grillina negli ultimi anni. Ma non era “intercettateci tutti”?
Insomma, lo strapotere delle toghe che agiscono in barba alle prerogative costituzionali, a un mese dal referendum ai grillini dovrebbe ricordare qualcosa.
Il Fatto Quotidiano, da par suo, ha già arruolato le sue penne migliori per spiegare "cosa non torna nella versione di De Luca" e liquidare l'inchiesta di Caltanissetta come "fuffa". Lo stesso giornale che per quindici anni ha trattato ogni intercettazione come prova morale definitiva, ogni avviso di garanzia come patente di colpevolezza, ogni archiviazione degli avversari come scandalosa impunità.
Scarpinato nel frattempo ha attaccato la maggioranza di centrodestra accusandola di usare la Commissione per "svolgere processi paralleli al di fuori delle aule di giustizia, senza il vaglio preventivo di alcun giudice."
Tesi legittima. Ma suona strana in bocca a chi ha sempre fatto le pulci ai potenti. Appena qualche giorno prima del referendum sulla riforma della giustizia Scarpinato ammoniva gli italiani: "Dobbiamo decidere se ci sarà una magistratura che potrà fare indagini sui rapporti tra i potenti, i colletti bianchi e la mafia senza l'intimidazione di procedimenti disciplinari." I potenti e i colletti bianchi da indagare, a quanto pare, vanno bene solo se non sono lui o i suoi colleghi.