Ci sono artisti che ascolti e artisti che, volente o nolente, ti ritrovi dentro la biografia. Ligabue appartiene alla seconda categoria. Puoi anche passare anni senza mettere su un suo disco, convincerti che certe canzoni appartengano a un'altra versione di te, poi parte Balliamo sul mondo e scopri che quella versione non se n'è mai andata davvero. Sabato sera, a Milano, Ligabue ha cantato 23 canzoni, da Balliamo sul mondo a Certe notti, passando per Marlon Brando è sempre lui, Piccola stella senza cielo, Una vita da mediano e Urlando contro il cielo. Una scaletta che attraversa decenni di musica italiana, ma anche le vite di chi quelle canzoni le ha cantate e amate. Il Forum è pieno. Migliaia di persone, generazioni diverse, storie che non si conoscono e che per un paio d'ore finiscono per avere la stessa colonna sonora. C'è chi Ligabue non ha mai smesso di ascoltarlo e chi, probabilmente, non lo ascoltava da anni. Eppure sono tutti lì, a cantare le stesse parole, spesso senza neppure doverci pensare. La domanda, però, è un'altra: siamo andati a sentire Ligabue o siamo andati a ritrovare noi stessi?
Io ci sono andata con la mia amica Caterina, con cui da anni colleziono ricordi, e con mia figlia Nina. Due donne della stessa età, una ragazzina di tredici anni e probabilmente tre modi diversi di ascoltare le stesse canzoni. Con Caterina abbiamo attraversato momenti bellissimi e altri che avremmo volentieri evitato, siamo cresciute, abbiamo cambiato abitudini, affrontato cose che da ragazze non avremmo neppure saputo immaginare. Nina, invece, ha tredici anni. L'età in cui noi cominciavamo a costruire i ricordi che oggi siamo venute a cercare. Lei probabilmente non lo sa ancora, ma magari tra trent'anni ricorderà questa serata per motivi completamente diversi dai nostri. E questa cosa, a pensarci, mi piace parecchio.
Ligabue, intanto, fa Ligabue. Non deve reinventarsi, non deve convincere nessuno di essere ancora quello di trent'anni fa. Sale sul palco e mette in fila canzoni che hanno già fatto buona parte del lavoro da sole. Il pubblico le conosce e le aspetta, a volte sembra quasi che sia lui ad accompagnare il Forum e non il contrario. Ma sarebbe troppo facile liquidare tutto come nostalgia. Perché la nostalgia, da sola, non basta a tenere in piedi un concerto. Può convincerti a comprare un biglietto, magari anche a spendere una cifra considerevole per tornare adolescente un paio d'ore, ma poi sul palco qualcuno deve pur esserci. E Ligabue c'è, con quella voce ruvida e un repertorio che, piaccia o meno, ha lasciato un segno nella musica italiana.
Una parte di quel suono porta anche il nome di Federico Poggipollini. Fede meriterebbe un discorso a parte, perché definirlo semplicemente il chitarrista di Ligabue significa raccontare soltanto una parte della storia. È un musicista straordinario, ma fermarsi alla tecnica sarebbe quasi offensivo. Ha carisma, eleganza, personalità, una presenza scenica che non ha bisogno di cercare continuamente l'attenzione per conquistarla. Lo guardi suonare e hai la sensazione che la chitarra sia un'estensione del suo corpo. Non c'è niente di forzato, niente di costruito. C'è la sicurezza di chi conosce perfettamente il proprio mestiere e conserva ancora il piacere di farlo. Non ruba la scena a Ligabue, ma sarebbe impossibile immaginare quella scena senza di lui. C'è qualcosa di curioso nel modo in cui invecchiano le canzoni. Alcune perdono significato, altre ne acquistano uno completamente diverso. E non è perché Ligabue abbia cambiato le parole, ma perché siamo cambiati noi. Con Piccola stella senza cielo mi viene naturale voltarmi verso Nina e cantargliela. Una canzone nella quale un tempo potevo riconoscermi e che oggi non mi rappresenta più. O meglio, non rappresenta più me, ma lei. La guardo e penso a quanto sia strano ritrovarsi dall'altra parte di una canzone. Un tempo ero io quella piccola stella, con le mie insicurezze, le mie paure e la convinzione che il mondo fosse qualcosa da conquistare. Oggi quella stella è seduta accanto a me, ha tredici anni e una vita intera davanti. E io sono diventata quella che vorrebbe proteggerla da tutto, pur sapendo benissimo che non potrà farlo. Anche Quella che non sei oggi la canto guardando lei. Ma con un sentimento diverso. Ci sono quelle parole sulla vergogna per una madre, su un cognome fatto a pezzi, sul dolore che si consuma senza disturbare. Mi viene voglia di urlargliele in faccia, non per accusarla di qualcosa, ma perché vorrei che capisse quanto certe parole possano pesare, quanto sia difficile crescere, riconoscersi, accettarsi. A tredici anni si è convinti che nessuno possa capire davvero quello che si prova. Noi adulti, che continuiamo a ripetere di esserci già passati, abbiamo dimenticato quanto fosse complicato.
Così mi ritrovo a dedicarle due canzoni che un tempo appartenevano a me. Una con la tenerezza di chi vorrebbe proteggerla, l'altra con tutta la rabbia e l'impotenza di chi sa che non può vivere al posto suo. È quasi paradossale: sono venuta a un concerto per ritrovare la ragazza che ero e finisco per guardare quella che sta diventando mia figlia. Quando sul palco arriva Linda, la figlia di Ligabue, per cantare insieme al padre A modo tuo, il cerchio sembra chiudersi. Lui che anni fa ha scritto una canzone per raccontare la difficoltà di vedere crescere una figlia, oggi se la ritrova accanto a cantarla. Io, invece, ho la mia seduta vicino. Mentre li guardo penso che essere genitori significhi soprattutto imparare a convivere con questa contraddizione: passare una vita a cercare di proteggere qualcuno e dover accettare, prima o poi, che quel qualcuno dovrà imparare a cavarsela senza di noi. Linda è cresciuta, Nina sta crescendo. Noi genitori continuiamo a fare l'unica cosa possibile, accompagnarle fin dove ci è concesso, sperando di aver dato loro abbastanza per il resto del viaggio. È il momento in cui smetto definitivamente di cercare la ragazza che ero. Perché quella che sono diventata, seduta accanto a mia figlia, ha molto più da raccontare.
Tra i momenti più intensi della serata c'è anche l'omaggio a Francesco Guccini. Ligabue gli dedica Caro il mio Francesco, mentre sugli schermi scorrono le immagini di quando Guccini era stato ospite a un suo concerto. Due artisti diversi per linguaggio, generazione e modo di stare nella musica, ma legati da un rispetto che non ha bisogno di troppe spiegazioni. Vedere quelle immagini mentre Ligabue canta ha qualcosa di profondamente umano. Non è soltanto il tributo a un grande cantautore, è il ricordo di una presenza, di un incontro, di un pezzo di storia condivisa. È proprio questo che rende certi omaggi più autentici di altri: il desiderio di custodire un momento che il tempo non può restituire. In fondo, anche la musica serve a questo. A conservare qualcosa di quello che abbiamo vissuto, senza pretendere che il tempo si fermi. Con l’ultimo pezzo, Certe Notti, Guardo Caterina, guardo Nina, guardo il Forum che canta e penso che siamo venuti davvero a ritrovare noi stessi. Ma non quelli di una volta. Quelli che siamo diventati, con qualche anno in più, qualche certezza in meno e ancora la voglia di stare lì, in mezzo a migliaia di sconosciuti, a cantare una canzone che sappiamo a memoria. Alla fine, Ligabue non ci ha restituito la giovinezza. E per fortuna, aggiungerei. Ci ha ricordato che non tutto quello che eravamo è andato perduto.