Negli ultimi giorni si è tornati a parlare con insistenza di Selvaggia Lucarelli e della sua presunta “incoerenza”. Il pretesto, questa volta, arriva da un post comparso sui social di Pulp Podcast intitolato “Rispondiamo a Selvaggia Lucarelli”, nato dopo un articolo della giornalista sul tema del rapporto tra artisti e potere. Tra le varie repliche, Federico Lucia si è chiesto come Lucarelli possa additarlo come “venduto al potere” mentre lei stessa “fattura la famiglia Berlusconi”, ovvero la proprietà del grande gruppo televisivo Mediaset e di un partito politico (Forza Italia), rimanendo - a suo dire - in silenzio e conciliando quelle fatture con la collaborazione per un giornale critico verso quel mondo (Il Fatto Quotidiano). La tesi è la classica provocazione ad alto tasso di acchiappa-like: siccome lavori o collabori con una TV commerciale che fa capo a una determinata famiglia o realtà editoriale, allora non avresti più la credibilità per parlare di etica, politica o potere. Una scorciatoia comunicativa prevedibile, che punta ad ammiccare alla tifoseria dei social ma che spalanca un interrogativo fondamentale su come si valuta oggi la libertà di una firma.
Partiamo proprio da qui: lavorare nel mercato dei media o per un grande gruppo editoriale significa automaticamente essere asserviti a una linea? O l'indipendenza si misura piuttosto dall'autonomia dei contenuti espressi e dal rifiuto di allinearsi alla narrazione imperante? Che la figura di Selvaggia Lucarelli possa “stonare” a Mediaset potrebbe essere un’osservazione comprensibile. Ma chi muove questa critica finge di ignorare un dettaglio sostanziale: Lucarelli si occupa da sempre anche di televisione, costume e cultura pop. Un conto è prestare la propria professionalità e la propria voce per commentare o condurre lo spettacolo o l'intrattenimento in diretta, facendosi pagare per la propria prestazione; un altro conto è svendere la propria linea editoriale o trasformarsi in un megafono di propaganda. Non ci risulta - almeno finora - che Selvaggia Lucarelli abbia mai fatto propaganda a Forza Italia, né che abbia smesso di schierarsi con durezza su fatti politici, civili e sociali d'attualità. Continua a farlo sui giornali e in totale autonomia attraverso la sua newsletter su Substack, uno spazio indipendente che gestisce in prima persona e di cui potrebbe tranquillamente fare a meno se avesse scelto di “svendersi” o di conformarsi al volere dei propri datori di lavoro.
Ciò che spesso sfugge a chi usa il conto in banca come clava retorica è che nella vita professionale si può perfettamente scegliere di lavorare per un editore o un'azienda che non rispecchia i propri valori ideologici, senza per questo perdere un centimetro di libertà d'espressione. Esiste una differenza abissale tra la subordinazione contrattuale, ossia il luogo in cui si timbra il cartellino o si emette una fattura, e l'autonomia del proprio pensiero. Scambiare l'indipendenza formale con l'onestà intellettuale è un diversivo contabile, utilissimo per spostare l'attenzione dalla sostanza delle opinioni al nome di chi firma gli assegni. D’altronde Fedez è lo stesso che contesta a Marracash di essere come “loro” e di non potersi schierare, dunque, dalla parte del popolo che protesta solo perché ricco. Ma l’occhio vede ciò che la mente conosce, a quanto pare è lui quello che ragiona col portafogli.
Si finisce così per applicare un evidente sistema di “due pesi e due misure”. Un approccio per cui a una giornalista viene contestato il semplice fatto di commentare la TV commerciale, pretendendo che le sue opportunità lavorative vengano liquidate come una perdita di credibilità, mentre si assolve con leggerezza chiunque rivendichi una presunta “purezza” solo perché opera fuori dai media tradizionali. Ma la libertà non si misura in assenza di contratti, né in visualizzazioni. Oggi si assiste fin troppo spesso a spazi di comunicazione che si professano “indipendenti” solo perché privi di commesse pubbliche o televisive, ma che nei fatti finiscono per offrire passerelle accomodanti al potere di turno, ammorbidendo il contraddittorio e favorendo la narrazione del “politico umanizzato” mentre i due conduttori finiscono puntualmente per buttarla in caciara. E in questo meccanismo, le figure di potere - da destra a sinistra, dai leader di governo ai personaggi di rottura - trovano il palcoscenico ideale per espandere il proprio consenso senza troppe domande sgradite.
Nella vita e nel giornalismo esistono i compromessi, ma comprendiamo che chi ragiona attraverso la logica polarizzante degli algoritmi fa fatica a cogliere le sfumature. La realtà è che c'è una distanza siderale tra chi fa intrattenimento, chi cerca il consenso facile e chi rivendica, ogni giorno e a proprie spese, il diritto di critica. Morale della favola: la credibilità di chi fa informazione non si giudica dalle fatture inviate a fine mese, ma dal coraggio di mantenere coerenti i propri ideali e affilata la propria penna. E fino a quando Selvaggia Lucarelli continuerà a firmare le sue battaglie senza fare sconti a nessuno, i tentativi di delegittimarla basati sul suo foglio paga rimarranno soltanto ciò che sono: un diversivo superficiale di chi non sa come rispondere al merito delle sue critiche. C'è una bella differenza tra lavorare e servire.