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7 novembre 2026

Tutti i soldi del mondo spesi male? Hope è il film sudcoreano più ambizioso (e ricco) della storia, ma manca più di qualcosa

  • di Mattia Nesto Mattia Nesto

7 novembre 2026

Presentato al Festival di Cannes come il film più ambizioso, e più caro, della storia del cinema sudcoreano, Hope di Na Hong-jin è una parodia che non parodizza, ma che anzi fa solo arrabbiare.

Foto: Hope

Tutti i soldi del mondo spesi male? Hope è il film sudcoreano più ambizioso (e ricco) della storia, ma manca più di qualcosa

Qual è la cosa peggiore per una parodia? Probabilmente la risposta è che una parodia risulta “sbagliata” quando non è abbastanza caustica e pervasiva nell'intercettare il suo obiettivo e anche, in senso più lato, quando non risulta divertente. Ecco Hope, il film di Na Hong-jin presentato al Festival di Cannes 2026 come “il film coreano più costoso di tutti i tempi”, è proprio questo “colpo di parodia a vuoto”: un film che, volutamente, tenta di prendere il genere dell'action-movie americano, a tinte fantascientifiche e con alieni, e di torcerlo in chiave giustappunto parodica e grottesca, per dimostrare quanto noi esseri umani, in realtà, siamo i veri mostri. Ebbene, al di là del fatto che la trovata non è certamente qualcosa di nuovo, Hope, nelle sue quasi due ore e quaranta minuti, fallisce su tutta la linea: non parodizza il genere, non ti fa capire dove siano finite tutte le risorse stanziate e, soprattutto, ti fa avvertire la sensazione di stare guardando uno dei film più brutti di quest'anno. Di avere, insomma, sprecato quasi tre ore della tua vita. Certamente non è il record che si erano prefissati i sudcoreani e le loro mire di soft-power allargato. Ma andiamo con ordine: che film è Hope? Beh, Hope è un film che più semplice di così si muore, ovvero il classico film “all'americana”, in cui una cittadina di periferia, situata in una zona della Corea di invenzione (e fortemente “americanizzata” dal punto di vista degli usi e dei costumi), viene “invasa” da un gruppo di alieni che, a partire dai boschi, iniziano a mietere morte e distruzione. La messa in scena, almeno all'inizio, è estremamente lenta e macchinosa, con il regista Na Hong-jin che si interessa di presentarci tutti, ma proprio tutti, i personaggi che si avvicenderanno sulla scena, e che sono molti. Pure troppi. Dal poliziotto-sceriffo interpretato da Hwang Jung-min al cacciatore di frodo senza paura di Zo In-sung, passando per la bella poliziotta armata fino ai denti interpretata da Jung Ho-yeon, sino al vecchiaccio duro a morire di Im Hyun-sik e ad altri comprimari di bassa risma. Tutti questi protagonisti, chi più chi meno, sono contraddistinti da una e una sola caratteristica: non hanno mai reazioni veramente umane e naturali, ma, seppur calati in un contesto che vorrebbe, o dovrebbe, essere verosimile (cioè il racconto, più o meno fedele, di cosa succederebbe se, per l'appunto, una “vera” invasione aliena accadesse in Corea del Sud), non hanno mai reazioni normali, ma sempre e comunque sopra le righe. Ora, per bocca dello stesso regista, questa caratteristica è voluta, proprio per sottolineare come noi esseri umani, di fronte a situazioni straordinarie o di forte pericolo, invece di unirci e farci scudo gli uni con gli altri, spesso siamo interessati soltanto al nostro tornaconto personale e risultiamo gretti, volgari e miserabili.

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"Hope" di Na Hong-jin

Apprezzando la teoria, ahinoi, ci tocca dire come la pratica, ovvero la messa in scena dal regista, è davvero poca roba. La critica sociale è appena appena epidermica e quello che ne risulta è un film lunghissimo in cui gli umani sono “scemi per il gusto di essere scemi” e gli alieni passano, senza una reale evoluzione, da creature assetate di sangue e portatrici di morte a misteriosi “antichi” equilibratori della nostra civiltà e dell'equilibrio dell'universo. E vabbè. Ma questa discrepanza tra contesto verosimile e messa in scena inverosimile raggiunge il suo picco, assoluto, nei cosiddetti “livelli di potenza”. Ora, il buon, o ottimo, film di fantascienza, o comunque “fantasy” in senso generale, ci ha insegnato che i mostri o i nemici in senso generale hanno dei livelli di potenza che devono essere molto chiari in sceneggiatura, così come chiari devono essere i rischi che si corrono nello scontro con una di queste creature e quali siano i loro punti deboli. Ecco, in Hope tutto questo viene buttato nel cestino dell'umido: non solo i mostri non hanno praticamente punti deboli, sono quasi immortali e non li butti giù neppure con i lanciarazzi, ma non si capisce come un manipolo, scarso, di esseri umani riesca a tenere testa a questo tipo di creature. Questi alieni, infatti, grazie alla capacità di trasformarsi a seconda del contesto, sono in grado anche di correre a quattro zampe e di raggiungere velocità talmente alte da schiantarsi contro i palazzi quando le curve sono troppo strette, appunto perché “i giri del loro motore” sono troppo potenti (e le scene di corsa, nella loro realizzazione a schermo, sembrano velocizzate con il 2X di YouTube). Eppure, nonostante queste loro capacità, non riescono a raggiungere esseri umani in fuga con dei cavalli. Esatto, avete capito bene, dei normalissimi cavalli che magari sono campioni di corsa ma che non sono stati potenziati biologicamente. Sono normali cavalli, che però vanno più veloci di alieni che corrono de facto più forte dell'auto di Kimi Antonelli campione del mondo. Ma le incongruenze non finiscono qui. Ci sono scene intere in cui l'alieno di turno prende per le gambe il nostro baldo cacciatore senza paura, interpretato da Zo In-sung, e lo sbatte a terra come un tappeto logoro, per poi lanciarlo in aria contro alberi altissimi, che lo colpiscono sulla schiena e che, una volta spezzati, lo fanno ricadere di viso. Ebbene, il nostro cacciatore non si fa niente, nonostante questa scena venga ripetuta, con una ridondanza ridicola, più e più volte.

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Sua Maestà mister "plot armor" in Hope

Ora capite bene che in un film del genere, che si fa beffa di qualsiasi regola, vale tutto. E potrebbe anche essere divertente, se ci fosse un briciolo dell'arguzia, e dell'auto presa in giro, di “Starship Troopers”, quel capolavoro della fantascienza trash che, appunto, era conscio di essere tamarro e assurdo e proprio per questo era un grande film. No, Hope si prende sul serio, certo ti butta lì la scena del cacciatore vecchietto, interpretato da Im Hyun-sik, che ha un attacco di dissenteria mentre scopre i “mostri del bosco” (una scena di una lunghezza estenuante e che fa ridere, se va bene, forse fino ai dieci anni), ma che poi sul finale ci fa capire che ci sono “i grandi destini della galassia in gioco”. Insomma, Hope è un film brutto, neppure mal riuscito, ma proprio brutto, con anche una cgi che sembra uscita dalla prima PlayStation 3 e uno degli effetti speciali più brutti degli ultimi dieci anni di cinema, ovvero quello in cui i faccioni di Michael Fassbender e Alicia Vikander sono stati “appiccicati” sugli orridi modelli 3D delle creature aliene. Una cosa di una bruttezza rara che, come ha giustamente sottolineato Francesco Alò nella sua disamina su YouTube, “era dai tempi di Abominio del film su Hulk che non si vedeva un simile scempio”. Se proprio, come si vocifera, sono stati spesi 40 milioni di dollari per una pellicola del genere, allora ben vengano gli investimenti del governo sudcoreano nell'industria del K-pop: almeno lì c'è un'oggettiva bravura nel non sbagliare target, realizzazione e confezionamento del prodotto. Perché questo film, dopo una visione estenuante di quasi tre ore in sala, è da “reso immediato” se fossimo in qualsiasi store digitale.

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