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25 maggio 2026

“Obsession”, il Genio della lampada al contrario: il film horror di cui tutti parlano

  • di Mattia Nesto Mattia Nesto

25 maggio 2026

“Obsession” parte da un’idea semplice ma molto potente: un desiderio d’amore che si trasforma in possesso e annulla l’identità dell’altra persona. Il film segue Bear, ragazzo apatico e ossessionato dall’amica Nikki, che grazie a un oggetto misterioso ottiene l’amore che ha sempre immaginato. Ecco perché del film ne stanno parlando tutti

foto di My Movies

“Obsession”, il Genio della lampada al contrario: il film horror di cui tutti parlano

Lo spunto è di quelli che, proprio perché elementari, possono diventare enormi. Un ragazzo qualsiasi, una cotta non ricambiata, un oggetto misterioso capace di trasformare un desiderio in realtà. Il One Wish Willow è il classico dispositivo da favola nera: semplice, diretto, pericoloso. Basterebbe poco. E infatti, in potenza, Obsession sembra sul punto di diventare un piccolo film horror interessante.
Curry Barker, qui alla regia oltre che alla scrittura, arriva da un percorso indie e prova a portarsi dietro quell’energia dentro una produzione più strutturata. L’idea di partenza è forte: il desiderio che si ritorce contro chi lo esprime, declinato sul terreno delle relazioni tossiche. Una variazione sul tema della zampa di scimmia, con dentro ossessione, possesso e incapacità emotiva.
Al centro c’è Bear, commesso in un negozio di strumenti musicali, innamorato a parole della sua amica Nikki. Ma quell’amore ossessivo, lo si capisce subito, non è amore: è possessione. Non sa nulla di lei, non la conosce davvero, non la guarda mai per quello che è. Ha costruito tutto nella sua testa. Quando il desiderio soprannaturale entra in gioco, tutto si compie in modo fin troppo lineare: Nikki si avvicina, si adegua, diventa esattamente ciò che lui voleva. Ed è qui che il film si ferma. Quella trasformazione, che dovrebbe essere il cuore del racconto, resta in superficie. Nikki cambia, ma il film non scava mai nella perdita di identità, nella violenza psicologica implicita di un sentimento imposto. L’idea di una ragazza intrappolata nel desiderio di qualcun altro è fortissima, ma non diventa mai davvero racconto.

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Un frame del film "Obsession" Coming Soon

Nel frattempo si gira in tondo. Bear ribadisce il suo “amore”, Nikki lo restituisce in forma sempre più distorta, e intorno c’è il vuoto. Gli amici osservano, si defilano, al massimo la tengono ai margini. Il disagio viene evitato, non affrontato. Uno spunto interessante che resta appena accennato.
E poi c’è lui, Bear dicevamo. Apatico, immobile, incapace di prendere una decisione. Non vive, si lascia vivere addosso. Lo guardi e ti chiedi se abbia davvero una passione, qualcosa che lo definisca. La casa enorme in cui vive è vuota come lui: nessun dettaglio, nessun segno. Gli piacciono i film? I giochi da tavolo? Dipinge miniature? Nulla. L’unico interesse sembra essere Nikki, che però non conosce. E i quiz al bar, forse, ma più perché è lei a trascinarlo. Ancora una volta, non sceglie: segue. Zeno Cosini, sei tu?
Questo vuoto si riflette nella prova attoriale. Michael Johnston costruisce un Bear monocorde, sempre uguale, senza scarti. Dovrebbe essere fragile, ambiguo, ossessivo. Resta spento. Non evolve, non si incrina, non esplode. È una linea piatta che fatica a reggere il film.
Inde Navarrette ha il compito più complesso, passare da persona reale a proiezione distorta del desiderio. Ma il cambio si appoggia su smorfie, tic, movimenti innaturali. L’espressione fissa, trattenuta troppo a lungo, non crea tensione ma imbarazzo. I gesti a scatti indicano la follia invece di costruirla. Il risultato scivola verso la caricatura. È una recitazione che imita l’horror invece di abitarlo. E quando l’assurdo non è credibile, il film perde il suo appiglio.
Il tono, a quel punto, cede. In più momenti Obsession scivola in una parodia involontaria, con sequenze che ricordano più certe derive anni Novanta che un horror consapevole. Gli stereotipi non vengono usati, semplicemente accadono. Un volto fermo troppo a lungo, una smorfia che si trascina, movimenti a scatti messi lì per creare tensione. Nulla funziona davvero. Prima strappa un mezzo sorriso, poi stanca. E quando un horror entra in quella zona, è difficile tornare indietro.
La fotografia appiattisce tutto: gli spazi non respirano, le ombre non suggeriscono nulla. I dialoghi girano a vuoto: dicono, ripetono, ribadiscono senza aggiungere niente. I momenti di tensione arrivano annunciati e passano senza lasciare traccia. La colonna sonora sottolinea invece di costruire, e finisce per spegnere anche quel poco di inquietudine che il film prova a generare. Sul piano visivo si salva poco. Gli effetti protesici funzionano a tratti, con una scena che emerge mentre il resto resta debole. La violenza rimane sospesa, senza colpire davvero.
Qui l’ossessione non cresce: ristagna. E finisce per far sorridere quando dovrebbe inquietare, senza mai arrivare davvero a disturbare. Il film dura poco più di un’ora e mezza, ma sembra molto di più. Quando il tempo si dilata così, senza motivo, per un horror è già una condanna.
Resta un’intuizione forte, quasi perfetta nella sua semplicità. Ma resta lì. Un Aladdin senza Genio blu, senza tappeto volante. E soprattutto senza magia e di sicuro con pochissimo horror indipendente vecchia scuola scheggia-denti.

https://open.spotify.com/show/5T9xxCp5taZVjub6B8YF56

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