Se parliamo di borghi, Ligabue è stato l’ultimo – non il definitivo, bensì l’ultimo di una lunga serie – che ha provato a descrivere con energia e ironia, talvolta con misurata crudezza, la Bassa “universale”, la Bassa come micromondo un po’ a sé in cui accade di tutto, quel tutto con cui anche uno nato a millecinquecento chilometri di distanza può relazionarsi. Soprattutto, quella Bassa in cui si narra di tutto. La riedizione per Mondadori (versione con copertina rigida), a distanza di trent’anni dalla prima uscita (maggio 1997), di “Fuori e dentro il borgo” di Luciano Ligabue, l’esordio letterario di Ligabue, è, in superficie, l’occasione per leggere o rileggere pagine in parte perdute che rimandano a un mondo altrettanto (parzialmente) perduto, un mondo abbastanza recente (si va dagli anni ’70 alla metà dei ’90) che sembra però fluttuare, oggi ben più leggero di ieri, in una capsula temporale divenuta quasi irriconoscibile. Perché addirittura irriconoscibile? Perché in questi trent’anni la Bassa si è trasformata a una velocità spesso insostenibile. Grazie per l’informazione, direte. E infatti c’è un’altra ragione, che forse dovrebbe interessarci di più: oggi quella Bassa non ancora definitivamente inghiottita dalle fauci della globalizzazione più spersonalizzante, non ce la racconta più nessuno (o quasi, perché i libri di Roberto Camurri, da Fabbrico (Reggio Emilia), esistono, sono di questi tempi e andrebbero letti di più). Ecco quindi Ligabue come ultimo cantore in parte tradito. Tradito da chi non se l’è sentita di dirci come sono andate avanti – mica finite – le cose. Oggi il racconto di chi siamo, cosa vogliamo, cosa vorremmo essere, dove viviamo e accanto a chi viviamo, è un prospetto abbacinante e stordente, pregno di una miriade di implicazioni che ci costringerebbero a uscire dalla dimensione assoluta e ultra-pervasiva del qui e ora – quella che spesso posiziona il sé al centro del mondo – per assumere una visione panoramica, dallo sguardo lungo, non braccata dalla necessità (questione di sopravvivenza?) di generare quotidiano engagement. Ligabue come uno degli ultimi che ha provato a narrare perché sul finire del Novecento ancora usava così, a quanto pare. Oggi narrare appare un freno all’immediatezza che tutto dice e quasi nulla spiega. E ancor meno illumina. Rientrare adesso in quei borghi del Liga fa sorridere e riflettere. E anche un po’ tremare.
Intanto, nel “borgo” di Ligabue non c’è marketing.
Stiamo mica parlando di borgo come frutto antico della tradizione, roba da scampagnata domenicale quando non sai che diavolo fare perché la città ti stritola. Qui il borgo è un organismo popolato da indigeni furiosi, divertenti, affamati di vita vera e di vita travestita da morte, non da turisti alla ricerca di quel sapore raro che sa tanto di “come eravamo belli quando tutti insieme vivevamo in campagna e c’avevamo le galline, la vita era semplice e tutto il resto”. Qui c’è Freccia che finisce in un fosso, morto di overdose. “Fu trovato in un fosso. Immerso a metà. A testa in giù”. La sua storia, come altre di questo libro, costituiranno lo scheletro della sceneggiatura di “Radiofreccia”, l’esordio del Liga dietro la macchina da presa.
Nonostante i conflitti e le tragedie, “quel tipo di innocenza, sia chiaro, un po’ la rimpiango”. Lo scrive Ligabue, nella nuova prefazione al libro. Si tiene lontano dalla nostalgia, accuratamente. Si tiene lontano da pericolosi raffronti fra ieri e oggi, saggiamente. Però ogni tanto si lascia scappare qualcosa. Quando scriveva il libro non riteneva di conoscere davvero la provincia italiana (perché immaginava fosse “tanta, varia ed eventuale”), solo i borghi che decise di descrivere attraverso le vicende di Virus, Bonanza, il Tondo, Omero, Cosmo e altri ancora. O di Freccia, ancora impresso nei nostri occhi con il volto di Stefano Accorsi. O del mitologico amuleto Little Taver, che tante volte ha portato con sé in tour lungo una nazione che, osservata città dopo città, forse lo ha convinto: in realtà, la provincia italiana l’aveva sempre conosciuta molto bene. Oggi chi conosce quei luoghi che a Pier Vittorio Tondelli (“Tondelli che moriva tre piani sopra il mio appartamento”), per certi versi, stavano stretti? Freccia lo trovarono “sotto un cavalcavia nei pressi di Carpi”. Ecco, oggi chi ci racconta quella che alcuni hanno ribattezzato Carpistan? Pare tutto troppo arduo, troppo rischioso. Più confortevoli le pagine da “ma pensa te!”, quelle in cui si tramandano le imprese di Virus col Buondì, in cui si parla delle nozze all’emiliana come di “un trionfo di riti incrollabilmente uguali a se stessi”.
In “Fuori e dentro il borgo” c’è un Ligabue trentasettenne che, padrone della necessaria esperienza, usa il tempo futuro con disinvoltura. Scrivendo di territori che respirano blues e rock, e di locali più o meno andati (cita il Mulino Cases, il blues a Brescello), si fa lirico. “Ognuno di loro risparmia per l’ennesimo giro a Austin. Ognuno di loro sente che se in America il blues a volte può rischiare la routine, qui non potrà mai perché “incorniciato” dal mito. Ognuno di loro sta facendo musica per la musica. Ognuno di loro lo trovete orgogliosamente conficcato, bandierina blu, sulle strade blues fra Reggio e il Po”. Chi ci potrebbe invece spiegare, oggi, dove-quando-come si sono incartate quelle certezze, quel futuro che evidentemente era più un presente esteso? “Qui non potrà mai...”, “lo troverete orgogliosamente conficcato”. Come si è passati, in meno di mezzo secolo, dal dinamico immobilismo di una provincia che si ripete – dove il dinamismo è spesso invisibile: una spinta soprattutto interiore, uno slancio, una visione diversa – a una provincia che oggi non riusciamo o vogliamo afferrare? Il Mulino Cases, oggi, credo sia un hotel. E la Brescello che ancora si riflette in Don Camillo e Peppone è stato il primo Comune dell’Emilia-Romagna sciolto, circa dieci anni fa, per infiltrazioni mafiose (‘Ndrangheta, per la precisione). Salim El Koudri, il trentunenne che si è gettato con la sua auto sulla folla di Modena, veniva da Ravarino, un altro di quei paesi – così simile a tutti gli altri – che si nasconde nei racconti del Liga. Nessuno sa davvero chi sia stato, negli ultimi anni, El Koudri anche perché oggi la geografia da cui proviene non è più mappata, non è più mostrata, non è più pattugliata da un Guareschi, un Tondelli, un Guido Conti. Troppo complicata, forse. O troppo complicata una società a cui tutto sembra sfuggire. Oggi Bonanza che si aggira per la fiera di San Quirino con “metà manico di scopa a mo’ di katana infilato in un fodero dietro la schiena come un samurai che si rispetti davvero” sarebbe un supereroe di Instagram. E Savana dovrebbe rimodulare di netto il suo approccio, se incontrasse un ragazza africano con due gambe “che erano platani”.
The times they are a-changin’, sarebbe bello che qualcuno tornasse a raccontarcelo. Teniamoci quindi gli sfoghi apocalittici degli influencer e le rassegne eno-gastronomiche che ci sfiniscono con l’idea che il cibo sia cultura (abbiamo capito, possiamo smetterla di cincischiare con il termine “cultura” e andare oltre?), ma non illudiamoci che siano narrazione o che producano una visione che vada oltre quella dell’incasso giornaliero. Oggi, cosa accada fuori e dentro il borgo, è un piccolo mistero. Se avete tempo fatevi un giro lungo “Le strade blu dell’Ameribassa”, chissà che non troviate qualcosa.