“Work hard in silence, let success be your noise” (Lavora sodo in silenzio, lascia che sia il successo a fare rumore). Queste sono le parole che Harry Kane ha scritto in una storia Instagram, mentre il mondo del calcio lo stava incoronando Re. La corona, massima espressione di prestigio per un ragazzo inglese nato a Leytonstone, nel nord orientale di Londra, stesso quartiere al confine tra la zona 3 e la zona 4 della capitale britannica, che aveva dato i natali anche ad Alfred Hitchcock, il maestro del brivido che, nel 1942, aveva diretto il film The Trouble with Harry, titolo con il quale la stampa ha giocato diversi anni, quando il giovane attaccante degli Spurs, pur fornendo grandi prestazioni, non riusciva a vincere titoli. Ma oggi, a 33 anni, nell’ultimo segmento della sua carriera sportiva, si è preso tutto. Cancellando le delusioni per le finali perse e quei titoli (la Champions League ed Europeo) svaniti per un soffio. Un calcio di rigore.
Oggi, a trofeo assegnato, ci chiediamo: Harry Kane merita il Pallone d’oro? Sì, non ci sono dubbi. Quest’anno è difficile criticare la scelta della giuria internazionale designata da France Football. Il bomberissimo del Bayern Monaco e dell’Inghilterra ha giocato una stagione stratosferica, segnando 73 gol in 65 presenze tra club e nazionale, vincendo “solo” Bundesliga e Coppa di Germania con la propria squadra, mancando il successo nelle manifestazioni più importanti: Champions League e Campionato del Mondo. Ma è questo che conta? In una stagione dove non esiste un dominatore assoluto, il dibattito si fa ancora più acceso. Il Pallone d’oro è un premio individuale, non di club e chi dovrebbe premiare: il calciatore più vincente o il migliore in assoluto? Difficile decidere, perché le letture possono essere molto soggettive e assottigliarsi al proprio gusto personale.
Dovessimo stare sulla linea di chi ha vinto tutto, abbiamo Fabian Ruiz che con PSG e Spagna ha alzato ogni coppa possibile, però dobbiamo essere oggettivi e chiarire che, pur essendo un grande calciatore, non può stare nella primissima fascia con il fuoriclasse. Lo stesso Rodri, il migliore del mondo nel suo ruolo e un gigante in mezzo al campo ai Mondiali, ma avrebbero dovuto premiare ancora lui? Noi qui, su queste pagine, avevamo chiesto di far vincere Yamal che quest’anno sta offrendo uno spettacolo libidinoso per gli amanti del calcio bailado, ma al Mondiale l’abbiamo visto poco. Troppo poco dominatore nell’orchestra perfetta di De La Fuente (miglior allenatore del mondo). Mbappé? Il capocannoniere di tutto? Primo ai mondiali, primo in Liga, primo in Champions League. Ma basta? No, perché né il Real Madrid, né la Francia alla fine, con lui in campo, hanno vinto. C’è poi Kvaratskhelia, genio e gol. Bellezza e incisività. Sicuramente il calciatore che ha cambiato le regole del gioco. Un esterno che sa giocare ovunque, che accende sogni con finte contro finte, dribbling surreali e gol che decidono le stagioni. Perché non avrebbe dovuto vincerlo lui il Pallone d’Oro? È georgiano, i mondiali li vede con il binocolo. E sappiamo quanto conta giocarli da protagonisti. La storia del calcio ce lo insegna e ricorda a noi italiani il trionfo di Cannavaro nel 2006 davanti a Buffon. E quindi Messi, il numero uno, quinto in classifica quest’anno, che a 39 anni ci ha deliziato per l’ultima (l’ennesima) volta con la sua Argentina.
Ragionamento complesso che, però, non toglie niente ad Harry Kane, il vincitore. Il Pallone d’oro che sul palco di Londra torna in Inghilterra dopo 25 anni, quando a trionfare fu Michael Owen. Una storia incredibile di un uomo che ce l’ha fatta al compimento del percorso di un calciatore fantastico che segna gol, ma si concilia anche con il gioco collettivo. La chiusura del cerchio di chi ha saputo lavorare in silenzio anche quando, ancora ragazzino, all’Arsenal lo avevano scartato e, negli anni successivi, mentre il mondo sosteneva che gli mancasse sempre qualcosa per essere il numero uno. La vittoria anche di una famiglia, condivisa con la moglie Katie Goodland, con la quale condivide la vita fin da bambini, quando ancora i grandi palcoscenici del calcio erano un sogno. “Questo premio è anche per te. Sì, ce l’abbiamo fatta”. Perché, alla fine, lo sappiamo che il calcio non è solo un gioco e sa raccontare storie bellissime.