È il sabato della Sprint a Phillip Island, Marc Marquez ha appena messo una mano sul suo 10° titolo mondale dopo aver rifilato un secondo e mezzo a suop fratello Alex in qualifica e aver vinto la Sprint delle 15 mentre Jorge Martín veniva portato via dai paramedici con una frattura al polso. Finita la gara ci chiudiamo in ufficio con Francesco Guidotti per una lunga chiacchierata, metà della quale (come sempre la più interessante) a telecamere spente. Prima però, in video, ci racconta di una confessione fattagli da Marc Marquez: “Una volta mi ha detto che stava facendo un percorso perché dal primo giro di FP1 all’ultimo di gara se non rischiava non si sentiva di dare il massimo, quindi non stava bene”. Gli chiediamo se fosse un percorso con uno psicologo: “Lui ha parlato di un percorso, il che non lascia molto all’immaginazione”. Per chi stigmatizza il ruolo dello psicologo si può dire mental coach, mental trainer, consuelor. Di fatto si tratta di un professionista del pensiero.
Questa storia è notevole perché racconta molto bene di Marc Marquez e della sua ultima stagione, la prima della sua carriera passata ad andare forte solo quando serviva, almeno fino all’Australia. Marc ha lavorato per obiettivi e non per la classifica in senso stretto tenendosi del margine e risparmiando ogni volta che ce n'era l'opportunità.
La cosa però non è banale. Fino a qualche anno fa una visita dallo psicologo veniva considerata più o meno come un esame della prostata: se ne parlava poco e lo si faceva solo in caso di assoluta necessità. Ora è diverso, eppure molti piloti non si sognerebbero mai di sedersi su di una chaise longue parlando all’aria mentre un signore sui sessant’anni, che magari la MotoGP non l’ha mai vista neanche in televisione, prende appunti e produce qualche domanda. Anzi, molti piloti non lo farebbero nemmeno in uno studio moderno coi sensori in testa e un neuroscienziato in camice bianco a prendersi cura di loro.
Se un 9 volte campione del mondo va dallo psicologo è perché non è così a posto né così in controllo o perché, comunque, sa c’è sempre del lavoro da fare, il talento non basta nemmeno se sei nato per quello. Evidentemente pure lui, con la sua casa e i suoi successi e i suoi soldi, ha un approccio mentale incentrato sulla prestazione, proprio della società in cui siamo che è tutta “No pain - no gain” anche se di mestiere fai le sculture con le caccole. Invece, dare tutto a ogni occasione non è sempre la risposta giusta o la strada più dura e quindi corretta, anzi. Spesso è più complicato fare delle scelte, pensare o riposarsi: le scelte prevedono l’incertezza e il rischio e così generano inquietudine. Oggi per molti di noi ci vuole un certo studio per stare un pomeriggio sul divano a fare niente o, nel suo caso, per chiudere con l’8° tempo di venerdì. Ma le guerre non si vincono con l’esercito più grande e le gare non le porta a casa chi ha investito più soldi: è, anche lì, soprattutto una questione di scelte.
Agli altri piloti non resta che prendere atto del fatto che lui continua ad alzare l’asticella su ogni piano possibile e in ogni occasione che gli si presenti buona: l’ha fatto con gli avversari in pista, col suo fisico, a volte col regolamento, spesso le dichiarazioni e, adesso, anche con sé stesso, da sempre il suo più grande avversario. Qualcosa di simile lo aveva detto dieci anni fa Valentino Rossi, quando lo Zingarelli gli chiese la sua definizione di velocità: ”Comporta movimento. Del riflesso, del pensiero, dell'attenzione, del gesto. Genera vantaggi, libidini, un pizzico di rischio, un piacere esclusivo. Il piacere di guadagnare qualcosa per raggiungere qualcosa. Un traguardo, un compimento. Velocità come eliminazione dei tempi morti, del tempo perduto, della noia, talvolta. Velocità come sistema di vivere, di vincere, di stare al mondo, essendo il mondo in piena accelerazione. È un'aspirazione e, spesso, una scelta, oppure un'attitudine che amplifica sensazioni, reazioni, gusto. La velocità costringe a una cura adatta, a una capacità specifica, altrimenti comporta un errore, una caduta, un rimpianto. Ci vuole testa e fisico, per la velocità. Quella padronanza che permette di apprezzare la lentezza, quando essere veloci non serve affatto".
Ecco, quel concetto così complicato è tutto nell’ultima parte. Ed evidentemente è lì che sono arrivati entrambi.