Sul ponte che collega lo stato del Victoria a quel pezzettino di terra che è Phillip Island c’erano un gran numero di bandiere con su scritto “The last roar”, l’ultimo ruggito. Un ruggito che alla fine la MotoGP non ha prodotto. I piloti dicono che il cielo piange per Phillip Island, qualcuno aggiunge che è come se l’isola volesse vendicarsi di questo sport che assomiglia sempre di più a un esercizio imprenditoriale.
La sensazione che qualcosa di brutto potesse accadere l’abbiamo avuta già dalle 9 del mattino, quando in via del tutto informale ci è stato detto che c’era un rischio concreto di annullare la gara. Il punto cruciale della faccenda è stato l’elisoccorso: se non ci sono le condizioni per farlo volare dall’isola all’ospedale di Melbourne in caso di emergenza saltano anche le condizioni per correre e così è stato. Salta prima la Moto3, poi la Moto2, poi si pensa a una procedura di partenza verso le 16:00 locali, le 6 di mattina in Italia. Nel frattempo i canguri si riparano sotto le tettoie e la gente vaga con mantelline e impermeabili tra venditori di birra, ponchi in plastica e gadget di ogni tipo. Nel fango si mescolano le suole di infradito in gomma, stivali da cowboy e Crocs: siamo in Australia.
Verso le 15:30 ci viene comunicato l’annullamento del GP, sostituito da una parata dei piloti dietro alla Safety Car per salutare un pubblico coriaceo e appassionatissimo che così grande non si vedeva dall’ultima di Casey Stoner a Phillip Island nel 2012. Se non altro, a quanto pare i biglietti verranno rimborsati. Le telecamere stanno su Jack Miller per tutta la paratia, che per l’occasione ha livrea, tuta e casco dedicate al suo paese. Lui impenna, produce dei gran burnout e fa pure uno stoppie sul rettilineo prendendosi lo stesso rischio che normalmente bisogna prendersi in gara.
Poi lui, Bezzecchi, Bagnaia e Quartararo lanciano un po’ di roba al pubblico sulla tribuna centrale: è un bel momento, anche se non compensa minimamente la delusione. Di fatto però queste sono le corse, materiale imprevedibile per tutti perché ancora soggetto alle leggi della natura, non solo quella umana.
Mentre i meccanici smontano l’attrezzatura per spedire le casse in Malesia ci si chiede se si potesse evitare una, magari correndo il sabato come era stato fatto qualche anno fa. Difficile, anche se non impossibile come lo sarebbe stato posticipare la corsa al lunedì quando le casse dovranno essere già in viaggio per Sepang. Di certo un piano alternativo si sarebbe potuto pensarlo. Per il campionato tuttavia non è un male: dopo la mazzata piombata sull’Aprilia nella Sprint, anche se verosimilmente Jorge Martin - a cui rimane una frattura al polso dalla gara del sabato - non correrà in Malesia, o comunque non in condizioni da lottare con Marc Marquez, in testa al campionato con 10 punti.
Phillip Island ci ha regalato un epilogo intenso, atipico e doloroso, certamente indimenticabile: esattamente come quello che c’era da aspettarsi da uno dei luoghi più pittoreschi nella storia del motomondiale.