L’appuntamento è a metà strada tra l’Italia e l’Austria, dove si correrà il Gran Premio. Marco Melandri è stato da poco a Misano per la MotoGP e dice di non volerci tornare troppo presto: devi chiedere il pass, anzi quasi elemosinarlo dice lui, mentre l’organizzatore fa il possibile per farti sentire fuori luogo. Non è il primo e non sarà l’ultimo a raccontare una storia simile: il paddock è cambiato molto in questi anni in cui sono arrivate le televisioni private prima, i social poi e gli americani adesso, a spostare da una certa parte il bilanciamento tra spettacolo e sport per rendere tutto più commerciabile.
D’altronde quando correva Marco non c’era bisogno di tutte queste operazioni: le moto erano più popolari da guidare e meno costose da far girare in pista, oltre che ben sovvenzionate da investitori ricchissimi come le aziende del tabacco o, in mancanza di grossi capitali, da aziende più piccole con la necessità di ripulire un po’ di denaro nero e la passione per le corse. In breve, i soldi giravano e le moto pure.
Melandri questo periodo se l’è vissuto in pieno prendendo tutto, bene e male, attraversando una porta d’ingresso di cui nemmeno ti accorgevi rispetto come ci arrivano oggi gli atleti bambini del motociclismo, dediti al lavoro e al sacrificio più che allo spillo e al carburatore. Probabilmente è per questo che quando sale sul nostro Panama Peak P10+ gli scappa un sorriso: “Ai bambini il camper piace, all’inizio ne prendemmo uno vecchio che in salita faceva i cinquanta, sessanta. La prima gara di mondiale che feci in Europa fu a Jerez, nel 1998. Non ci arrivò il camper nuovo quindi partimmo con quello, col vetro davanti aperto che tempo mezz’ora era volato via. Quindi arrivammo in pista a Jerez col camper distrutto e un telo di plastica a coprire la finestra. Erano bei tempi”.
Da lì vent’anni di corse, vittorie, sconfitte, polemiche, serate, abbracci, podi. Marco Melandri ha corso nel mondiale, poi in Superbike, è tornato indietro, si è ripresentato. Ha corso contro Valentino Rossi, diviso il box con Casey Stoner, fatto serata con Michael Jordan. Ha sempre detto quello che gli sembrava giusto prendendosene le responsabilità e l’ha fatto anche stavolta, raccontando le corse che ha vissuto e quelle che vede ora, oltre a lati di sé che difficilmente si riescono a scorgere in un pilota.