Mezz’ora con Mattia Pasini aiuta a capire come funziona la testa di un pilota. Il pilota è quello che vuole correre e farlo sempre, è uno che crede in sé stesso, è uno che a volte esagera. È uno che cerca la traiettoria migliore anche quando si sveglia di notte per andare al cesso. Siamo nel paddock del Sachsenring, dentro il Panama Peak P10+ che per il secondo anno di fila si è trasformato in un meraviglioso compagno di viaggio tra una gara e l’altra e in uno studio di registrazione quando alle gare ci siamo. Mattia dice che lui con un mezzo così ci andrebbe al mare, parcheggiato davanti a una roccia “a piombo” e una tavola da surf incastrata da qualche parte, che poi è uno dei pochi mezzi senza motore con cui passa il suo tempo.
Si potrebbe dire che la vita di Mattia Pasini, come per qualcun altro di noi, sia cominciata ben prima di nascere. Nel suo caso un ruolo ce l’hanno avuto le idee del nonno Duilio, cent’anni compiuti e una laurea honoris causa in ingegneria meccanica dopo una vita passata a costruire dei piccoli prodigi della tecnica nella sua officina, folgorato dal volo degli aerei visti in guerra.
La passione per il motore passa quindi al padre di Mattia, Luca, che si innamora del motociclismo e inizia a correre, a vincere e a farsi male - per la verità forse più la seconda della prima - riuscendo però a conoscere bene l’ambiente e a prendere contatti che si riveleranno fondamentali qualche anno più tardi.
Mattia nasce nell’agosto del 1985. È un bimbo divertente, bello. Soprattutto però, va fortissimo su qualunque mezzo gli capiti tra le mani, non ultima quella Pasini Mini Project costruita in famiglia sulle tracce della minimoto inventata qualche anno prima da Vittoriano Orazi. Sono gli anni delle pocket bike in Riviera che portano all Sport Production e al motomondiale, della Superbike di Chili e Falappa, ma pure quelli dei motori due tempi, degli scooter truccati e di un’economia che pompa liquidi nei sogni della gente. Mattia Pasini è tra quelli buoni, quelli veloci, cosa che per altro continuerà a essere per tutta la sua carriera. Passa i weekend in camper alle gare e i giorni della settimana a capire come andare più forte. Poi a 13 anni un incidente spaventoso nel motocross gli cambia la vita, oltre che il corpo. Il dottore che lo visita gli dice che non potrà più correre in moto. Di tutta risposta Mattia Pasini gli dedicherà il suo primo podio nel mondiale, incipit di una carriera lunghissima fatta di gare spettacolari, di qualche mondiale perso per foga e dell’eterno ritorno con delle wildcard che a modo loro hanno scritto la storia.
Qualche settimana fa, Mattia Pasini ha corso al Mugello per il weekend del Gran Premio Storico d’Italia con il Team Nardi e una Formula 2 sotto al sedere: pole position, vittoria in gara 1 e vittoria in gara 2 con partenza dal fondo. Se non ha vinto un titolo mondiale probabilmente è perché Mattia Pasini ha voluto correre sempre, al punto da non fermarsi neanche quand’erano finiti gli avversari. Correre sempre anche contro sé stessi, fregare il cronometro o finire in terra, dare tutto, correre sempre. Questo fa il pilota. E lui sa spiegarlo benissimo.
Su Mattia Pasini bisognerebbe scrivere un libro perché un’intervista non basta. In lui c’è la testimonianza di quello che significava fare il pilota nell’epoca d’oro del motociclismo, quella in cui si partiva con un vecchio Ducato per girare l’Italia con dentro due latte di benzina e una moto dipinta di giallo. E poi il Sic, il braccio che gli ha tolto un'occasione per dargli la forza di provarci lo stesso. La fame di Pasini arriva da lontano, da suo nonno Duilio che raccattava pezzi d’aereo durante la guerra per riempirci l’officina. Oggi Mattia Pasini è la definizione senziente della parola pilota