“Come sto? Sto come un padre in tangenziale”. Davide Bulega fa il patacca. Però che sta sottosopra trova il modo di dirlo lo stesso. E’ uno emotivo forte e la butta a ridere perché sente già che rischia di strozzarglisi la voce. Non lo vediamo, perché l’intervista è al telefono, ma siamo strasicuri pure che con una mano tiene lo smartphone e con l’altra ravana altrove, visto che la prima domanda, a bruciapelo, è esattamente quella che chiunque sia un po’ scaramantico non vorrebbe sentirsi fare mai: sei alla vigilia di un fine settimana indimenticabile, come stai?
A suo figlio, Nicolò, manca una manciata di punti per diventare campione del mondo in Superbike e nel week end si correrà a Cremona, dopo che lo stesso Nicolò s’è messo in tasca la vittoria in tutte le gare del campionato tranne una. Insomma, ok essere scaramantici, ma il traguardo sta lì. Davide non vuole neanche sentirselo ricordare. E’ un padre. E è stato pure un pilota. Risponde, appunto, di stare come un padre in tangenziale. Della seconda domanda, invece, non c’è neanche bisogno, perché poi va a ruota da solo.
“Sai – racconta – siamo stati a pranzo insieme perché poi lui già oggi partiva per Cremona. Mi ha fatto vedere la Lamborghini che Ducati e Audi gli hanno dato per questo fine settimana, boia che macchina. Ma lui mica si emoziona, ero più emozionato io a guardarla che lui a guidarla. Anzi, ti dirò di più: lui è tranquillissimo, io sto sottosopra. Alla fine è stato lui oggi a darmi calma. Lo ammiro da matti per questo. Rimane integro. Non si scompone. Freddo? Non lo definirei freddo, mi viene più da dire che è un duro. Volevo fargli quei discorsi che fanno i padri prima del pranzo, me l’ero pure mezzo preparato, invece il discorso che mette serenità l’ha fatto lui a me. A volte questa cosa mi fa pure un po’ incazzare. Quando ci siamo salutati, oggi, io ho allargato le braccia per dargli un abbraccio, ‘sto stronzo (ride, ndr) m’ha risposto con una spallata come quelle che si scambiano i giocatori di basket. Fosse per me, invece, gli farei ancora le coccole, come da piccolo, anche se non le voleva neanche da piccolo. Magari è la sua forza. Anzi, togli il magari: è la sua forza”.
La storia è di quelle potenti. Perché è sì una storia sportiva, ma è pure la storia di un ragazzo che è sceso dal cielo fino all’inferno e poi s’è tirato su come fanno quelli che ormai sanno di essere solo uomini: di muscoli e nervi. Di sudore e fatica. E ha ricostruito. Tutto dove era e come era, ma da una consapevolezza diversa. E’ mutato e maturato pure un rapporto con quel padre a cui, bisogna riconoscerlo, deve fondamenta che evidentemente erano toste di brutto. Vivere. Crederci. Cadere. Ricominciare. Vincere. Cinque verbi applicati all’esistere in ogni settore dell’esistere, con Nicolò che, prima di tutto, ha ritrovato il gusto vero delle corse: competere, meritare, trasformare.
“Nel primo anno in cui ha corso con le minimoto lo accompagnava il nonno, io avevo il team e ci sono stato solo alla prima gara, fece ultimo, e all’ultima, e mi pare fece quinto. Non c’è giorno della mia vita in cui io non pensi al mio di babbo, il nonno di Nicolò – racconta ancora Davide – adesso, però, più si avvicina il fine settimana e più quel pensiero è una lama luminosa sempre infilata nel cervello. Quando Nicolò aveva due anni gli comprammo una biciclettina e quel matto di mio babbo, di nascosto da me, gli tolse le rotelle. Poi a tre anni una specie di kart e subito dopo una minimoto. La storia l’ho raccontata e ho visto che su MOW l’avete anche ripresa. Nicolò, che le coccole non le fa, lo riempiva di dispetti: quando tornava a casa puntualmente apriva il tubo dell’irrigazione e lo fradiciava. E’ come la spallata di oggi: ti aspetti l’abbraccio, invece di modo ne trova sempre un altro irriverente. Ma alla fine è il suo modo: unico. Con mia mamma, la nonna di Nicolò, che c’è ancora, in questi giorni ci chiediamo spesso come sarebbe stato se ci fosse stato ancora il nonno. Ma poi ci rispondiamo che in verità c’è, perché non attraversi quello che ha attraversato Nicolò, con la forza con cui è riuscito a farlo Nicolò, se non c’è qualcuno che una mano invisibile sulla testa te la mette. Basta oh, non mi voglio commuovere”.
Non si vuole commuovere e allora proviamo a farlo incazzare: se succederà sarà una sequela di doverosi grazie, pensi ci sarà un grazie anche per te? “Ma cosa vuoi che me ne freghi se ci sarà o no un grazie? – risponde – Per me è grazie ogni giorno: la vittoria è questo rapporto con mio figlio, sentirci così, confrontarci, magari anche litigare. Vincere o non vincere è qualcosa che attiene a un terreno differente. Cosa e quanto è stato fatto, poi, lo sa chi deve saperlo: chiunque ha avuto un figlio nelle corse sa di quante macerie restano, sotto tanti punti di vista, ma quando c’è il sole sono belle pure le macerie perché sono la prova evidente di tentativi e fiducia. E danno forza a prescindere da tutto. Poter dire ‘io ci sono’ varrà sempre più di un ‘mio figlio è campione del mondo’ o ‘mio figlio corre in MotoGP nel team di Valentino Rossi e con una Ducati’: di Nicolò è bella la storia e di questa storia ho fatto parte e faccio parte. Con meriti, con demeriti, sicuramente con tutta l’anima possibile. Il lavoro grosso è il suo e non mi sto a chiedere se lui un giorno sarà fiero di me come io lo sono di lui. Adesso vorrei solo che arrivasse domenica sera perché devo fregarlo: lui non beve, ma magari due bicchieri, se tutto andrà come si spera che vada, se li farà e magari gli daranno alla testa e lì giocherò sporco per estorcergli quell’abbraccio”.
Questa cosa del niente coccole a Davide non va giù. “Pensa che io – racconta ancora – lo volevo femmina perché mi dicevano che le femmine hanno sempre rapporti speciali coi papà e li riempiono di coccole. Però oh, è andata bene come è andata”. L’argomento bebè, comunque, si presta e, vista anche l’amicizia con Pietro Bagnaia, che è appena diventato nonno, gliela buttiamo là: domenica sera potrebbe essere una gran gioia, un’altra grande gioia è arrivata con la firma per la MotoGP l’anno prossimo, la terza potrebbe essere sentirsi chiamare nonno. “Non scherziamo – risponde – sono troppo ragazzo per sentirmi dire nonno. Scherzo ovviamente, ma vedo Nicolò e la sua fidanzata, Camilla, concentrati sicuramente su un progetto, ma un progetto che per ora non prevede quel passo. Sono scelte loro e non metto minimamente bocca: l’unica cosa che mi auguro, se sarà e per quando sarà, è di saper essere il nonno che ha saputo essere il mio babbo”.