L’ultimo pilota italiano ad aver vinto un Gran Premio al volante di una Ferrari è stato Michele Alboreto, nel 1985 in Germania. Il tutto mentre Kimi Antonelli, grazie alla Mercedes, si è preso il Mondiale di F1 a soli vent’anni, il più giovane di sempre a riuscirci. Kimi, la scommessa vinta di Toto Wolff, che ormai 9 anni fa lo strappò proprio alla Scuderia. “Non c’erano le giuste condizioni”, ha raccontato più volte il team principal dell’epoca Maurizio Arrivabene, lasciando intuire come quel nome a Maranello lo si conosceva e anche bene.
A Brackley, però, ci hanno creduto e investito come poche volte nella storia era stato fatto, finanziandone la carriera e garantendogli un trattamento esclusivo in tutto e per tutto. E quel ragazzino la fiducia non l’ha mai tradita, passando dal kart a diventare campione del Mondo del Circus in appena cinque anni. Una storia di coraggio, soprattutto, perché vale la pena chiedersi in quanti avrebbero fatto salire un diciottenne - seppure speciale - su una Mercedes, oltretutto prendendo il posto di Lewis Hamilton.
In pochi, anzi, pochissimi. A raccontarlo, rivendicando quanto fatto dalla sua squadra durante tutto il percorso di crescita che ha segnato la carriera dell’italiano, è stato proprio Toto Wolff: “Qui c’è dietro un percorso di nove anni fra squadra e famiglia: ha avuto i migliori coach, i migliori strumenti, test sulle Formula 1, la sua carriera è stata interamente finanziata da noi, siamo gli unici a farlo”, ha tuonato l’austriaco in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera. “Non è che la Ferrari o altri se lo siano lasciato sfuggire, come ho sentito dire. Dietro ci sono solo lavoro e un ragazzo straordinario che ha ripagato la fiducia con i risultati. Non è una vittoria mia ma del sistema”.
Ma cosa sarebbe successo se, invece che nell’accademia sviluppata a Brackley, quel ragazzino fosse cresciuto a Maranello e con il logo del Cavallino Rampante stampato sulla tutta? Wolff non ha dubbi: “Nessuno in Mercedes ha mai dubitato di Antonelli, lo abbiamo sempre sostenuto anche quando i risultati non arrivavano. Se fosse stato alla Ferrari o alla Red Bull i dubbi ci sarebbero stati, non lo avrebbero mai messo subito sulla macchina migliore e lo avrebbero parcheggiato in un piccolo team, come Bearman. Noi avevamo un progetto per Kimi, una programmazione”.
Una frecciata pesantissima, o forse no. D’altronde, immaginare Antonelli su una Ferrari da pilota titolare già al primo anno sembra fantascienza: basti pensare a quanto fuori dagli schemi fosse stata la promozione di Leclerc dopo una sola stagione in Sauber, peraltro strepitosa. Figuriamoci se un rookie dovesse arrivare e vestirsi direttamente di rosso. Impensabile, almeno ad oggi.
L’unico paragone che scricchiola è quello con Red Bull, specie considerato quanto fatto con Verstappen tra il 2014 e 2015. L’olandese, prima di salire nel team ufficiale, un anno e qualche gara in Toro Rosso l’ha fatta, vero, ma non bisogna dimenticare che all’esordio in F1 ci era arrivato con una sola stagione in monoposto alle spalle, un anno e mezzo dopo aver completato il suo ultimo anno in kart. E soprattutto, con molti meno chilometri di test macinati alle spalle.
Coraggiosa fu anche quella scelta, ripagata con una vittoria al primo tentativo a Barcellona dopo che Hamilton e Rosberg, dopo nemmeno un giro, si buttarono fuori. Fu incredibile, proprio com’è stato il 2026 di Antonelli. E mentre tante delle figure care alla Scuderia, da Montezemolo allo stesso Piero Ferrari, lo chiamano da giorni, la Mercedes se lo gode e se lo godrà. Probabilmente, ancora per moltissimi anni.