Quando Kimi Antonelli, ieri sera, è diventato campione del mondo di Formula 1 è partito in automatico un pensiero strano: il male del secolo non è stato il cancro, figuriamoci il Covid! Il male del secolo, forse, sono i padri-procura, gli adulti che usano i figli come bancomat dell’anima o protesi del proprio ego. L’ho pensato da padre. Lo scrivo da padre. Basta guardarsi intorno per accorgersi quanti – e forse ci siamo cascati almeno qualche volta un po’ tutti - proiettano sulle spalle dei ragazzini le cose sognate. Le carriere mai fatte. I desideri rimasti lì. Trasformando il cortile di casa in una succursale del tribunale o in artefatti da esibire sui social. Poi vedi il paddock del Messico, guardi un ventenne sbarbato abituato ai trecento all’ora che si poggia sulla spalla del padre, e capisci che c’è un’altra via. Molto più dura. Molto più bella. Dannatamente più potente.
Kimi Antonelli è diventato il più giovane campione del mondo nella storia della Formula 1. E mentre i soliti “fenomeni incompresi” partoriscono la solita sentenza dei coglioni affetti da egualitarismo risentito – “eh vabbè, ma c'ha il papà ricco e ha potuto tutto” – bisognerebbe fare un ripasso di realtà. Di muscoli. Di nervi. Di sangue che passa pure per l’amaro per diventare di quella dolcezza – ineguagliabile - che solo la vittoria sa rendere. Se non ve ne siete accorti, la storia della cronaca nera e dei centri di recupero è piena zeppa di figli di papà finiti in macerie umane, soffocati dall'assenza di un limite e dal vuoto dei soldi facili. ‘Sta cosa del “eh ma lui ha potuto” è ‘na cazzata oh! Il conto in banca ti compra il kart, ti paga le gomme, ti permette di sognare. Ma non ti compra il millesimo di secondo in meno che ti fa fare la differenza. Non ti compra l’ostinazione. Non ti compra la favola sciocca del “figlio di papà” che è esito di un patrimonio investito su un’ossessione. Non ti compra le palle che servono quando devi rimettere la macchina in prima fila a Melbourne dopo che tre ore prima ti sei stampato a trecento all'ora. Quello si chiama lavoro. Si chiama fame. E, sopra ogni cosa, si chiama educazione. Sì, educazione alla passione: anzi, alla responsabilità della passione. Soprattutto quando è immensa e spinge di quella potenza che rischia d’essere pericolosa senza il giusto controllo.
Marco Antonelli non ha fatto il manager di suo figlio. Ha fatto una cosa enormemente più difficile. Una roba fuori moda. Quasi sovversiva: ha fatto il padre. Uno che c’avrà pure i matti miliardi e le migliori auto che un collezionista può sognare, ma si sporca le mani. Nel box come un meccanico a stipendio. Uno che prepara le macchine dei clienti anche a costo di essere assente nel giorno più importante di suo figlio, magari mentre gli insegna, proprio con quell’assenza, che il dovere viene prima. Punto. Secondo un’esistenza che risponde sì a due sole grandi leggi, il cuore quando batte e il motore quando corre, ma passa per piccole enormi regole: l'accettazione della fatica, la comprensione del limite, la capacità di volare senza prendere il volo o di vivere da senza testa, ma usando sempre la testa e il cuore. Nessuna ombra di proiezione. Nessuna ombra di competizione: solo il desiderio profondo che la discendenza superi la matrice attraverso un atto di amore e di protezione.
Marco Antonelli è campione del mondo di paternità perché non ha trasferito in Kimi quello che avrebbe voluto essere lui. Gli ha permesso, per dirla con la massima che è fondamenta della cultura occidentale, di diventare chi è. Diventa chi sei. Signori, in questo mondiale vinto da Kimi c’è molto di più di una storia che è storia: c'è un trattato di psicologia che potrebbe permetterci – se capito davvero – di mandare a fanculo oggi stesso tonnellate di manuali. Marco è stato un pilota veloce. Uno che lottava coi team ufficiali nel Superturismo senza avere i loro budget. Uno che forse è vissuto nel dubbio – e magari pure nella sofferenza – di aver raccolto poco. Ma non ha mai chiesto a Kimi di riscuotere i crediti che aveva maturato lui. Ha tenuto scisse le strade. Ha offerto l'esempio al posto del ricatto secondo l’idea di un riscatto.
È la lezione antica: la stessa che Omero scolpisce nell’Iliade, quando Ettore si toglie l’elmo per non far spaventare il piccolo Astianatte e prega gli dei perché un giorno si dica di suo figlio: “È molto più forte del padre”. O quella saggezza amara e viscerale che Umberto Saba metteva nei suoi versi dedicati alla paternità, quando riconosceva al padre non la perfezione del supereroe, ma la verità di un uomo in carne ed ossa che trasmette la vita senza soffocarla. Tra Marco e Kimi non ci sono leziosità. C’è il sangue che si fa dolce nel momento della massima tensione. C’è quell’intesa muta sulla griglia di partenza, mezzo minuto prima che si spengano i semafori, dove basta uno sguardo. Kimi cerca il padre perché sa che Marco sa. Capisce cosa significa avere la pancia contratta. La vista che si stringe. L’adrenalina che secca la gola e inumidisce il culo mentre li stringe entrambi. Nessuna parabola motivazionale: per Kimi solo la roccia di chi c’era prima di lui e ci sarà anche dopo.
Come sarà domani. Come è stato ogni domenica tornando al motorhome e la Formula 1 finisce fuori da pareti che vogliono contenere solo tutto ciò che conta veramente. Niente arie da fenomeno. Una gramigna cucinata al campo, quattro carte, gli amici di scuola del Salvemini e una sorellina che magari neanche lo sa che quella rottura del fratello grande ha scritto la storia del motorsport prima ancora di avere tutti i denti del giudizio. Perché puoi guidare come un veterano e gestire la pressione di Toto Wolff, ma a vent’anni se sei cresciuto dritto vuoi solo un piatto di pasta e quello che conta veramente. Ecco perché la vittoria di Kimi è sicuramente pure la vittoria di una famigli, che ha difeso un ragazzo e i suoi sogni. Come? Allontanandolo dal vizio e avvicinandolo alla responsabilità della passione. Ma è soprattutto la lezione di Marco Antonelli a tutti noi: per forgiare dei giganti non servono maestri impeccabili e artigiani prodigio. Servono solo uomini orgogliosamente umani, magari pure fragili, che trovano la forza di esserci con l’esempio. Un passo indietro. Un pochino più in là. E oltre.