Per Toto Wolff, in Messico Kimi Antonelli non è soltanto diventato il più giovane campione del Mondo nella storia della F1. Ha realizzato qualcosa di più grande e significativo, avvalorando ancor di più l’impresa sportiva realizzata in pista. Proprio lui, quel pilota su cui aveva scommesso il tutto per tutto quando era ancora soltanto un bambino. “Il concetto del vincere a tutti i costi, dell'essere egoisti, opportunisti, spietati per il proprio tornaconto... quel modello di pilota è morto”, racconta ai media una volta terminata la prima parte dei festeggiamenti, quelli in pista che hanno visto l’intera squadra stringersi attorno al proprio campione, rigorosamente col Tricolore sulle spalle.
“Oggi abbiamo un nuovo campione che rappresenta valori come l’umiltà, l’integrità, la lealtà, il rispetto. Kimi dovrebbe essere un modello per tanti giovani piloti nelle formule minori e per quei pochissimi viziati in F1”. L’austriaco, come spesso accade, non la tocca pianissimo. “I lamentosi seriali via radio, quelli che protestano sempre, quelli che cercano il contatto. Guardino questo ragazzo di vent'anni e riflettano su cosa possono fare per migliorare. Questo è il pilota moderno”.
Dopo un anno passato a impartire lezioni di guida, demolendo i suoi avversari, per Wolff stavolta si tratta soprattutto di stile: “Kimi non è speciale solo per il talento, perché quello a questi livelli ce l’hanno tutti, ma perché è una brava persona. E ha dimostrato a tutti che si può battere chiunque là fuori rimanendo fedeli a se stessi”.
Parole pesanti arrivate al culmine di una giornata dalle emozioni fortissime, le stesse che inizialmente sembrava non provare: “Sedevo nel box come faccio da dodici anni a questa parte e, mentre la gara volgeva al termine, non ne provavo nemmeno una”, ha ammesso il team principal delle Frecce d’Argento riflettendo su quegli istanti così delicati. “Mi dicevo: ‘Ma cosa c’è che non va in me? Dovrei sentire qualcosa ora che il traguardo è vicino’. Invece zero. La scarica è arrivata solo quando l’ho visto nello stadio: un giovane uomo che ha vinto il suo primo titolo mondiale in modo dominante. È stato bellissimo”.
Per certi versi, Kimi Antonelli è soprattutto il suo giovane uomo. È la sua scommessa che in Messico ha smesso di essere tale, trasformandosi in campione e spazzando via anche il più remoto dei dubbi rimasti. L’ha fatto al culmine di una stagione sensazionale, tra una magia e l’altra fino al traguardo finale, quello che riporta in alto l’Italia a 73 anni dall’ultima volta, con Alberto Ascari nel 1953.
Nonostante ciò, per Wolff sembra che il tempo si sia fermato ad anni fa, quelli di quel bambino che a Monaco girava per il box con una maglietta di due o forse tre taglie più grandi: “Vedo ancora lo stesso ragazzino. Devo dare grandissimo merito a Gwen Lagrue, che lo ha notato quando noi non guardavamo ancora al karting, e a James Allison che ci ha creduto. E poi c’è Bono, al suo terzo pilota campione del mondo. Vincere con Lewis è stato incredibile, siamo stati parte della storia del più grande campione di sempre ed è qualcosa di culturalmente rilevante anche fuori dalla F1. Ma con Kimi è diverso, lo abbiamo cresciuto noi da quando aveva dodici anni”.
Alla fine, all’austriaco bastano due aneddoti per descrivere il suo diamante, ormai non più grezzo: “Qualche settimana fa lo cercavo e mi hanno detto: ‘È al parco acquatico’. Ho pensato, ‘Fantastico! Finché possiamo preservare questo suo lato è meraviglioso’. E non beve nemmeno una goccia di alcol, zero”.
Un qualcosa che, con un titolo da celebrare, dovrà essere rivisto: “Da un lato è un bene, dall’altro dovrà pur crescere e farsi il suo primo shot di tequila... chissà se succederà stasera”, conclude scherzando. I compiti a casa sono terminati, dando anche l’esempio a più di qualcuno in quel paddock che per anni aveva sognato. Ora, c’è spazio solo per i festeggiamenti.