Pablo Duarte per Kimi Antonelli è stato più di un semplice meccanico. È stato il suo “migliore amico in pista”, come scriveva lui sul suo profilo Instagram commentando una foto dei due che prima si davano il cinque e poi si abbracciavano. Oggi, quel ragazzo che ha seguito per tre anni quasi tutti i giorni, tra vittorie e momenti complicati da affrontare, è diventato campione del Mondo di F1 ad appena 20 anni. Eppure, a sentir parlare lo spagnolo dall’altra parte del telefono, non è cambiato di una virgola. Ci sono però storie che nessuno conosce che, quando ce le racconta, ci fanno capire come quasi tutto fosse già scritto. Dai motori H24 a una fame da imparare a gestire, da quelle volte che l’ha lasciato senza parole all’attenzione maniacale verso ogni dettaglio, dentro e fuori la pista. E poi quell’aneddoto che, ancor prima che il Mondiale cominciasse, gli aveva raccontato.
Pablo, chi è davvero il tuo Kimi?
“Il mio Kimi è fondamentalmente quello che si vede in televisione: una persona estremamente educata e amabile. È lo stesso atteggiamento che si vede oggi in F1, ma che aveva già all’epoca dei kart: quando arrivava e quando se ne andava, salutava tutti uno per uno. Doveva stare in pista H24, altrimenti non stava bene. Infatti c’erano sempre dei piccoli battibecchi – non veri litigi, ma non voleva mai andare via dal circuito – e la mamma doveva praticamente trascinarlo per farlo salire in auto. In pista, e per quanto mi ha confermato Veronica, è ancora così adesso, come ci raccontavamo a proposito della sua vittoria a Monza qualche settimana fa. Stessa scena: alle dieci di sera era ancora nell’hospitality e lei era lì dietro che lo aspettava. E lui niente. Insomma, questo è Kimi: Motorsport H24, altrimenti non è felice”.
Quando avete fatto la prima giornata di test insieme, cos’hai pensato?
“Io ho conosciuto Kimi nel 2017, quando ero in Tony Kart e lui è arrivato facendo la categoria Mini. Però all’epoca non gli facevo da meccanico, se ne occupava un’altra persona. Ci siamo conosciuti quell’anno lì. Invece, sono arrivato in Kart Republic e ho iniziato a fargli da meccanico all’inizio del 2020, e la prima volta è stata in America, durante il Winter Tour in Florida. Ho pensato che fosse uno di quelli capaci di andare forte da subito, ma avevo già avuto altri piloti forti prima di lui, quindi mi sembrava quasi normale. Poi, man mano che le gare andavano avanti, mi sono accorto che aveva qualcosa in più, soprattutto una dote di cui parlavo proprio oggi con mio papà”.
Ovvero?
“È stato uno dei pochissimi piloti, se non l’unico, che già anni fa, prima che uscissero i tempi ufficiali, ti diceva: ‘Oh, ho fatto questo tempo, mi manca un pochino di qua, un pochino di là’, e ci prendeva quasi sempre, dandomi magari un decimino di scarto. È una cosa impressionante. Ne parlavo anche a proposito della sua ultima gara ad Austin: penso sia abbastanza chiaro anche da fuori che, fino alle qualifiche, in Q3, lui non avesse mai tirato al massimo. Non è che di punto in bianco abbia imparato a guidare conquistando la pole. È che in FP1, FP2, FP3, Q1 e Q2 non era semplicemente mai stato primo. Ha dovuto imparare a gestirsi anche per coprirsi, per non farsi copiare, in poche parole”.
Qual era il suo pregio più grande?
“Ne aveva tanti. La velocità in ogni condizione, innanzitutto, e poi tantissima voglia, una fame incredibile. Dava anche feedback molto precisi ed era sincero. Se diceva che c’era un problema, c’era davvero; e aveva sempre bisogno di un certo tipo di bilanciamento, soprattutto all’anteriore, era un pilota che necessitava molto carico davanti”.
E un difetto?
“Bella domanda e c’è una risposta piuttosto precisa. Secondo me, nei due anni che abbiamo fatto insieme, è cresciuto molto nella gestione della frustrazione. Si frustrava tanto, soprattutto durante le prove libere. Perché in prova magari il team girava senza materiale da gara – quindi con motori non al 100% – e c’era gente che montava gomme nuove mentre noi no, andando logicamente più forti di noi. Ecco, vedere gli altri che andavano più forte lo faceva stare malissimo, al punto da arrivare a piangere una volta prima dell’ultima prova dell’Europeo. Su questo aspetto ho dovuto lavorarci anch’io, per spiegargli che erano situazioni di test e non di gara. C’erano troppi fattori da considerare, come le diverse mescole di gomme, i motori, le condizioni della pista, e non potevi sapere cosa stessero provando gli altri. Non eravamo in qualifica dove tutti mettono il massimo e se prendi tre decimi sai di averli presi; eravamo in prova, non contava. Però è stata dura farglielo metabolizzare”.
Qual era la tua reazione?
“Gli dicevo semplicemente ‘Stai tranquillo, quando arriverà il momento vero, andremo forte’. Ed effettivamente era sempre così. Però in quel momento lui non lo capiva, il che è anche normale, era pur sempre un ragazzino, ci sta che non lo realizzasse. Però era diventata una situazione che, a volte, frenava un po’ tutto il lavoro”.
Com’è che avete vissuto l’incidente al Mondiale a Portimao, nel 2020?
“È stato molto brutto. È successo proprio davanti a me e sono stato il primo ad arrivare da lui. Ho dovuto smontare parte del go-kart insieme a un altro meccanico per riuscire a estrarlo. È stato un momento difficile per tutti. Ci sentivamo quasi ogni giorno: gli chiedevo come stava e lui mi raccontava delle sue giornate al parco con la sorella, muovendosi con le stampelle. Poi, a un certo punto, a gennaio, mi manda un video in cui era andato a girare con il KZ a Migliaro. Gli ho detto: ‘Ma tu sei fulminato, non stai bene con la testa’”.
In pratica, dopo due mesi dall’essersi fratturato tibia e perone…
“Sì, ma lì aveva un po’ esagerato perché non era ancora guarito del tutto. Infatti, durante i primi test o le prime gare, la gamba gli faceva male ed era costretto a fermarsi. Una volta ad Adria ha dovuto mollare perché non ce la faceva più dal dolore: finiva il turno e tornava in tenda appoggiato al go-kart, camminava zoppicando e con il piede gonfio, al punto che abbiamo dovuto fermarlo noi. Quando poi si è rimesso a posto siamo tornati nel WSK, ma non vinceva ancora. In quell'anno lì è arrivato anche Camara, che era molto forte e ci ha messo in difficoltà perché era davvero bravo; infatti la prima gara dell’Europeo l’ha vinta lui. Poi però abbiamo ricominciato a vincere anche noi e da lì in poi è tornato il Kimi che tutti conoscevamo”.
Quanto è stata importante la famiglia nella sua carriera?
“A me non piace mai parlare di fortuna, perché la fortuna uno se la costruisce, però diciamo che uno dei fattori che hanno aiutato Kimi ad arrivare dov’è arrivato è stato proprio il suo contesto familiare. Specialmente Marco e Veronica, i suoi genitori, gli hanno trasmesso un’educazione e dei valori solidi: l’importanza dell’impegno, il non montarsi mai la testa, il rimanere sempre modesti e umili. Ed è una cosa che posso dire con certezza perché ho avuto altri piloti che andavano molto forte ma nei quali non ho visto gli stessi valori. Questo è un pregio rarissimo e fondamentale per arrivare in alto, perché bisogna tenere i piedi ben piantati a terra. Lui ci è riuscito soprattutto grazie all’educazione che ha ricevuto”.
Ma quando ha vinto la prima gara in F1, che effetto ti ha fatto?
“Ho esultato, gli ho mandato dei messaggi e poi ci siamo parlati. È stato davvero molto bello”.
Quindi vi sentite frequentemente ancora oggi?
“Sì, sì. Sono anche andato a vederlo a quattro gare finora: una quest’anno e tre l’anno scorso. Per farti capire, la scorsa settimana ero a Viterbo per una gara dell’X30 Iame e lui mi ha scritto lunedì mattina, tenendo conto del fuso orario in cui si trovava. Ci scriviamo praticamente tutte le settimane: a volte più spesso, a volte meno, ma una volta alla settimana ci sentiamo quasi sempre”.
Lui ti ha definito il suo migliore amico in pista, non so se lo sapevi.
“No, questo non lo sapevo”.
C’è un vecchio post di Kimi in cui, nella didascalia, c’è scritto “Il mio migliore amico in pista”, ed è accompagnato da una foto di voi due che vi date il cinque.
“È una persona che ci tiene tantissimo ai suoi rapporti. Ad esempio, l’anno scorso sono andato a vederlo a un test a Jerez insieme a mia figlia. Sono stato lì con lui, abbiamo cenato insieme, ho seguito i test e poi sono ripartito. Lui aveva una mole di lavoro pazzesca per tutta la giornata, senza fermarsi mai dalle 8 di mattina. Nonostante avesse fatto una maratona di 10-12 ore lì, quando io stavo tornando a casa, sapendo che avevo davanti 700 chilometri di viaggio, ha trovato il tempo e l’interesse di mandarmi un messaggio per sincerarsi che fossi arrivato. Capisci? È lui che scrive a me per assicurarsi che io stia bene. Kimi è fatto così: con le persone a cui è vicino ci tiene davvero tanto, in modo autentico. Non è solo facciata, è proprio fatto così”.
Che cosa ti ha colpito di più in questa stagione?
“Sinceramente, di quest’anno non mi sono stupito quasi di nulla. Anche l’anno scorso, per me, non era davvero in difficoltà... io la vedo così. Credo che in questa stagione stia semplicemente facendo quello che sa fare. Forse mi ha impressionato soltanto per una cosa: la capacità di gestire le emozioni nelle gare che contano davvero, quelle toste, dove la macchina non era la migliore. Il resto me lo aspettavo, ma quella maturità, quella calma e quel controllo mi hanno colpito. È stato bellissimo da vedere. Al di là della velocità pura e delle pole position, anche nei momenti più difficili non è mai crollato mentalmente. È rimasto solido e ha concretizzato il risultato”.
Ti aspettavi che quest’anno avrebbe lottato per il Mondiale?
“Ti racconto una cosa. Mia sorella ha iniziato a seguire la F1 proprio per Kimi e a marzo le avevo detto: ‘Vedrai che per Russell lui sarà un grosso problema’. Kimi me lo aveva confidato prima ancora che iniziasse la stagione: ‘Quest’anno ce la giochiamo’. Conoscendolo e vedendo l’andamento delle prime gare, sapevo che non appena avesse preso un po’ di confidenza con la macchina, che è diversa rispetto a quella dell’anno scorso, avrebbe ammazzato tutti”.
Prima hai detto che l’anno scorso in realtà non era in difficoltà. Perché?
“Bisogna considerare diversi aspetti: era il suo primo anno e si trovava a competere contro piloti esperti, il suo stesso compagno di squadra correva in F1 già da anni. Nonostante ciò, ha conquistato una pole position Sprint e dei podi. E non bisogna dimenticare che è rimasto a piedi in un paio di occasioni, tra cui a Imola. Per me ha disputato una grandissima stagione, senza ombra di dubbio. Ha semplicemente fatto il suo percorso di crescita”.
E poi è diventato devastante…
“Lui è fatto così: quando conta, nove volte su dieci ci azzecca. È un qualcosa che già si vedeva ad esempio in F4. Per lui tutto sembrava facile. Una volta, al Mugello, io lavoravo per il team di suo padre mentre lui correva con Prema. In qualifica, proprio mentre stava facendo il suo giro veloce, ha trovato del traffico ed è uscita la bandiera rossa. La sessione si è fermata e lui aveva ormai sfruttato la parte migliore della gomma. Ma sapevo perfettamente che, con quell’unico giro a disposizione rimasto, avrebbe fatto la pole, esattamente come faceva nei kart. E secondo te cosa ha fatto? Tre settori perfetti e il miglior tempo. Quando conta davvero, lui non sbaglia quasi mai”.