Campione del Mondo, a soli vent’anni. Una di quelle imprese destinate a rimanere indelebili nella storia dello sport Mondiale per sempre. Nella notte tra la domenica e il lunedì italiano, a Città del Messico, Kimi Antonelli ce l’ha fatta. Ha chiuso i giochi, si è preso la F1 e, finalmente, ha potuto lasciare libera tutta quella tensione che, inevitabilmente, dentro di sé continuava ad accumularsi. Ha imparato a gestirla col sorriso, ma adesso può liberarsene. È una vittoria che a inizio anno nessuno mai avrebbe nemmeno osato pensare, ma che con quattro weekend di anticipo è arrivata.
È la sua giornata, lui che forse più di tutti quanti ci ha creduto in questa follia. A raccontarcelo è stato Pablo Duarte, il suo meccanico ai tempi dei titoli in kart e con cui ancora oggi mantiene un legame prezioso. L’immagine del suo Mondiale, però, non arriva né dal Messico né da tutte le esultanze che, in questa stagione sensazionale, si sono viste. Non è nemmeno quella sul podio di Monza, con la marea rossa inchinata davanti a lui a cantare “Sarà perché ti amo”.
Bisogna tornare indietro al GP d’Olanda, ai minuti che precedono la gara. La pitlane è stracolma di persone, davanti al suo garage non si muove un passo. Noi siamo lì ad aspettarlo, per seguirne da vicino la preparazione prima di salire in macchina e isolarsi da tutto ciò che gli sta intorno. È un weekend particolare, quello olandese. La sua Mercedes non va poi così forte, al contrario della McLaren che invece vola. E a complicare tutto quanto ci si è messa anche la pioggia, arrivata mezz’ora prima che i piloti prendessero la via della pista per i giri prima di posizionarsi in griglia.
Tante incognite da gestire con, di fianco nel box, un George Russell che prova a mettere pressione spiegando che, finalmente, sembra aver trovato il feeling con la W17. Lo afferma col sorriso dopo la pole position Sprint del venerdì, poi ancor più galvanizzato dalla vittoria nella prima gara del weekend il sabato. Arriva a dire che da quel momento in poi è sicuro che “sarebbe iniziato un nuovo Mondiale”, uno in cui avrebbe solo dovuto vincere “quante più gare possibili”.
Antonelli nel corso del fine settimana si mostra tranquillo nonostante il punzecchiare continuo dell’inglese, ignaro che da quel momento in poi tutto sarebbe andato ancor peggio tra una mazzata e l’altra.
In quella domenica uggiosa, quando l’italiano entra nel box i suoi occhi guardano sempre dritto davanti a sé. Uno ad uno saluta i suoi uomini, gli dà il cinque e poi torna indietro. Quando rientra, con lui c’è la sorellina Maggie e i due si fermano alle spalle della W17. Lui l’abbraccia per qualche secondo e finisce per scambiarci qualche parola e qualche sorriso.
È l’ultima persona che gli sta intorno prima di isolarsi, indossare il casco e calarsi nell’abitacolo della sua Mercedes, pronto all’ennesima prova da superare sotto quella pioggia fastidiosa. Una scena che ci ha colpito e ci ha ricordato come, nonostante le gare da fuoriclasse, le vittorie, la testa del Mondiale e uno stato di forma che ci ha lasciato tutti senza parole, Kimi Antonelli è soprattutto un ragazzino che sta vivendo - forse con un pizzico di inconsapevolezza, come ci ha raccontato Luca Marini - il suo sogno. A vent’anni e con la sua famiglia sempre intorno a fargli da scudo, ma senza mai essere di troppo. Quell’attimo così delicato racconta tanto di chi è Kimi Antonelli.