Forse, a Kimi Antonelli sarebbero bastate cinque vittorie anziché le nove conquistate per prendersi il Mondiale di F1. Non in termini di punti, chiariamo, ma per i messaggi che ognuna di esse ha mandato alla concorrenza. Successi dal peso specifico enorme, complici una pressione sempre maggiore e una Mercedes che in pista non era la favorita, almeno in quelle occasioni.
Si parte da Shanghai, secondo round stagionale dopo il secondo posto di Melbourne. A dominare, almeno fino al sabato mattina, era stato George Russell. Pole position Sprint e vittoria nella prima gara del fine settimana, arrivata mentre Antonelli la sua prestazione la macchiava al primo giro con un attacco azzardato su Isack Hadjar che gli era costato 10 secondi di penalità. Dalle qualifiche in poi, però, cambia tutto. Kimi artiglia la pole, la sua prima di sempre in F1 rifilando due decimi al compagno, ma non gli basta e il giorno dopo completa l’opera prendendosi il primo successo della carriera.
Quando parcheggia la sua Mercedes al parco chiuso aspetta un attimo prima di uscire dall’abitacolo. Infila le mani nel casco, abbassa quasi tutta la visiera mentre i suoi occhi sono lucidi. Poi si prende qualche altro secondo, slaccia le cinture e sale in piedi sulla W17 alzando il pugno verso il cielo. Esulta con i suoi meccanici, piange dalla gioia e spazza via la quasi totalità di quelle critiche che si erano sentite nel 2025, durante il periodo difficile in Europa.
L’altra perla arriva a Miami, quarto GP stagionale dopo aver vinto anche in Giappone. Il copione è lo stesso: soffre nella Sprint Race con una Mercedes che negli States fatica, poi si prende la pole ribaltando ogni pronostico e rifilando quattro decimi a Russell. E, sotto la bandiera a scacchi della domenica, concretizza un vero capolavoro: terza vittoria fila dopo una gara dominata davanti a Norris e Piastri, mentre il compagno è solo quarto e staccato di 43 secondi.
La striscia di successi non si ferma nemmeno in Canada, questa volta approfittando del ritiro di George seppur il successo non sia arrivato solo per fortuna. Sono quattro di fila e ci si inizia a chiedere come andranno le cose in weekend più complicati, dove la vittoria non sarà affatto scontata.
La risposta arriva già a Monaco, appuntamento seguente. La Mercedes fatica, ancor di più che a Miami, con Ferrari e Red Bull decisamente più veloci. Lui, però, decide di mandare un segnale chiarissimo già al sabato, dopo aver chiuso in testa le FP3 e aver trovato, quasi d’incanto, il feeling tra le stradine del Principato. Pole position per 43 millesimi su Verstappen, mentre Russell non fa meglio della sesta posizione a quattro decimi dal suo tempo.
Come sempre a Montecarlo chi parte dalla pole è inevitabilmente il favorito, ma prima tocca arrivare in testa alla staccata della Santa Devota, cosa non scontata considerate le difficoltà in partenza fino a quel momento. Quando si accendono i semafori c’è tensione, ma al loro spegnimento Kimi è perfetto. Mantiene la testa e poi inizia a spingere come un forsennato, tanto che via radio gli chiedono di rallentare. Quando la vittoria sembrava in cassaforte, ecco la stangata. Bandiera rossa dopo l’incidente di Leclerc, con la gara che riprenderà dalla griglia e non dietro safety car. Dovrà ripetere tutto daccapo, con dieci giri davanti a sé. Al suo fianco, però, non ci sarà Max bensì Hamilton, vale a dire un problema ancor più grosso perché, in quasi tutte le precedenti occasioni, le Ferrari erano sempre scattate meglio di Mercedes.
Nonostante ciò, alla ripartenza fulmina Sir Lewis tenendosi stretta la prima posizione e lanciandosi verso la quinta vittoria di fila, eguagliando Fangio, Stewart, Senna, Schumacher e Hakkinen. Nella casa dei campioni, lui ha guidato da tale.
E poi ci sono Monza e Austin, entrambe difficili a loro modo. A casa sua, i fantasmi dell’incidente nel 2024, alla prima uscita ufficiale in F1, e di quel weekend pieno di sbavature nel 2025, potevano farsi sentire. Ancor di più considerata la pressione alle stelle che, comandare il Mondiale di F1, porta inevitabilmente con sé. Per provare a combatterla, Mercedes ha giocato di strategia: Antonelli partirà ultimo per la sostituzione dell’intera power unit, notizia confermata già prima di arrivare in circuito.
Lui risponde riscrivendo la storia, dopo averci giocato su fin dal giovedì mattina dicendo che quel trofeo così strano se l’avesse portato a casa sarebbe diventato il più bello di sempre. Vince dalla diciannovesima posizione in griglia di partenza, cosa che a Monza mai nessuno aveva fatto. È una dimostrazione di forza potentissima, considerato anche che dopo nemmeno 20 giri aveva già passato Russell, che in griglia si era schiarato davanti a tutti. La sensazione è che Antonelli sia imbattibile, in pista ma soprattutto di testa.
Lo conferma ad Austin, nel fine settimana del suo primo match point Mondiale. Diventare campione però è complicato perché serviranno tre condizioni: una vittoria, Russell non più avanti della nona posizione e Hamilton della quinta. Il tutto, con una W17 che, dall’introduzione dell’ultimo aggiornamento in Malesia, due gare prima, ha perso la sua semplicità di guida. Lo si è visto a Sepang e a Singapore, tant’è che al COTA si parla di Red Bull o al massimo Ferrari a primeggiare. E invece, sotto la bandiera a scacchi, per primo ci passa proprio l’italiano, dopo essersi preso anche la pole al sabato con un giro magico.
Per poco non arriva anche il Mondiale, con Hamilton quarto e Russell ottavo, distrutto, a 54 secondi dal compagno al traguardo. È l’ennesima volta in cui a fare la differenza è lui, non curante di tutto il rumore che che lo circonda. “È una gara da campione nonostante non lo sia ancora”, aveva commentato Toto Wolff a caldo. Lasciato il Texas, il titolo è solo una formalità. A città del Messico basterà una nona posizione.