Kimi Antonelli un modo per essere protagonista l’ha trovato sempre, persino su un set cinematografico. Perché molti non lo sanno, ma prima di diventare il personaggio del momento nel mondo dello sport, vicinissimo a conquistare il suo primo titolo Mondiale in F1 ad appena vent’anni, l’italiano ha fatto anche l’attore. Sempre questione di motori, chiariamoci, perché quelli nella sua vita non possono mai mancare. Il set era quello di “Veloce come il vento”, film uscito nelle sale italiane nel 2016 e diretto da Matteo Rovere, con Stefano Accorsi e una giovanissima Matilda De Angelis, all’esordio nel mondo del cinema, come protagonisti.
Nella pellicola, ispirata alla vita del pilota di Rally Carlo Capone, c’era però anche lui. Il più piccolo di tutti, ma anche il più veloce. A ricordarlo è proprio Matteo Rovere, spiegando com’è che avvenne il contatto tra lui, il suo set e la famiglia Antonelli: “Quando ho girato ‘Veloce come il vento’ cercavo di entrare in contatto con il mondo romagnolo dei motori e in particolare con il campionato italiano GT”, ha raccontato il regista nel corso di un’intervista rilasciata a La Gazzetta dello Sport.
“L’Antonelli Motorsport, la scuderia guidata da Marco, il papà di Kimi, ci diede una grande mano durante le riprese, mettendoci anche a disposizione le loro macchine”. Ed ecco come i due entrarono in contatto, momenti che Rovere ha ancora ben impressi nella mente: “Kimi aveva 8-9 anni, era sempre sul set, era diventato la nostra mascotte e quando ho avuto bisogno di un bambino per un piccolo ruolo ho subito pensato a lui”.
Piccolino, sì, ma già con una fama da non sottovalutare, inusuale per un bambino di quell’età: “Era già rispettato per quello che faceva vedere in pista. Siamo stati in diversi autodromi e lo conoscevano tutti. Sul set si muoveva con la massima disinvoltura su ogni mezzo che trovava, un po’ come quando dai un pallone a un bambino argentino. Faceva prodezze continue, era divertente e sorprendente. Si capiva che aveva qualcosa in più”.
A colpire il regista, però, è la stessa qualità che, dieci anni più tardi, ha lasciato a bocca aperta il mondo della F1: “Al di là del talento motoristico, che era evidente, la cosa impressionante era la sua serietà a dispetto dell’età. I tempi del cinema sono spesso noiosi e ripetitivi, ma quando c’era da girare lui tirava fuori un sorprendente rigore, capiva che quello era il momento del lavoro. A riprese finite tornava a scatenarsi, era veramente tanto simpatico”.
Negli anni è cresciuto, pur rimanendo sempre fedele a quel bambino che, tra un autodromo e l’altro, quando lo incontravi ti sorrideva sempre. Rovere lo sottolinea con un paragone pesante, citando un amico dello stesso Antonelli: “È un po’ come Sinner che torna spesso sul campo di San Candido. È sempre disponibile con tutti, si ferma, racconta qualche retroscena, è davvero una persona di grande cuore ed è anche un po’ la dimostrazione che si può essere campioni senza diventare persone prive di sentimenti”.
Da buon personaggio del cinema, poi, una battuta non poteva mancare: “L’ho scoperto io? Non posso ascrivermi nessun merito perché io l’ho trovato in un altro ambito, anche se già allora correva ovunque”. Che un giorno quel piccolo Kimi potesse diventare un protagonista Mondiale nel Motorsport lo si intuiva, ma mai nessuno avrebbe immaginato che, in così poco tempo, potesse riscrivere - più e più volte - la storia dello stesso. A Città del Messico gli basteranno solo due punti per farlo in maniera definitiva, realizzando quel sogno inseguito da sempre e tenuto nascosto nel cassetto fino a questo momento, senza quasi mai nominarlo. Una favola.