Marc Marquez taglia secco, lapidario: “Sapete che rispondo sempre a tutto, ma di questo non voglio parlare”. È il giovedì di Phillip Island, i piloti hanno gli occhi che brillano e ognuno si porta dietro i propri ricordi di quella che rimarrà per sempre un appuntamento storico per il motomondiale. Venire qui è un grande privilegio: esci di casa circondato dai canguri, sveglio mentre in Italia vanno a dormire. Cammini per il circuito e ti accorgi che è stretto, che non c’è un metro di pianura, che l’oceano è ben più grande di quello che anche un elicottero a un chilometro da terra potrebbe mostrare in televisione. Eppure, finito di parlare coi piloti di quanto sia bello e triste assieme vedere qui il paddock per l’ultima volta, per una sequela di oneste banalità da entrambi i lati della scrivania, si passa al vero tema del giorno: il Gran Premio del Qatar. lì si che la MotoGP continuerà a esserci, a cominciare dal 2026, tra due settimane, mentre la tensione in Arabia Saudita sta crescendo in maniera incontrollata.
Nei giorni scorsi gli Stati Uniti hanno ordinato il rimpatrio ad alcuni diplomatici e civili da Arabia Saudita, Bahrain e Qatar, mentre è notizia di ieri che un attacco Houthi ha causato la morte di una persona e ne ha ferite altre otto a Dammam, circa 200 Km in linea d’aria a nord del tracciato del Qatar.
Venerdì scorso ai piloti è arrivata una lettera dall’organizzatore in cui li si invitava alla calma: se decidiamo di andare è perché è sicuro farlo. E così hanno risposto quasi tutti i piloti quando gli abbiamo chiesto che idea si fossero fatti sulle possibilità di correre in Qatar. A dare la risposta più dura e meno accomodante è Alex Marquez: “Ogni giorno le cose cambiano e sembra sempre peggio. È quello che è, dal campionato ci dicono che è tutto sotto controllo ma io non credo che nessuno abbia davvero questa situazione sotto controllo, perché è molto complessa. Penso che da un giorno all’altro possano cambiare mo0lte cose. E che non sia una decisione da prendere adesso. Bisogna essere realisti. Sicuramente ci sono tanti soldi in questo accordo, credo che sia così e Dorna li vuole tutti, io su questo sono d’accordo. Però di mezzo c’è la salute di tutti e devono stare attenti perché molta gente andrà in Qatar”.
Più pragmatico e realista invece Marco Bezzecchi: “Noi siamo piloti, è ovvio che vogliamo correre. Questo è chiaro. Se l’organizzazione garantisce il funzionamento del weekend di gara io alla fine mi fido di loro, non penso che siano dei matti scatenati che ci mandano là senza essere sicuri di quello che fanno. La mia posizione è questa., poi se le cose cambieranno… purtroppo sappiamo che i motivi non sono tanto belli. Aspettiamo e cerchiamo di vedere, io quello che mi dicono di fare lo faccio”.
Perché correre per forza?
Inutile dire che se la MotoGP insiste nel correre in Qatar la motivazione è principalmente economica: c’è qualcuno che parla di 20 milioni di euro, per qualcun altro i milioni sarebbero addirittura 50. Per quanto ci riguarda potrebbero essere dieci o cento e cambierebbe poco: sono soldi che l’organizzatore vuole (e in un certo senso deve) incassare e verrà fatto l’impossibile per riuscirci, anche perché Qatar (che ha anche tre GP da title sponsor) è uno dei finanziatori più importanti per il campionato. Nel paddock questa è una certezza tale da spaventare la gente, al punto che rappresentanti di diverse squadre hanno passato la giornata a riunirsi in capannelli tra i piccoli prefabbricati nel paddock per parlarne. Qualche team in Qatar ci andrà con metà personale - resta da capire come verrà deciso chi dovrà partire e chi invece no - mentre i piloti si sono incontrati senza però trovare una linea comune, anche perché in questi casi sanno essere tutti estremamente opportunisti.
Resta il fatto che Liberty Media è americana e che, secondo quanto si vocifera sui media internazionali, Donald Trump potrebbe dare il via libera per un attacco senza precedenti in Iran in vista delle elezioni mid-term in programma per il 3 novembre. Il Gran Premio si correrà l’8, neanche una settimana più tardi. La speranza nel paddock è che gli Houthi decidano di far scoppiare un aereo - o qualche cassa - con i materiali che solitamente raggiungono il circuito prima degli addetti ai lavori, in modo che la gara venga annullata e si eviti del tutto la sosta in Qatar. Più realisticamente invece, la preoccupazione più condivisa è che (come anche riportato da Viaggiare Sicuri, il portale della Farnesina dedicato alle trasferte estere) il Qatar possa chiudere lo spazio aereo.
In ogni caso non sarà una corsa come le altre.