A chi conviene l’Europa a ferro e fuoco? Le vetrine rotte, le proteste, l’instabilità, la paura: sono i sintomi di un malessere generalizzato o un vento che arriva da lontano? Dopo le proteste dello scorso fine settimana le parole “guerra ibrida” circolano sempre più insistentemente e, checché ne dica chi ci taccia di complottismo, a metterle in campo è stato nientemeno che il ministro della Difesa Guido Crosetto, secondo cui i fatti di Milano “sono il frutto di quella che io chiamo “guerra ibrida” che qualcuno sta portando nelle nostre Nazioni ricorrendo a strumenti non convenzionali che si chiamano TikTok, social, Youtube senza che l’Occidente se ne renda conto ed in qualche modo reagisca”. Anche il premier albanese Edi Rama, strettissimo partner del nostro governo, ha sostenuto che i disordini nel suo Paese non siano nati spontaneamente da studenti o cittadini, ma siano alimentati da ingerenze esterne. Ma da chi? Il primo pensiero va ovviamente alla Russia e, quando si parla di Russia e di spie, non può non venire in mente Marco Mancini. Carabiniere impegnato contro il terrorismo interno prima, agente segreto in lotta contro il terrorismo esterno e la minaccia russa poi, è stato ai vertici del nostro apparato di intelligence fino al prepensionamento forzato arrivato dopo il “caso Autogrill”, quando all’ANSA dichiarò: “A causa di tale operazione mediatica ho perso il posto di lavoro. Immagino con grande soddisfazione dei servizi segreti russi”. Lo abbiamo intervistato per capire qualcosa di più sulle possibili “mani straniere” dietro le proteste e sullo stato di salute della nostra sicurezza nazionale.
Dopo gli scontri di Milano si discute dell’ipotesi che le proteste possano essere state infiltrate o influenzate dall’esterno. Che cosa ne pensa?
Prima di parlare di infiltrazioni voglio essere chiaro su una cosa: devastazioni, furti, rapine e aggressioni alle forze di polizia sono reati, vanno repressi e puniti anche con il carcere. Prima di qualsiasi interpretazione sociologica o psicologica occorre essere fermi nel respingere ogni violenza contro cittadini inermi e contro gli appartenenti alle forze dell’ordine, che sono lì solo per ripristinare l’ordine e la sicurezza pubblica.
Detto questo, non ho elementi per riferire di infiltrazioni nelle violenze di Torino, Bologna e soprattutto Milano. Esiste però, dal 2010 circa, un nuovo strumento strategico ideato nell’intelligence russa, in particolare nel servizio militare, il GRU. Si inserisce perfettamente nella guerra ibrida e nasce come operazione speciale per destabilizzare le democrazie occidentali e, soprattutto, i Paesi europei che da oltre quattro anni aiutano l’Ucraina dopo l’invasione russa. Non ho elementi per dire che questa strategia sia stata applicata in Italia, in Francia o in Albania.
Cosa le fa pensare che questa minaccia sia concreta?
Il fatto che da dieci o quindici anni c’è una fortissima penetrazione dell’intelligence russa, anche nelle nostre istituzioni. Penso a Walter Biot, condannato a diverse decine di anni perché reclutato dai servizi russi, a cui passava informazioni. Penso al caso Surov negli anni Novanta, il colonnello che con il suo gruppo operativo tentò di acquisire un dispositivo elettronico di un’azienda italiana, e l’intelligence italiana riuscì a fermarli. Più di recente ci sono il cittadino russo Artem Uss, arrestato a Malpensa, finito agli arresti domiciliari e ritrovato in Russia dopo una fuga, e donne come Natalia Burlinova e Maria Adela Rivera, persone entrate in Italia anche con nomi di copertura per conto dei servizi russi e arrivate a tentare di infiltrarsi nella NATO a Napoli. E non è solo l’Italia: la Slovenia ha identificato agenti, in Repubblica Ceca è stata smantellata una rete spionistica, in Germania e in Austria ci sono processi in corso perché dirigenti di istituzioni sono stati coinvolti in attività di spionaggio per la Russia.
Anche Il Riformista ha raccontato di agenti russi presenti in Italia ufficialmente nelle vesti di diplomatici.
Quelli sono importanti da individuare, ma la cosa subdola è quando vengono reclutati ufficiali della Marina italiana, o quando donne tentano di infiltrarsi nella NATO a Napoli sotto falso nome. Tutto questo avviene sul nostro territorio. Per questo occorre rivedere il concetto di controspionaggio, acquisire informazioni su queste persone e rafforzare l’azione di contrasto. Non possiamo permetterci di avere così tante spie nel Paese e di accorgercene solo dopo che hanno rubato informazioni e depauperato il nostro sistema di sicurezza, senza capire fin dall’origine la penetrazione dei servizi russi verso l’Europa e l’Italia.
E come si potrebbe ricollegare tutto questo con gli scontri di Milano?
Mi fa pensare che ragazzi di 14, 15, 16 anni non possano essere coinvolti spontaneamente, come lo erano alcuni gruppi in passato, senza una matrice, un coordinamento. Occorre sviluppare una capacità di penetrazione dentro questa struttura, per capire se la manipolazione dei social, l’odio sociale e le contraddizioni che esistono in tutte le democrazie, da quelle culturali alla paura degli immigrati, ai conflitti sociali, abbiano una regia esterna. Senza una penetrazione dei social è impossibile avere un quadro idoneo e definitivo. Concentrare 300, 400, 500 persone nello stesso luogo, se non c’è un’organizzazione dietro, richiede di avere la situazione sotto controllo, e oggi questo avviene solo attraverso i social. I social vanno verificati e controllati, anche per individuare la propaganda e la manipolazione che fanno non solo i russi, ma anche gli iraniani, i bielorussi e i cinesi. Credo sia un compito dell’intelligence europea.
Eppure le autorità sono sembrate sorprese.
Sì, e mi chiedo come sia possibile che non ci fosse un’informazione tale da permettere di organizzare il servizio d’ordine, e che non si sia riusciti a infiltrare questi gruppi. Sono criminali, anche se di età non adulta, che commettono reati. Possibile che nessuno avesse una fonte all’interno?
Oggi tutto passa dal web, dai social e dai gruppi Telegram. Questo rende il lavoro dell’intelligence più facile o più difficile rispetto a un tempo, quando si reclutava una fonte dal vivo?
Non so se sia più facile o più difficile. So che uno dei pochi strumenti che abbiamo ancora è l’infiltrazione attraverso le fonti umane. Reclutare fonti all’interno di questi gruppi permette di prevenire i reati, di anticipare le mosse del nemico e di ridurre al minimo gli effetti devastanti di saccheggi, rapine e violenze contro le forze di polizia. Le informazioni si acquisiscono sul campo. Ricorda il poliziotto colpito a martellate da persone di Askatasuna?
Certo.
Pensa che, se l’intelligence avesse avuto una fonte dentro Askatasuna, non saprebbe chi è stato? L’identità, in quel caso, l’avrebbero benissimo. Con un drone, invece, quando uno ha il passamontagna e poi butta via gli indumenti, come lo identifichi? Le ricordo Sinwar, uno dei capi militari di Hamas e ideatore del 7 ottobre, ucciso a Rafah dall’intelligence israeliana. Era coperto fino al naso con una kefiah e sopra con un cappellino, e questo impediva ai droni, che lì erano tanti, di rilevare i dati biometrici. I droni sono importanti anche per l’ordine pubblico, ma quando hai a che fare con persone che vivono nella clandestinità durante le manifestazioni, l’unico strumento operativo efficace è il fattore umano: penetrare i gruppi e reclutare fonti, per avere un quadro completo di come si compongono. Credo che non sia così difficile realizzare una struttura informativa clandestina dentro questi gruppi. Ma bisogna pensarci prima che accadano fatti così gravi.
Lei è stato carabiniere e si è occupato di contrasto al terrorismo. Come funzionava il reclutamento di persone radicalizzate?
Quando facevo il carabiniere c’erano le Brigate Rosse, Prima Linea e i NAR, e lì non si trattava di reclutamento ma di attività di polizia giudiziaria. I reclutamenti di fonti vengono fatti dall’intelligence all’interno di una galassia di gruppi che possono incidere sulla sicurezza nazionale, per acquisire informazioni ed evitare le loro azioni violente contro lo Stato. Le persone più utili sono quelle che hanno informazioni importanti: sapere che 300 o 500 ragazzi si muoveranno insieme per le strade di Milano a spaccare le vetrine, come sembra emerga dai messaggi sui social. Qualcuno avrà ideato tutto questo, e occorre andare all’origine del problema, cioè avere informazioni da chi è vicino all’ideatore. È un compito dell’intelligence, continuando a fare solo analisi OSINT (analisi e raccolta di informazioni da fonti aperte) credo che non risolveremo mai il problema definitivamente.
Quando lei era responsabile del controspionaggio, quanta attenzione veniva dedicata alla minaccia russa?
L’attività più forte, come scrivo anche nel mio libro, era il tentativo di rendere innocue le penetrazioni dei servizi russi nel nostro Paese, in Europa e nei Paesi NATO. Usavamo quello che ho sempre definito controspionaggio offensivo: avere fonti che ci permettessero di delineare tutta la forza messa in campo da Putin attraverso GRU, FSB e SVR, e di individuare gli agenti, clandestini e non, nei Paesi NATO. Come dicevano i servizi con cui collaboravamo, eravamo arrivati a un livello professionale straordinario e all’estero eravamo considerati uno dei migliori servizi nel contrasto allo spionaggio, anche russo. E non usavamo l’intelligenza artificiale, i social o i droni: usavamo il fattore umano. È quello che ci ha permesso di evitare l’11 settembre italiano a Beirut.
Dunque per concludere: quale strada indica?
Occorre una forte ed efficace attività di infiltrazione, per verificare se le parole del ministro Crosetto sulla guerra ibrida siano effettivamente applicabili a questi fatti. Manipolazione, fake news e controllo dei social rientrano in una guerra ibrida, che è una nuova strategia e che, come dicevo, nasce nel 2010 nei servizi segreti russi. Se sia stata applicata a Parigi, Torino, Milano o Bologna, non lo so. Occorre però che qualcuno se lo ponga come problema e lo valuti.