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4 ottobre 2026

Rodrigo D’Erasmo a MOW: “I talent show? Scorciatoie. Un gruppo come i Maneskin nasce ogni cento anni”. Poi il film “Una storia” di Anna Foglietta al cinema e il racconto della guerra con Francesca Mannocchi

  • di Ilaria Ferretti Ilaria Ferretti

4 ottobre 2026

Il brivido dell’esordio, “Una storia” di Anna Foglietta, le strade facili che non esistono e la sindrome dell’impostore che non lo abbandona (ma non è un male). Rodrigo D’Erasmo vuole stimoli nuovi di continuo e ai giovani augura la fame di musica e non la fame di fama. La nostra intervista da Venezia

Foto di Marta Mancuso

Rodrigo D’Erasmo a MOW: “I talent show? Scorciatoie. Un gruppo come i Maneskin nasce ogni cento anni”. Poi il film “Una storia” di Anna Foglietta al cinema e il racconto della guerra con Francesca Mannocchi

A Isola Edipo, sullo sfondo la Laguna. Il compositore Rodrigo D’Erasmo (Afterhours, Le luci della centrale elettrica) è stato ospite di MOW in occasione dell'anteprima mondiale del film Una storia di Anna Foglietta presentato durante la Biennale Cinema nella sezione Orizzonti, film per cui D’Erasmo ha realizzato le musiche. È un’opera prima, un esordio alla regia per l’attrice romana, un lungometraggio su una coppia adulta che deve fare i conti con il cambiamento, piccolo e banale o forse uno dei più grandi e difficili mai vissuti: due identità che si imbattono in un silenzio che somiglia a un atto di coraggio, parafrasando Kundera in L’identità. Il musicista ci parla di pianoforti, della sindrome dell’impostore da cui ammette di non essersi mai liberato (“Io continuo, anche dopo trent’anni di lavoro, a misurarmi”), e pure dell’esperienza a teatro con Francesca Mannocchi per lo spettacolo Crescere, la guerra e di talent show (D'Erasmo ha collaborato con Manuel Agnelli nelle passate edizioni di X Factor) e i Måneskin, un gruppo che “nasce una volta ogni cento anni”. O giù di lì.

Rodrigo D'Erasmo a Isola Edipo ph marta mancuso
Il compositore Rodrigo D'Erasmo a Isola Edipo Ph Marta Mancuso

Una storia è un film sulle abitudini e sui desideri. Un commento che ho letto di Anna Foglietta sulla sua opera prima è: “Desideravo realizzare un film di relazione, in cui la vera protagonista fosse l’anima”. Hai cercato di tradurre tutto questo in musica?

Sì, siamo partiti dalla sceneggiatura, ovviamente, come sempre o quasi sempre. Amo cominciare il rapporto con una regista o un regista dalla scrittura e approfondirlo. Devo dire che Anna è stata bravissima nel raccontarmi questa storia, a farmela vivere. Abbiamo cercato di costruire una drammaturgia musicale che rispettasse il flusso di quello che lei ha voluto portare nel film: questa frattura iniziale in un organismo perfetto, madre, padre, una figlia apparentemente felici, in cui lei però si sottrae perché va all’università e si toglie dalla dinamica familiare per un determinato periodo. Questa separazione crea un vuoto che va ad aprire tantissimi cassetti che erano lì, dormienti, nell’anima di entrambi. Crea uno strappo tra di loro ma, al contempo, gli dà un’occasione per cominciare a lavorare su sé stessi, per provare a ritrovarsi in un territorio comune ripartendo dalle anime, per tornare alla tua domanda, che avevano trascurato nel nome di una famiglia che si bastava, in cui le dinamiche e i cliché erano sufficienti per l’amore che c’era tra i tre, anche se nessuno dei due della coppia stava veramente guardando al tempo che passa, all’età, alle esigenze, ai desideri. Tutto ciò, in musica, abbiamo tentato di raccontarlo con una suite iniziale di sette minuti, in cui si dichiara proprio il tema che sarà sempre lo stesso, unico per tutto il film: quello della loro famiglia, che si compone con due pianoforti che non comunicano più, ma che si ritroveranno nel finale in modo più compiuto e disteso, perché questo percorso di ricerca tra i due non è finito. Del resto, il film non si chiude davvero: offre una possibilità, anche se non sappiamo cosa diventeranno i personaggi di questo racconto tra mesi o anni. Senz’altro si sono dati l’opportunità di indagare il proprio animo, come individui e poi come coppia.

Sempre nel commento della regista ho letto questa domanda: “Sappiamo ancora desiderare?”. La giro un po’ e la pongo a te: nel tuo lavoro desideri ancora qualcosa? Nuovi stimoli, nuove sonorità?

Credo sia fondamentale essere continuamente stimolato. Il cinema, devo dire, in questo è una sfida enorme, perché per un compositore è partire da capo. Viene prima di tutto la storia, la musica deve essere al suo servizio. È come regalarsi ogni volta una sorta di nuovo percorso e quindi, in questo senso, la curiosità, il non accontentarsi e non sedersi mai su ciò che si è conquistato e realizzato. Io provo sempre a cambiare strumenti, a mettere le mani su qualcosa di diverso. Gli strumenti in Una storia sono abbastanza classici, ma non è classico l’approccio. Come ti dicevo, ho cercato di far dialogare due entità che non riescono più a comunicare, con questi due pianoforti che si trovano, si rincorrono. Ho anche molto amato quanto Anna sia stata parsimoniosa nell’uso della musica. È stata molto brava a costruire un film tra riprese e scrittura, con una squadra magnifica, e devo dire che Una storia reggeva anche senza musica, cosa rara nel cinema di oggi, dove di frequente si tende a sovraccaricarla per spingere sul lato emotivo, sulla sorpresa, sulle sensazioni, spesso va anche a mascherare una scrittura un po’ più fragile o una prova attoriale non abbastanza solida. Invece, in questo caso, tutto reggeva bene anche senza di me. Però diventava una gioia quando poi sentivi la sentivi arrivare e amplificare tutto ciò che già c’era, è stato magico.

rodrigo d'erasmo ph marta mancuso

Insieme alla giornalista Francesca Mannocchi hai portato nei teatri lo spettacolo Crescere, la guerra. Durante la Mostra del Cinema c’è chi ha raccontato di essere stato fermato all'ingresso per aver indossato simboli legati alla bandiera della Palestina. Sul tema dell’esposizione delle bandiere per la Biennale, però, lo stesso Barbera aveva spiegato che: “La Biennale può esporre soltanto le bandiere degli Stati riconosciuti dal governo italiano”. Da tutto questo caos, mi viene spontaneo chiederti se oggi un artista possa non prendere posizione anche in occasioni come queste, quando le cause si fanno sempre più profonde.

Non so, credo sia nella coscienza di ognuno. Trovo anche sbagliato esporsi nel momento in cui non si vive, anche in piccolo, davvero un tema. Se esporsi deve essere una cosa che si fa per moda o si sente il dovere di fare, magari perché in un dato momento ci si trova davanti a una platea che lo richiede, lo ritengo sbagliato. Lo dico perché credo di fare politica facendo l’artista con le mie piccole scelte del quotidiano e non per forza andando a supportare una causa senza conoscerla a sufficienza. Chiaramente, lavorare con Francesca Mannocchi è stato un privilegio: mi ha dato degli strumenti di approfondimento e conoscenza. Nello specifico, nello spettacolo Crescere, la guerra, i teatri di guerra che Francesca ha deciso di trattare in questo capitolo sono l’Afghanistan, la Siria e la Palestina. E sono temi con cui, nel tempo, con gli anni, sono anche io cresciuto. Diciamo che qualcosa di tutto ciò è inevitabile che ne sapessi, ma mai quanto una persona che da 15 anni vive quelle storie direttamente. Ritengo che sia importante prima fare delle scelte tutti i giorni anche come artisti, per poi portarle sul palco bisogna prima approfondire, interessarsi e poi parlarne.

Torniamo alla traduzione, attraverso il linguaggio dell’arte, di quello che vediamo fuori e sentiamo dentro.

In questo siamo molto fortunati, con la sensibilità possiamo andare anche molto al di là dello studio, se davvero c’è una profonda empatia per una causa bene anche buttarcisi dentro in modo istintivo. Per me è importante documentarsi, siamo in un’epoca in cui la comunicazione è sempre più superficiale. È necessario riferirsi a fonti attendibili e andare a fondo e poi trasferire tutto ciò sul palco.

rodrigo d'erasmo mow ph marta mancuso
Rodrigo D'Erasmo ospite di MOW Ph Marta Mancuso

Dal punto di vista artistico, ti sei mai sentito in difficoltà perché dovevi assolutamente proporre un progetto nuovo? Il peso dell’industria ha mai gravato sulle tue spalle?

Per fortuna no. Credo di aver fatto sempre scelte abbastanza fuori dal commercio e quindi, piano piano, penso di aver costruito una solidità e credibilità che mi permette di essere autonomo in quello in cui decido di buttarmi. Sono un inquieto, cerco sempre qualcosa che mi sfidi. La novità non mi turba, è un’avventura.

Una storia segna l’esordio alla regia di Anna Foglietta, è un’opera prima. Oggi, nel tuo campo, esordire è diventato più difficile?

Sì, purtroppo sì, perché è un mercato totalmente saturo. Ci sono troppi giovanissimi e giovanissime che vogliono fare spettacolo in generale e quindi anche le strade per arrivare a un risultato, non necessariamente al successo, che è un concetto abbastanza vacuo e liquido, costruire qualcosa è veramente più complicato. Se da una parte hai tanti strumenti per parlare al mondo senza aver bisogno di una struttura e fai tutto da solo, dall’altra ciò ha sicuramente inflazionato il mercato tanto e ha livellato la qualità verso il basso. Ci si accontenta più facilmente e si pensa di avere qualcosa di speciale anche troppo velocemente, troppo spesso. Le scorciatoie purtroppo ce ne sono tante e io di alcune sono stato anche complice, come i talent. Ci ho lavorato per anni e non posso sputare nel piatto in cui ho mangiato, ma proprio perché le ho vissute da dentro, ogni tanto generano o accelerano dei percorsi straordinari, come i Måneskin, che hanno lavorato con me. Ma di un gruppo come loro ne nasce uno ogni cent’anni, non dieci: sono anomalie assolute, sono dei predestinati e sono passati da lì. Io ho fatto il mio piccolo, Manuel Agnelli ha fatto tanto, però sarebbero arrivati molto lontano comunque secondo me; il talent ha accelerato un percorso. Questo format, come tanti altri strumenti di accelerazione di quella fame anche di fama, sono un presupposto molto pericoloso per dei ragazzi giovani che vogliono fare arte in generale e vogliono esprimersi. Quello che posso consigliare è di partire dall’esigenza profondissima di sentire il bisogno di fare, un’esigenza fisica. Non è una scorciatoia di vita. Avere anche una grandissima capacità di autocritica e giudicarsi tanto. In tutta la prima fase del percorso bisogna puntare all’eccellenza. Siamo pieni di mediocrità e purtroppo questo sta rovinando tanti settori. Invece bisogna avere un grande spirito critico, che è doloroso. La sindrome dell’impostore, però, è sana: così costantemente ci si mette alla prova, anche riguardandosi indietro. Io continuo, anche dopo trent’anni di lavoro, a misurarmi.

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