Sono passati dieci giorni che sembrano anni interi dalla fine della Mostra del Cinema di Venezia. Un evento che si dilata come si dilatano le ore impiegate nel trascorrerlo. Un’edizione, quella del 2026, seriamente ricca di film memorabili: tra gli altri, la venuta di un nuovo Nanni Moretti con Succederà questa notte, l’acclamatissimo Wild Horse Nine di Martin McDonagh e l’ipnotico Bucking Fastard di Werner Herzog. Meno star sul red carpet, più magnetismo sullo schermo e la stessa frenesia della prima volta, della prima Mostra. Al nostro fianco, torna il talentuoso gruppo di MBU Celebrity Glam che, nella sua postazione, ci ha offerto momenti di pausa e di attenzione. In tempi record, tra make-up e hair styling personalizzati, ha restituito un po’ di leggerezza tra le nostre espressioni provate. Con la cura messa al primo posto, ancora prima del risultato. Durante il giorno, abbiamo girovagato per quelle due o tre piccole vie del Lido di continuo, vie in cui si concentrano lo spettacolo, il cinema, il gossip, e la vita. Abbiamo mangiato a orari indefiniti (quando era possibile cibarsi di qualcosa) e ci siamo abbandonati beatamente nelle braccia (e nelle sedute) di Isola Edipo al tramonto, al termine del giorno. Il tempio delle nostre interviste speciali, e non solo. Isola Edipo (luogo di eventi e incontri curato da Silvia Jop e dai direttori organizzativi Sibylle Righetti ed Enrico Vianello) che, in occasione dell’83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, ha presentato “Una risata vi seppellirà”. Citando il famoso motto anarchico, questa edizione ha invitato a riflettere su come l’ironia e la risata possano svelare l’assurdità del potere e disinnescarne le imposizioni. In giuria per decretare lo speciale premio Inclusione e Sostenibilità Edipo Re, ve lo ricordiamo, c’erano Monir Ghassem, Lorenzo Maragoni e Marco Ripoldi.
E a proposito di libertà, dicevamo: qui abbiamo realizzato le nostre interviste insieme agli scatti della fotografa Marta Mancuso, shooting, chiacchierate vista Laguna, sotto la pioggia o al calare della luna. Sono passati da noi Francesca Comencini, Paolo Strippoli, Liliana Fiorelli, Rodrigo D’Erasmo e molti altri. Chiacchierate più vicine a confessioni: tante, piccole confessioni sugli eventi, sui dubbi, sui film, sulle questioni aperte là fuori. Più occasioni per incontrarsi: questo è quello che abbiamo fatto. Perché è sempre a Venezia che ci si ritrova.
Il cast di Tijuana, todavía (Biennale College Cinema)
Il cast di Tijuana, todavía, film presentato a Biennale College Cinema, con il produttore di Fosfo Producciones e attore protagonista Humberto Busto e Petr Filimonov, insieme al regista Gabriel Gutiérrez Morales, ci ha permesso di ridare definizione e dignità a una parola, queer, che molti ancora non capiscono. O non vogliono capire. Una parola che, dentro di sé, può contenere il desiderio di “volere essere qualcosa in più”. Essere tutto, e tante cose assieme. Ambientato a Playas de Tijuana, il film racconta l’incontro tra un giovane uomo queer fuggito dalla Russia per evitare di essere arruolato nella guerra in Ucraina, e un uomo gay di mezza età che si confronta quotidianamente con il machismo del Messico settentrionale. I due si conoscono in un’app di incontri, nascondendosi dietro identità digitali. Dal virtuale al reale, Tijuana, todavía è un ritratto di uomini fermi al confine, geografico ma anche sentimentale. Con il regista ci siamo confrontati sul concetto di libertà che deve esistere anche nell’espressione di tutti; con gli attori, sul senso delle parole, oggi che è tutto ridotto, semplificato, abbozzato. E poi un paio di domande che pesavano come macigni: “Il cinema sarà mai libero? Cosa significa essere liberi?”. “L'opportunità di fare e dire ciò che desideri senza sensi di colpa”, dice Petr Filimonov. Il regista Morales a MOW: “Non posso decidere io cosa significhi la libertà per te, né cosa significhi la libertà per chiunque altro. Credo che il meglio che possiamo fare - ed è per questo che vediamo così tanti segnali di vitalità nel cinema globale - sia dare spazio a un numero sempre maggiore di storie queer, a più storie raccontate da persone appartenenti a qualsiasi tipo di comunità marginalizzata. Stiamo cercando di colmare il divario tra ciò che abbiamo accettato come libertà e ciò che ancora dobbiamo riconoscere come ingiusto e oppressivo.” Tijuana, todavía è un film sulla crescita, sul cambiamento e la fuga dalle proprie paure e dalle proprie recinzioni: uno sguardo naturale e così apparentemente reale sui drammi interiori ed esteriori che si consumano in quello spazio sospeso che nel film è Tijuana.
Paoli De Luca per Revolver (Sic)
Da MOW anche Paoli De Luca, regista di Revolver, corto prodotto dal Centro Sperimentale di Cinematografia con la partecipazione di Anemone Film, vincitore del Premio alla Miglior Regia alla 11ª SIC@SIC (Short Italian Cinema @ Settimana Internazionale della Critica). Il premio è stato assegnato dalla giuria “per l’armonia con cui corpi, luci e materia danzano tra giochi di potere e colpi di techno”. Revolver è ambientato in un club techno napoletano e segue Ronga, una go-go dancer trans che danza e ruota incessantemente dentro una gabbia di ferro, muovendosi all’interno della crudele gerarchia del mondo notturno. Il corpo, la luce, la materia e la musica diventano così strumenti per raccontare una lotta per la dignità e per il potere. Nel cast, oltre a Ronga, ci sono Laura Sciaudone (alias Medusa), Daniele Sanduzzi e Manuel Severino, con la partecipazione di Iaia Forte. Paoli De Luca a MOW, che avevamo incontrato lo scorso anno per parlare di un altro progetto: “Revolver è un corto diverso rispetto a Marina, ma è sempre mio, è sempre nostro”. Da Marina a Revolver è cambiato tutto e non è cambiato niente. Resiste, nel nuovo corto di Paoli De Luca, un’attenzione collettiva a tematiche socialmente importanti, ma cambia il modo di attraversarle: più fisico, più notturno, più radicalmente legato ai corpi e agli spazi. “Volevamo creare un film cyborg con più generi cinematografici”.
La regista: “Revolver è un corto che ha avuto un approccio preciso in scrittura, sapevo che l’avrei girato in gran parte in napoletano, è una lingua, un dialetto con una identità molto forte, e poi il teatro napoletano ha una cultura immensa, penso a Ruccello e Moscato, hanno questi personaggi che parlano continuamente in napoletano e raccontano donne che lottano seriamente per affermare la propria identità. Sono delle opere intense, a cui io chiaramente non paragonerei il mio cortometraggio, Revolver, ma che sono state di estrema ispirazione per me e per questo lavoro, spero mi accompagnino sempre”.
Con Paoli avevamo cominciato parlando di abiti che definivano il racconto, tra lo stile alla Mugler e le vibes di decenni passati che tornano nel 2026, abbiamo persino citato Monica Vitti e La ragazza con la pistola. Per passare poi, dalla danza liberatoria a Napoli, il Vesuvio e il cinema d’animazione che è stato capace di immortalarlo. Anzi, di farcelo sentire.
Maria Giovanna Cicciari per Demetra in esilio (Biennale College Cinema)
Con Maria Giovanna Cicciari di Demetra in esilio, prodotto da Raffaella Pontarelli per Amarena Film, abbiamo ripercorso la trama del mito, adesso che di mito si è incredibilmente tornati a parlare grazie all’Odissea di Nolan. Nel film siamo in estate. Milano, una città silenziosa, sola. Daria e Lia, una madre e la giovane figlia, vivono le loro giornate abitudinarie. Daria non esce più di casa e ha ricreato nel proprio appartamento un piccolo ecosistema di piante. Lia, invece, esce solo per fare la spesa e lavorare al suo progetto artistico, ispirato al mito di Demetra e Persefone. Sono proprio le immagini che immortala fuori casa ad avere un ruolo importantissimo. La regista nella nostra intervista ha menzionato i suoi riferimenti letterari, tra cui Gli dèi in esilio di Heinrich Heine, e i commenti ricevuti da chi, in sala, ha visto Demetra in esilio e si è lasciato trasportare dalla sua atmosfera. E poi la domanda necessaria, quella che ha attraversato anche le numerose polemiche nate intorno al film di Nolan e al rapporto tra cinema contemporaneo, mito e vecchi scandali letterari come Cime tempestose: il mito si può reinterpretare? La risposta è sì, perché “se lasciassimo fermi i nostri miti senza reinterpretarli rimarremmo statici”. In effetti è solo prendendo la nostra tradizione e mescolandola con ciò che è presente che, ci spiega la regista, le culture sanno evolversi.
Tommaso Acquarone per Angelo azzurro (Orizzonti)
Da MOW a Isola Edipo, anche il regista Tommaso Acquarone per Angelo azzurro, il cortometraggio presentato a Orizzonti durante la Mostra con, al centro, una storia di coming of age e percezioni che cambiano. Una lunga giornata d’estate e il confronto del protagonista con sé stesso, con il corpo che abita e quello che vede al di fuori di esso. Proprio su questo tema, sulla carne che muta, nell’epoca di The Substance e la smaterializzazione, il regista: “Il nostro è un mondo che va sempre più verso una sorta di filtro in cui troviamo una scorporizzazione dell’esistenza, quindi al cinema, forse, si va in controtendenza. Rimettiamo al centro il corpo”.