Usamaru Furuya oggi è un autore consacrato, anche in Italia, uno di quei mangaka che hanno saputo attraversare il fumetto giapponese restando sempre in bilico tra avanguardia, provocazione e malinconia esistenziale. Ma leggere oggi Wsamarus 2001, pubblicato da Coconino, come sempre nella collana Doku (e presentato al Comicon di Napoli, dove lo stesso autore è stato ospite), significa fare qualcosa di più semplice e insieme più raro: osservare il talento mentre prende forma. E accorgersi che, già più di venticinque anni fa, Furuya aveva praticamente tutto. Compresa la sua follia, la sua eleganza e quell’aura perturbante.
Questa raccolta di racconti brevi, nata in un periodo ancora acerbo della sua carriera, mostra infatti un autore giovanissimo ma già dal tratto riconoscibile in ogni suo dettaglio. Il segno, infatti, è sporco quando serve, elegantissimo subito dopo, caricaturale successivamente, un tratto capace di passare dal gusto ultrapop alla decomposizione psicologica con una naturalezza disarmante. Ma soprattutto ci sono già i suoi temi cardine, quelli che negli anni diventeranno il marchio di fabbrica di Furuya: la giovinezza come territorio fragile e corrotto, il peccato, il desiderio, il sesso vissuto come ossessione o smarrimento, il fascino ambiguo della morte e della putrefazione dei corpi, e quella continua sensazione di perdizione che aleggia sui personaggi. Oltre che, naturalmente, sulle presenze inquietanti di spiriti, mostri e affini.
In Wsamarus 2001 i ragazzi, anzi soprattutto le ragazze di Furuya sembrano sempre sul punto di infilarsi in qualche vicolo sbagliato. Nei corpi, nei traumi, nelle fantasie, nelle paure. E proprio le paure diventano spesso presenza concreta: apparizioni paranormali, visioni disturbanti, figure inquietanti che però non funzionano mai come semplice horror. In Furuya il soprannaturale è quasi sempre una crepa psicologica, qualcosa che emerge quando i personaggi non riescono più a reggere il peso del desiderio, della solitudine o della crescita.
La struttura frammentata della raccolta contribuisce moltissimo al fascino dell’opera. I racconti sono brevi, rapidissimi, alle volte una manciata di vignette, spesso distantissimi tra loro, e proprio questa libertà permette a Furuya di sperimentare continuamente tono e linguaggio. Si passa dal dramma “sudicio” alla satira nonsense, fino a episodi totalmente parodici come quello ispirato a Ping Pong di Taiyō Matsumoto, assurdo, esagerato, quasi troppo nel senso migliore possibile. È il caos creativo di un autore giovane che prova tutto, rompe tutto, e quasi sempre trova comunque un’immagine o una pagina capace di restarti addosso.
È un manga che vive di sbalzi improvvisi: volgare e poetico nel giro di due tavole, grottesco e tenerissimo subito dopo. Non c’è ancora il controllo chirurgico del Furuya più maturo, ma forse è proprio questo il bello. Qui dentro si sente il disordine vitale di un autore che disegna come se avesse paura di marcire fermo.
Poi arriva Acqua purissima, racconto che chiude de facto l’opera. E lì il libro cambia pelle. L’ultima storia della raccolta è una piccola meraviglia malinconica. Ai, sorella maggiore in coma da anni, si risveglia improvvisamente durante un’estate immobile, mentre i genitori sono via e la sorella minore resta da sola a badare a lei. Ma il tempo, per Ai, si è spezzato: il corpo è quello di una ragazza adulta, neodiciottenne, bellissima, mentre la mente è rimasta quella di una bambina di dieci anni. Ed è proprio questa frattura a rendere il racconto così struggente.
Ai è impulsiva, luminosa, spericolata nel modo innocente dei bambini. Vuole uscire, vedere cose, infilarsi dappertutto. La sorellina invece è l’esatto contrario: chiusa, seria, impaurita. Una ragazzina già vecchia, già educata ad avere paura.
Il cuore del racconto arriva quando Ai la trascina in un vicolo malfamato della città, uno di quei posti che gli insegnanti le avevano sempre detto di evitare. Un budello sporco, soffocante, pieno di degrado urbano. Ma sotto quella crosta lurida da carruggio di quint’ordine la città nasconde un segreto assurdo: una vecchia linea della metropolitana abbandonata anni prima perché una vena d’acqua sotterranea aveva invaso le gallerie. E lì sotto, nel ventre marcio della città, esiste una gigantesca piscina naturale di acqua purissima.
È un’immagine bellissima, potente e malinconica, perché dentro c’è già tutto Furuya. L’idea che nel sudiciume possa nascondersi qualcosa di incontaminato. Che sotto il cemento, sotto la paura, sotto il mondo adulto, possa ancora esistere uno spazio libero.
Ai riesce a trovarlo proprio perché è rimasta bambina. La sorellina invece deve ancora imparare a guardare davvero. E in quell’unico giorno insieme non riceve soltanto un’avventura: riceve un modo diverso di stare al mondo.
In Acqua purissima ogni momento sembra già attraversato dalla sua fine. Ogni corsa nella città, ogni sorriso di Ai, ogni scoperta ha addosso qualcosa di temporaneo, quasi destinato a sparire appena lo guardi troppo a lungo. E infatti, dopo quella giornata, Ai si riaddormenta. Ma lo fa con un sorriso pieno, come se in poche ore fosse riuscita a fregare il coma, il tempo e pure la morte. Quella tensione crea la magia del racconto. Una magia potente, vecchia come l’infanzia e la morte.
La promessa finale della sorellina, quella di portarla ancora in giro, di mostrarle altri posti meravigliosi quando si sveglierà di nuovo, è devastante proprio perché infantile, ingenua, impossibile. Ma è anche l’unico modo che ha per non perdere davvero quella giornata. Ed è lì che il giovane Furuya colpisce più forte. Perché sotto il sesso, il grottesco, le ossessioni e il disagio che attraversano Wsamarus 2001, c’è già un autore capace di raccontare la fragilità umana senza trasformarla in retorica. E Acqua purissima resta lì, alla fine del volume, come una pozza limpida nascosta nei meandri più sporchi della città e della memoria.