Clayface è sicuramente uno di quei villain “alla Batman”, cioè folli e pittoreschi, quasi picareschi. Eppure, nella sua in fondo non fortunatissima vicenda editoriale (con tanti “Clayface” che si sono avvicendati nelle varie testate, ma senza che nessuno abbia mai davvero lasciato il segno), la notizia che “la nuova DC filmica”, targata James Gunn, volesse dedicare un film proprio al “mostro di creta” era intrigante. L’iter di sviluppo e realizzazione del film è stato quantomai difficoltoso, con numerosi stop e ripartenze (a un certo punto si era pure favoleggiato di un film in full-stop-motion!). Sia come sia, eccolo qui, Clayface, diretto da James Watkins, su una sceneggiatura di Mike Flanagan e Hossein Amini, e quindi la domanda è d’obbligo: dopo una campagna di comunicazione e marketing molto puntata sul far comprendere come questo film sarebbe stato la “svolta horror” di casa DC, in sala l’effetto è proprio questo? E, soprattutto, il film merita? A queste domande ci piace rispondere subito, giusto per il gusto di rovinarvi la suspense (si scherza): Clayface in realtà è un film che tocca il genere horror più per citazionismo (soprattutto da The Substance e Darkman) che per una reale volontà di spingere su questa caratteristica e, cosa ancora più grave, è un film davvero modesto, perfino scadente sotto molti punti di vista. Ma andiamo con ordine.
Il film è semplice da raccontare, anche perché i trailer ce lo hanno anticipato in pieno: ovviamente, se non volete avere anticipazioni di alcun tipo, oltre a invitarvi a non guardare i già citati trailer ufficiali, vi consigliamo anche di desistere dalla lettura di questo pezzo, per poi riprenderla post visione del film.
A queste domande ci piace rispondere subito, giusto per il gusto di rovinarvi la suspense (si scherza): Clayface in realtà è un film che tocca il genere horror più per citazionismo (soprattutto da The Substance e Darkman) che per una reale volontà di spingere su questa caratteristica e, cosa ancora più grave, è un film davvero modesto, perfino scadente sotto molti punti di vista. Ma andiamo con ordine.Il film è semplice da raccontare, anche perché i trailer ce lo hanno anticipato in pieno: ovviamente, se non volete avere anticipazioni di alcun tipo, oltre a invitarvi a non guardare i già citati trailer ufficiali, vi consigliamo anche di desistere dalla lettura di questo pezzo, per poi riprenderla post visione del film.
Abbiamo un attore di Hollywood sulla rampa di lancio, Matt Hagen, interpretato da Tom Rhys Harries, che grazie al suo bel viso e alla sua capacità mimetica di interpretare tanti ruoli, diventando la faccia perfetta per ogni tipo di parte, sta per spiccare il volo. Tutti lo vogliono ed è addirittura tra i nominati per la migliore interpretazione in quelli che sembrano essere gli Oscar. È anche invitato nel più importante show d’America: insomma, è una (quasi) star mondiale. Ecco allora che Matt Hagen, scortato dal suo fido amico d’infanzia, anch’egli attore, che lo ha seguito in ogni sua peripezia fin dai tempi in cui entrambi vivevano nei quartieri più miserabili e pericolosi di Gotham, durante una serata in discoteca decide di accettare le avances della “pupa del boss”. Ora, qui iniziano già i primi problemi, e il film è iniziato, sì e no, da dieci minuti. C’è infatti un problema di scrittura gravissimo.
Il problema è presto detto: il suo amico, quando si accorge che Matt Hagen sta per provarci con la fidanzata del boss più pericoloso di Gotham City (dopo, evidentemente, Carmine Falcone e Oswald Cobblepot alias il Pinguino, mai nominati in questo film, così come il tenente Gordon oppure, figuriamoci, lo stesso Batman, vabbè), gli dice chiaramente: “Non farlo, è la pupa del boss, rischi, finisci male, non ha senso”. Lui se ne frega, anche se sa benissimo quanto rischia, la bacia in pista, la porta a letto e, la mattina seguente, si risveglia con davanti, guarda caso, il boss che per vendetta lo sfregia. Quindi egli “perde la faccia”, cioè il suo strumento di lavoro e, di conseguenza, ogni tipo di sicurezza: il contratto viene stracciato, le produzioni lo abbandonano e perde pure la casa.
Da qui vediamo il cupio dissolvi di Matt Hagen che, disperato, si rivolge a una dottoressa, Caitlyn Corr, interpretata da Naomi Ackie, luminare in medicina per la cura, attraverso nanocellule ibridate con l’AI, di persone gravemente danneggiate. Lui si cura, si invaghisce, un po’ a caso, della dottoressa, peccato che, ovviamente, si tratti di una cura sperimentale, e quindi con seri effetti collaterali che lo portano, tra le altre cose, a “sciogliere” la faccia, a cambiare volto quando è particolarmente arrabbiato e anche a sviluppare una furia omicida.
Ora, il materiale di partenza, in realtà, è molto buono. Nel senso che è estremamente stimolante ragionare sul fatto che Matt Hagen sia una persona buona che diventa cattiva perché le circostanze lo hanno fatto diventare così, oppure sia già, in origine, un villain. Peccato che il film non insista su questo. E sarebbe stato interessante anche ragionare sul fatto che un attore, cioè qualcuno che per mestiere interpreta altre identità, perda proprio il volto, ovvero lo strumento attraverso il quale quelle identità prendono forma. Ma anche qui, poco o nulla.
Il film insiste invece sul piano di vendetta di Hagen che, uno dopo l’altro, fa secco prima il suo avvocato, che non l’ha difeso a processo perché in combutta con il boss, poi il suo stesso amico fraterno e quindi la pupa del boss e il mafioso stesso. Tutto molto scontato e banale, con in più una pseudo storia d’amore con la dottoressa talmente casuale e immotivata da far sorridere.
Tuttavia, i momenti “involontariamente comici” si sprecano in questo film, come quello, sul finale, in cui, radunatisi tutti i malavitosi in una discoteca, a un certo punto il nostro attore fa, letteralmente, ballare tutta la pista all’unisono con i suoi passi. Quando abbiamo visto questa scena ci siamo subito chiesti: “Ma quindi la trasformazione in Clayface, in questo Clayface almeno, comporta non solo la possibilità mimetica di diventare chi si voglia, ma anche di controllare gli altri psichicamente?”. No, in realtà no. È semplicemente una scena buttata lì, così come buttate lì, gratuitamente, sono le scene di eliminazione dei “nemici” dell’attore. Tutte scene che vorrebbero farti gridare “com’è splatter!”, ma che in realtà o sono citazioni di altri film, tipo The Substance ovviamente, oppure sono realizzate talmente male, a livello di messa in scena e montaggio, da essere scoraggianti. Se infatti la CGI e l’inserimento di numerosi effetti protesici “reggono” per quasi tre quarti del film, è nella parte finale che tutto sbraca, con momenti degni della “peggior” PlayStation 3, a livello di modellazione 3D.
E, anche se forse può essere considerata una critica malevola, che peccato che in un film che reca il titolo Clayface, la creatura d’argilla mostruosa la si veda, sì e no, cinque minuti scarsi, ovviamente sul finale e ovviamente un attimo prima di venire neutralizzata (e, come da copione, neutralizzata per il momento, non uccisa). Insomma, il mostro di tre metri non si vede quasi mai e la dimensione horror/gore è semplicemente un’etichetta posta lì per vendere. Il problema non è neppure che il mostro si veda poco, perché la storia del cinema horror ci ha insegnato che spesso ciò che non si vede fa molta più paura di ciò che viene mostrato. Il problema è che qui non c’è né la tensione dell’attesa né, quando finalmente la creatura si mostra, una messa in scena capace di ripagare quell’attesa. C’è soltanto un accumulo di effetti, citazioni e trovate che vorrebbero essere disturbanti e invece finiscono per essere, nel migliore dei casi, innocue.
Clayface non è soltanto un film brutto, ma è anche un film pretenzioso, nella misura in cui vorrebbe passare per un esperimento punk legato alla violenza fisica, alla deformazione del corpo e alla perdita dell’identità, e invece si limita a mettere insieme una serie di situazioni già viste, senza riuscire a dare loro una forma cinematografica davvero personale. Insomma, un gigante dai piedi d’argilla. Anzi, un vaso fatto malissimo con la creta.