Valerio Lundini è Valerio De Nicolais, a sua volta Tramezzino. Il primo è il comico che tutti conosciamo, il secondo il nome del protagonista che interpreta nel suo film, il terzo invece, il personaggio di finzione recitato da De Nicolais. Insomma, l'opera prima di Lundini, presentata alla Festa del cinema di Roma, è metacinema e distacchi impossibili tra realtà e simulazione. Senza stare a recuperare una sfilza di nomi che hanno fatto un’operazione vagamente simile nel cinema, dal muto fino ai giorni nostri, citando così, solo i primi che ci saltano in mente da La rosa purpurea del Cairo a Le Deuxième Acte, rovistando anche in un gioco sfiziosamente immortale alla 30 anni in 1 secondo, quello che viene da dire su Cambogia è che è sì un titolo brillante ed esilarante, ma anche un'indagine sulla rappresentazione, la percezione di sé e dello showbiz. Guarda caso in streaming c’è anche Peccato di Emanuela Fanelli, attrice nata insieme all’attore e comico romano proprio sotto le stelle di Una Pezza di Lundini e ora entrambi, lei in una serie, lui in un film, si interessano di temi simili. Da una parte, la futura e distopica vita di una star oramai lontana dai riflettori come scusa per indagare anche il sistema in chiave mockumentary; dall’altra, un attore e un personaggio per scrutare la dinamica del successo e la cura nell’arte.
Le leggende dei metodi teatrali, quel “non essere attori ma essere personaggi”. Cosa farei io se mi trovassi davvero a essere l'altro? Nel film diretto da Lundini emerge un profondo rispetto per le parole, per i soggetti, per il cinema che si immagina e poi si scrive. Per questo, Cambogia è assolutamente affascinante, così come è affascinante captare il nuovo dilemma morale della rappresentazione da parte di registi e autori nell’era in cui tutto è drammaticamente rappresentato (pensiamo al grande Digger). Si sa, possedere il “privilegio” di cantare storie per altri e interpretarle significa avere una responsabilità. In Cambogia siamo sul set dell'ennesima stagione di una serie in cui le sparatorie e le esplosioni sceneggiate a casaccio condividono con lo spettatore un ragionamento sul senso delle azioni. Cosa direbbero davvero degli esseri umani messi in mezzo a tragedie quotidiane, sotto al rumore dei proiettili? Parlerebbero per frasi fatte? Cosa sognano gli uomini davanti al dolore? Ecco che Cambogia non è più soltanto un buon esperimento di metacinema, ma diventa una meditazione sul senso di questo mestiere e sul ricordo delle ragioni per cui lo si era scelto.