“Se potessi, parlerei solo per immagini”. Valerio Vestoso (regista del corto Le buone maniere, Vita da Carlo, tra gli autori di Una pezza di Lundini), mentre ci presentava Peccato, la nuova serie mockumentary di e con Emanuela Fanelli, in esclusiva su HBO Max, ci ha detto di aver cominciato questo mestiere per sconfiggere la noia: d'estate, con una telecamerina in mano, si metteva a fermare le scene, un giorno avrebbe fatto la stessa cosa, ma dirigendo storie scritte (anche) da lui. In questa intervista, realizzata al Lido di Venezia, a Isola Edipo, il regista che crede nella “geometria della commedia” ci ha parlato di rispetto per il pubblico, del grande cinema italiano da Scola a Monicelli che sapeva trovare, dentro la risata, anche una profonda malinconia, e di quel consiglio di un grande maestro sul perché sia importante ricordare sempre - in un’arte che rischia constantemente di parlare solo a sé stessa, aggiungiamo noi - che “il progetto viene prima dell’ego”.
Valerio Vestoso. Dal 2 ottobre esce su HBO Max la tua nuova serie mockumentary dal titolo Peccato con Emanuela Fanelli. Ce la presenti?
Questa storia è una sorta di 'mostro a tre teste' (ride, ndr). Una è la mia, un’altra è di Emanuela Fanelli, attrice protagonista, sceneggiatrice e produttrice creativa, la terza è di Giulio Somazzi. Un po' di tempo fa abbiamo iniziato a studiare un'idea per una serie e ci siamo imbattuti nella formula del mockumentary che da spettatori ci aveva sempre affascinato. HBO e Be Water Film hanno creduto in questa storia legata alla carriera ipotetica di Emanuela Fanelli, un 'what if', un futuro ipotetico in cui Emanuela intraprende questo percorso tra alti e bassi. Possiamo definirlo quasi come un romanzo di formazione verso la terza età, perché nel racconto, ambientato nel 2049, la protagonista vive in Valle d’Aosta barricata in uno chalet di montagna. Non vuole più avere a che fare con il mondo dello spettacolo che però, d'un tratto, bussa alla sua porta con il volto di Malcom Pagani che sta facendo un documentario proprio su di lei.
Penso che Emanuela Fanelli in questa serie possa finalmente far vedere al pubblico i suoi tanti talenti. Attrice, produttrice, autrice.
Io me lo auguro. Chiaramente i suoi talenti sono già molto noti, però questa serie, a mio avviso, le offre la possibilità di mostrarli tutti. Innanzitutto, come sceneggiatrice, perché ci tengo sempre a sottolineare, che lei e Giulio Somazzi sono autori formidabili. E, naturalmente, come attrice: la storia le dà l’occasione di mostrarsi “folle” in alcuni momenti, drammatica e profonda in altri. Ci sono delle scene anche molto commoventi.
Ti faccio una domanda simile a quella che avevo rivolto a Diego Abatantuono. Mi interessa sapere il punto di vista di un'altra generazione. Pensi che oggi fare commedia, far ridere, alla luce delle vite e degli eventi che ci coinvolgono, comporti una responsabilità ulteriore rispetto al passato?
Difficilissimo, soprattutto quando cerchi di intraprendere una comicità imparentata con la satira, che oggi è diventata una rarità. Se ci pensiamo, venti, trent'anni fa, Rai, Mediaset, qualsiasi fosse la derivazione politica della satira, perché poi ha sempre avuto frangenti vari, era molto presente. Nel 2026 no, probabilmente perché la satira, penso a questa specifica forma di comicità che mi manca molto da spettatore, ha bisogno di un’interazione tra spettatori e comici, autori, che forse la pigrizia del web ha un po’ affossato. Internet è pieno di momenti comici, ma secondo me spesso manca loro quella profondità che la commedia dovrebbe avere.
Se penso al cinema di commedia, Diego Abatantuono è un attore con cui ho lavorato e che seguo da sempre, dai film ambientati nel profondo Veneto diretti da Carlo Mazzacurati. Ecco, lui possiede delle sfaccettature che fatichi a distinguere tra commedia e dramma e penso sia questa la grande forza. La stessa commedia all’italiana, Scola, Monicelli: non è un caso se molti di quei film, ora etichettati come film di cassetta ma che in realtà vincevano premi prestigiosissimi, erano commedie. Oggi la commedia è molto snobbata perché purtroppo c’è stata una tendenza a banalizzarla e a renderla molto superficiale, perché si è sempre banalizzato il pubblico. Secondo me è questo il vero punto: non si è compreso quanto il pubblico fosse molto più intelligente di come lo si raccontava.
Internet, i social. Guardi mai dentro queste piattaforme per creare e formulare le tue storie?
Personalmente molto poco. A parte Instagram, io mi sono fermato, non frequento altre piattaforme, però mi rendo conto che c’è una tendenza a definire ironico, umoristico, tutto ciò che invece, fino a qualche anno fa, era fenomeno da baraccone. La comicità vera e propria per me è quasi matematica, va studiata. Non credo nemmeno nell’improvvisazione, la vedo come un escamotage di molti per esibire umiltà rispetto a quello che è il proprio mestiere di autori. Penso invece che tutto sia molto scritto, ma con un margine per cui ci si può inventare tante cose. Prendo ad esempio Peccato, è una serie parecchio scritta, che è stata rieditata, messa a posto, resa ancora più ritmata di quanto non fosse già in sceneggiatura. Io credo nella geometria della comicità e questa cosa probabilmente internet non la dà, perché è una comicità usa e getta che dura per alcuni secondi e svanisce nel nulla.
La protagonista di questa storia è un’attrice che finisce per schivare lo sguardo degli altri. Dicono che fare cinema altro non sia se non un modo per restare vivi, impressi su questa terra. Tu fai questo mestiere con questa speranza?
È l’unica macchina del tempo che abbiamo per tornare indietro, andare avanti e cristallizzare un momento. È sempre stata l’ambizione di tutti, camminare, muoversi nel tempo. L’uomo c’è riuscito con lo spazio, ma con il tempo ancora no, e il cinema probabilmente è la sola vera macchina che ti consente di farlo.
In Peccato ci sono tanti attori, nomi famosi dello show business. Com’è il mondo dello spettacolo che emerge da questa serie?
È un mondo pervaso dalla mitomania, perché ogni personaggio intervistato nella serie, dopo dieci secondi, si smaschera per quello che è. Quindi si scopre che l’adesione al documentario c'è stata per parlare d’altro. Ci sono intervistati che sviano, vanno per altre strade, parlano di loro stessi, ed è quello il meccanismo comico. La stessa Emanuela Fanelli della serie, all’inizio, è abbastanza schiva, lontana, si è disabituata all’obiettivo. Poi ci prende gusto e resta impigliata nei meccanismi che il mondo dello spettacolo, ahimè o per fortuna, innesca.
In un certo senso Peccato sembra somigliare un po’ a The Studio.
The Studio l’ho vista e l’ho amata molto. La regia, la scrittura... i piani sequenza sono formidabili e credo che faranno scuola a tanti registi. Per quanto riguarda la forma della serie, penso sia molto lontana da Peccato. Per certi versi l’universo è simile, però da noi c’è anche un’italianità che incide tantissimo, mentre la realtà della Hollywood moderna è molto distante dalla nostra.
A proposito di grandi nomi del cinema, hai collaborato con Verdone per la regia di Vita da Carlo. In questa serie sembra quasi di conoscere il grande attore romano in preda a mille situazioni divertenti ma anche a mille dilemmi. Quanto è difficile mettere insieme dramma e risata?
Carlo l’ha sempre fatto. Basta pensare ai suoi primi film che definirli comici, nell’accezione più comune del termine, penso significhi svilirli. Ci sono dei finali che avevano una tristezza unica. E in questo c'era anche una lungimiranza da parte dei produttori, oggi un finale del genere sarebbe impossibile, devi avere la risatona, perché altrimenti non mandi a casa il pubblico contento. Eppure io penso che lo spettatore debba uscire dalla sala con mille domande, le risposte se le deve dare da solo e non deve fornirle il film. In questo, ripensando ai finali dei film di Verdone, Carlo è stato un maestro. Forse anche per la sua passione verso la settima arte del Nord Europa, il cinema drammatico degli anni Cinquanta e Sessanta, passione che pur non dichiarandola nei suoi film, l’ha sempre riportata in fase di scrittura e regia. Anche io ho provato ad assecondare questa dimensione nella terza e quarta stagione di Vita da Carlo: ci sono molte citazioni a Bergman, al cinema che ama e mi ha fatto amare tantissimo. Del resto, Carlo Verdone è figlio di un grande esperto e studioso di cinema.
Possiamo dire che Carlo Verdone è uno dei tuoi Maestri.
Sì, assolutamente. Penso a lui, anche a Gregoretti, da cui ho imparato il senso del ritmo, l'importanza di non affezionarsi alla pagina. Spesso capita di scrivere molte pagine di sceneggiatura e ogni parola, per noi, diventa come imprescindibile, non la si vorrebbe tagliare. Invece lui, Gregoretti, diceva che il progetto veniva prima di tutto, prima dell’ego. Ecco, bisogna privilegiare il ritmo, il film. Anche io ho girato delle scene bellissime nella mia carriera che però, talvolta, nell’economia della storia, appesantivano il racconto. Carlo Verdone invece mi ha insegnato il rispetto per gli attori. È un grandissimo direttore di attori: riesce a trovare la sensibilità in ciascuno di loro e a farla emergere, poi, nell'interpretazione. Aspetto più unico che raro visto che molti registi si concentrano sulla tecnica, sull’estetica, ma non ascoltano gli interpreti, le frequenze e si perdono una buona percentuale del loro potenziale. Quello che ho cercato di apprendere da lui è l'ascolto.
Parliamo di maestri, di futuro, torniamo indietro al tuo passato: per chi o per cosa hai cominciato questo mestiere?
Ho iniziato a fare cinema innanzitutto per me, perché quando ero piccolo le estati, nel mio paese, erano noiosissime e girare con la piccola telecamera per le strade della mia città era un modo per ingannare tre mesi lenti, caldi, noiosi. Il cinema resta ancora il mio linguaggio: se potessi parlare solo per immagini, lo farei sempre, ma purtroppo siamo esseri umani e dobbiamo comunicare anche in altri modi (ride, ndr). Poi il pubblico per me è fondamentale. Non sono di quei registi che lavorano solo per sé stessi. Gli spettatori, sono convinto, che debbano fare la loro parte ed essere sorpresi. A essere autoreferenziali rischi di allontanarli e questa serie, Peccato, vuole sorprenderli, anche a costo di deluderli.