Cosa rende un videogioco speciale? Al netto del giudizio del tempo, ovvero di quanto quello specifico titolo verrà ricordato nel corso degli anni, per rispondere alla domanda occorre percorrere due strade, uguali e diverse. Da un lato c'è il gameplay, che deve essere figo, innovativo, funzionale e, soprattutto, divertente. Dall'altro troviamo il comparto estetico, financo grafico, possibilmente sostenuto da una trama robusta, affascinante e coinvolgente. Ovviamente queste due anime possono incontrarsi, contaminarsi, mentre altre volte finiscono per vivere storie a sé. È chiaro, però, che quando entrambe raggiungono vette di eccellenza, e soprattutto riescono a dialogare tra loro, ci troviamo davanti a un giocone. Ecco che, al netto della già citata “prova del tempo”, questo Castlevania Belmont’s Curse è quello che si potrebbe tranquillamente definire un “instant classic”: un videogioco che, appena uscito, ha già tutte le carte in regola per diventare iconico, memorabile e, giustappunto, classico.
Dopo anni e anni di capitoli poco convincenti per la saga Konami e un generale ridimensionamento di Castlevania all'interno del discorso videoludico, Belmont’s Curse torna con “prepotenza” a prendersi la scena. E lo fa attraverso una formula che, ancora una volta, tiene assieme due anime. Da un lato, infatti, ci troviamo di fronte a un'operazione di pura restaurazione, anzi di filologica riproposizione dei toni e dei temi cari alla saga di Castlevania, con quel combat system aggressivo e affamato di sangue, unito a un traversal sempre sfidante, a un platforming di stampo tecnico, “pixel-perfect” si sarebbe detto una volta, e a un immaginario latamente gotico e horror. Dall'altra parte, però, Evil Empire, il team francese che si è occupato di riportare “in vita” Castlevania, con il supporto di Motion Twin, ha saputo donargli anche nuova linfa vitale, senza tradirne l'identità.
Se infatti il discorso sulle mappe, e quindi sull'elemento più squisitamente “metroidvania” del titolo, lo affronteremo un attimo più avanti, occorre fin da subito soffermarsi su quella che è forse la trovata più gustosa dell'intera produzione. Attraverso un sistema di tarocchi magici, la nostra protagonista può infatti immagazzinare i poteri dei boss appena sconfitti all'interno di apposite “carte”, per poi utilizzarli come strumenti di attacco. Una meccanica che non si limita ad arricchire il già articolato sistema di combattimento, ma che contribuisce a definire una precisa identità ludica ed estetica. Ed è proprio questa la “genialata” che dona al titolo un'allure di iconicità rara nel panorama videoludico contemporaneo.
Già, perché siamo di fronte a un Castlevania purissimo, che riprende ogni tipo di caratteristica della serie storica, compresa, come ricordato poco fa, l'estrema qualità nell'interconnessione dei mondi, con quel sistema di mappe che nascono le une dalle altre e che restituisce il sapore più autentico del metroidvania. Quindi, come nella migliore tradizione, vi toccherà non soltanto esplorare con calma e con cura, ma anche, spesso e volentieri, tornare indietro, a visitare luoghi già attraversati. Questo perché, dopo aver sbloccato un determinato potenziamento, potrete finalmente disporre dei poteri necessari per aprire, sfondare o superare quell'ostacolo che fino a un attimo prima risultava insormontabile, arrivando così a sbloccare un'intera nuova area di gioco. È quel continuo dialogo tra esplorazione, progressione e scoperta che rappresenta uno degli elementi fondanti del genere e che Belmont's Curse riesce a interpretare in maniera eccellente.
Gioco che, sia ben chiaro, anche esteticamente è stupendo. Facendo propria, almeno in parte, la lezione di Hades I e II, l'operazione compiuta da Evil Empire è quella di un generale svecchiamento del gotico “à la Castlevania”, attraverso personaggi e un character design che strizzano l'occhio proprio all'immaginario dei tarocchi. Il risultato è una Parigi in preda a una pestilenza demoniaca, dove gli esseri umani hanno lasciato il posto a mostri colossali, creature terrificanti e aberrazioni di ogni genere, tutte pronte a essere passate a fil di spada dalla nostra eroina. Un immaginario visivo affascinante, che riesce a tenere assieme la tradizione horror della saga e una sensibilità estetica decisamente contemporanea.
Il combat system, dal canto suo, è straordinariamente rifinito, arrivando davvero a toccare i vertici della categoria e consegnandoci un gioco che anche a livello di responsività fa un lavoro eccellente. Abbiamo giocato Belmont's Curse su PS5 grazie a un codice fornito da Konami e il colpo d'occhio, per un titolo 2D, è davvero impressionante. C'è sempre molta “roba” a schermo, tra nemici, animazioni, effetti e ambientazioni ricchissime di dettagli, ma tutto funziona in modo fluido e sinuoso, come “deve” funzionare in un metroidvania che si rispetti. Soprattutto, è proprio nel rapporto tra precisione dei comandi, mobilità della protagonista e ritmo degli scontri che emerge tutta la qualità del lavoro svolto dal team francese.
Forse, specialmente nell'ultimo terzo dell'avventura, i numerosi skill tree dedicati al potenziamento della nostra protagonista finiscono per risultare un po' ridondanti, con miglioramenti che non sempre paiono realmente necessari. Non è tanto una questione di quantità, quanto piuttosto dell'effettiva utilità di alcune abilità, che rischiano di perdere progressivamente importanza man mano che ci si avvicina alle battute conclusive. Questo, benintesi, non rappresenta un difetto tout court, quanto piuttosto una piccola sbavatura in un titolo che riesce quasi sempre a svolgere in maniera eccellente il proprio dovere.
Sicuramente non è un videogioco semplice da affrontare, specialmente se giocato ai livelli di difficoltà più elevati. Come ricordato poco fa, Castlevania Belmont's Curse impone sempre alla videogiocatrice o al videogiocatore di turno un'estrema precisione nei salti e negli spostamenti, così come nella gestione dei ritmi di attacco e, quasi in modo scontato, chiede di imparare praticamente a memoria i pattern offensivi dei boss. È un'esperienza che pretende attenzione, pazienza e una buona dose di abilità, senza però rinunciare a quella sensazione di progressiva padronanza che rende così appagante superare un ostacolo inizialmente insormontabile.
Però, hey, siamo in un metroidvania duro e puro, e quindi queste sono tutte cose che rappresentano pane per i nostri denti. Insomma, Castlevania è tornato e ha rimesso la chiesa al centro del villaggio. E quella chiesa risponde al nome di Notre-Dame de Paris. Scusate se è poco.