Già il fatto che lo scoop esclusivo di Axios stamani titoli “come la guida suprema dell’Iran ha raggiunto una tregua con Trump” e non viceversa è sintomatico di come su Hormuz il coltello dalla parte del manico sia nelle mani di Teheran. L’esclusiva dell’agenzia d’informazione statunitense parla di un Mojtaba Khamenei che, dopo l’ultimatum di lunedì, per la prima volta dall’inizio della guerra avrebbe incaricato i suoi negoziatori di muoversi per il raggiungimento di un accordo che, alla fine, ha semplicemente spostato di due settimane il roboante ultimatum di Trump. Mostrare i muscoli, in diplomazia “brinkmanship”, a quanto pare non paga più come si è creduto fin’ora. D’altronde l’Iran non è certo il Venezuela. Sicuramente il sollievo dei mercati e dei civili di tutto il mondo ringrazia, ma gli addetti ai lavori si fanno un bel segno della croce. A cosa andremo incontro tra due settimane?
Secondo la versione dei funzionari israeliani, degli alleati regionali e di persone a conoscenza dei fatti – per un totale di undici fonti – il racconto è abbastanza bizzarro. “Era una situazione folle”, dice un alto funzionario statunitense. A quanto pare non si è saputo nulla di quello che sarebbe accaduto fino all’ultimo. Tra gli americani erano tutti pronti al peggio, ovvero una massiccia campagna di bombardamenti, che avrebbe voluto dire una pesantissima reazione iraniana di rappresaglia nei confronti degli alleati nella regione, Italia inclusa. Forse è anche per questo che il ministro della Difesa Guido Crosetto appariva così smarrito nella sua intervista sul Corriere e nel suo successivo intervento a Sigonella. Insomma, ore di tensione alle stelle per tutto il mondo e forti contrasti nella stanza dei bottoni americana. Infatti, mentre lunedì mattina Trump s’intratteneva con la folla e con il coniglio pasquale alla Casa Bianca, Steve Witkoff era alle prese con una serie di chiamate con gli iraniani, i quali gli avrebbero proposto un piano di pace in dieci punti. “Un disastro, una catastrofe”, grida nella cornetta Witkoff, come se si stesse negoziando il prezzo di un titolo a Wall Street. Da qui emendamenti tra mediatori pakistani, nuove bozze, il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi; perfino i ministri di Egitto e Turchia si mettono in mezzo per fare da pacieri. Insomma, dopo un po’ di mal di pancia, gli americani ingollano il boccone amaro, accettano e ripassano la palla agli iraniani. Bisogna attendere l’approvazione della guida suprema, Mojtaba Khamenei, che tra un bunker e l’altro è riuscito a scampare anche nelle ultime ventiquattr’ore ai tentativi di assassinio da parte israeliana. Bigliettini, pizzini, veline che viaggiano tramite messaggeri, funzionari, agenti segreti e guardiani della rivoluzione pieni di sospetto. Le tregue imposte da Israele e Washington, finora, non sono state un granché nei confronti di Hamas ed Hezbollah. Il tempo scorre, inizia ad esaurirsi e, in tutto questo, il vero mediatore interno tra le varie anime iraniane è Araghchi. Anche la Cina avrebbe fatto la sua parte per convincere i Pasdaran ad accettare l’accordo americano. Una volta convinti i guardiani della rivoluzione, però, l’ultima parola viene rimessa al leader supremo. Tutto questo nella notte tra lunedì e martedì. Insomma, piano piano uno spiraglio di luce inizia a intravedersi, finché, sorto il sole sul fatidico martedì ecco che Donald Trump spara la minchiata che resterà negli annali: “un’intera civiltà morirà stanotte”. I negoziati in corso si interrompono. Gli iraniani, che ad ogni modo si ritengono persiani e dunque eredi di una storia millenaria, riprendono il loro aplomb aristocratico e smettono di rispondere agli americani.
Nel frattempo JD Vance – in Ungheria per sostenere la campagna elettorale del povero Orban, ormai anche lui verso la fine del suo lungo regno – si mette le mani nei capelli mentre cerca di capirne di più parlando con i mediatori pakistani. Netanyahu allora chiama Trump. Rimangono al telefono tutto il giorno ma, nonostante ciò, anche gli israeliani – non proprio dei pacifisti – temono di aver perso il controllo del processo di mediazione. Buio pesto. Dal primo all’ultimo collaboratore, il Tycoon viene bombardato di telefonate per esortarlo ad accettare. Niente. A cerchi concentrici, dalla stanza dei bottoni ai funzionari più esterni, fino a raggiungere il mondo intero, tutti iniziano a credere che Trump sia davvero un pazzo (forse è così, anche se poi c’è stato una sorta di lieto fine). Un momento di suspense pazzesco, più che altro totalmente inutile. Poi, però, fonti coinvolte nei negoziati smentiscono che gli iraniani abbiano smesso di rispondere. L’ultimo filo di contatto tra l’Occidente e l’Iran passa attraverso il telefono di JD Vance, il ministro degli Esteri Araghchi e i mediatori pakistani. Ed è proprio da quel filo sottilissimo rimasto intatto quasi per miracolo, che la giornata prende un’altra piega. Intorno a mezzogiorno, sulla costa orientale degli Stati Uniti, tra chi era dentro e chi osservava da fuori inizia a circolare la sensazione che, nonostante tutto, le parti stiano convergendo su una tregua di due settimane. Esattamente il minimo indispensabile per prendere tempo senza perdere la faccia. Nel giro di poche ore, però, il caos torna a bussare: è il primo ministro pakistano Shehbaz Sharif a rompere gli indugi, pubblicando direttamente i termini dell’accordo e invitando tutti ad accettare. Una mossa che, più che chiarire, manda ulteriormente in tilt Washington. Trump viene sommerso da telefonate e messaggi, soprattutto dall’ala più intransigente dei suoi, che lo spinge a mandare tutto all’aria. Il punto è che nessuno, letteralmente nessuno, capisce davvero cosa abbia in testa. Anche tra i suoi collaboratori più stretti c’è chi, fino a un’ora prima, era convinto che avrebbe respinto l’intesa, salvo poi vederlo fare esattamente il contrario. Nel frattempo, prima di esporsi pubblicamente, si assicura almeno una cosa: chiama Netanyahu e ottiene un impegno, almeno formale, a rispettare il cessate il fuoco. Subito dopo chiude il cerchio con Islamabad, parlando direttamente con il feldmaresciallo Asim Munir per mettere il timbro finale su un accordo che fino a poche ore prima sembrava irraggiungibile. A quel punto la macchina si muove in automatico: alle forze statunitensi viene ordinato di cessare le ostilità appena un quarto d’ora dopo il post di Trump, mentre da Teheran arriva il via libera operativo di Araghchi, che conferma non solo il rispetto della tregua ma anche una parziale riapertura dello Stretto di Hormuz, seppur sotto stretto coordinamento con le forze armate iraniane. Una de-escalation, sì, ma piena di condizioni e di diffidenze reciproche.
Una sorta mini-pace armata. Resta da capire fino a che punto l’Iran consentirà davvero la ripresa del traffico marittimo e, soprattutto, quanto Israele sarà disposto a restare dentro i limiti di un cessate il fuoco che non ha mai davvero voluto. Da Tel Aviv filtra che Netanyahu avrebbe incassato garanzie americane su un punto chiave (quale? Non è dato sapere) nei negoziati si dovrà arrivare allo smantellamento del programma nucleare iraniano, allo stop dell’arricchimento dell’uranio e alla fine della minaccia balistica. Insomma, la partita vera deve ancora cominciare. Nel frattempo, la prossima tappa è già fissata. I colloqui dovrebbero riprendere venerdì in Pakistan e, salvo sorprese, a guidare la delegazione americana sarà proprio JD Vance, l’unico adulto nella stanza che già gli iraniani avevano identificato come l’unico interlocutore possibile all’interno della Casa Bianca e questo, lascia ben sperare. Ma le distanze restano profonde, quasi strutturali, e l’ipotesi che tutto possa saltare di nuovo non è affatto remota. Anche perché già nelle prossime ore partirà la solita manfrina. Il segretario alla Difesa Pete Hegseth e la portavoce Karoline Leavitt sono pronti a rivendicare che è stata proprio la linea dura di Trump a rendere possibile l’accordo. Una versione che a Teheran ribaltano completamente, e che lascia aperta la domanda più importante di tutte, quelle minacce sono finite davvero, o sono solo rimandate di due settimane?