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14 ottobre 2026

Green Girl, fuma, vendi, odia

  • di Mattia Nesto Mattia Nesto

14 ottobre 2026

Pubblicato da Nottetempo, questo romanzo di Kate Zambreno è un bellissimo racconto di distruzione/formazione di una ragazza americana che si trova a fare la commessa a Londra. E del clamore del mondo, e dell’insensatezza del mondo e della sua, anzi nostra, cronica ricerca d’amore. O di approvazione.

Thanks to @Nottetempo

Green Girl, fuma, vendi, odia

Sono pagine dolorose e pericolose, quasi, quelle di Green Girl di Kate Zambreno, romanzo pubblicato da Nottetempo che a leggerne la trama parrebbe poca cosa, e invece. Un po’, per fare un azzardo, come leggere la sinossi di Essi vivono di John Carpenter: sulla carta, appunto, qualcosa di misero e poi, in realtà, un grande, grandissimo film. E Green Girl fa, suppergiù, lo stesso effetto, soprattutto perché racconta sì con estrema franchezza e crudezza le ansie, i dubbi e le paure sconfinate di una giovane ragazza americana che, all’inizio degli anni Duemila, si trova a fare la commessa in un grande magazzino del centro di Londra, ma lo fa anche attraverso una prosa raffinata e controllata, con tante citazioni dotte, soprattutto cinematografiche, e dalla quale emerge una cultura di fondo non soltanto molto ampia, ma anche ben dosata.

Se infatti possiamo portarci a casa qualcosa della storia di Ruth è proprio questa sua esperienza di vita caotica e “sbagliata”, raccontata con perizia e perfezione dall’autrice che però, ed è questa la cosa più importante, nonostante la sua prosa cesellata ad arte, non toglie un grammo della disperazione, verrebbe da dire esistenziale, della protagonista.

Ruth è infatti una ragazza di non ancora trent’anni che lavora come commessa, come si diceva. Un impiego sicuramente “non dei suoi sogni”, anzi proveniente direttamente dai suoi incubi, perché la spersonalizza, la getta in pasto a caporeparto più anziani di lei, che credono di sapere tutto della vita, la costringe a relazionarsi con colleghe e colleghi che, nonostante siano accomunati dalla medesima condizione, fanno di tutto per mettersi i bastoni fra le ruote e la obbliga anche a entrare in contatto con la maleducazione o, semplicemente, il menefreghismo dei clienti.

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La copertina dell'edizione italiana @Nottetempo

Eppure, in questa sua vita sregolata, l’amicizia, non si sa fino a che punto “sincera”, di Agnes, in qualche misura la fa stare a galla o, ancora meglio, le tiene occupata la mente. L’amica è un vulcano, bislacco, di idee e di proposte: c’è sempre una festa “giusta” a Londra, c’è sempre “quel” rossetto che le farà svoltare la serata, c’è sempre quello sguardo, più o meno predatorio, di quel ragazzo laggiù che potrebbe donare il brivido dell’avventura.

Senza moralismi o, ancora peggio, voglia di scandalizzare tanto per, il gusto nel raccontare le relazioni di Ruth, il più delle volte di natura sessuale e basta, è un grande pregio di Green Girl. Il sesso viene visto per quel che, spesso, è, ovvero un atto atto, perdonate il gioco di parole, a occupare un tempo x, anzi, ancora meglio, a tentare, senza quasi mai riuscirci, di riempire il cronico vuoto delle proprie esistenze.

Peccato che, e qui Green Girl tocca veramente dei picchi assoluti, questi rapporti sessuali con, più o meno, sconosciuti (o conosciuti solo in parte) non facciano altro che aumentare a dismisura il cronico vuoto esistenziale di Ruth che dopo, ma alle volte anche durante, si sente ancora più, giustappunto, svuotata, sola e perduta.

Ecco perché questo è un libro molto doloroso anche se, come un po’ avviene nella narrativa contemporanea degli ultimi anni, non si esplorano chissà quali lutti. In fondo, a conti fatti, Ruth è una ragazza giovane, intelligente, in salute e ancora in grado di realizzarsi nella vita, eppure tutto un sistema di cose, a cominciare dalla società ma anche a causa di tare quasi ereditarie, sicuramente desunte dalla sua educazione americana, la schiaccia continuamente a terra, la fa nuotare nei fondali bassi e limacciosi della società londinese, che tutto macina e divora.

Ci si sente soffocare leggendo alcune pagine del libro, proprio perché, se non si empatizza con Ruth, quantomeno la si finisce, ben presto, per capire. Non a compatire, eh, benintesi, ma a comprendere le motivazioni della sua disperazione e tristezza esistenziali.

Quando l’autrice descrive l’alternarsi di serate in cui Ruth, coscientemente, decide di “devastarsi” lo spirito e il corpo abusando magari di alcol o di determinate sostanze e le giornate successive a queste nottate, in cui non ha neppure la forza di tirarsi su dal letto e, letteralmente, vive fra le coperte anche per giorni, ritroviamo, magari, dei nostri tic e abitudini molto contemporanee.

Insomma, è come se il libro di Nottetempo ci dicesse che il famoso “goblin mode”, decantato negli ultimi anni come tendenza contemporanea, in realtà sia stato “inventato” quasi vent’anni prima, almeno quando premier in Gran Bretagna era ancora Tony Blair.

Sullo sfondo, poi, rimane la guerra in Iraq e le implicazioni politiche dell’essere americana a Londra nei primi anni Duemila, ma appunto non è quello il centro del romanzo. Green Girl è uno scavo nell’animo umano di una giovane ragazza messa sotto torchio da una società profondamente capitalistica, che continua a ripeterti di non starlo facendo, che ti mette pressione quando ti dice “fai con calma, con il tempo imparerai”, che non ti fa respirare quando afferma “non correre”, che ti dice di sbrigarti quando a parole ti rassicura.

Forma e sostanza, insomma, ritornano a palpitare in queste pagine dense di cose, soprattutto filmiche, con anche tanti “tipi maschili” uno, francamente, peggio dell’altro. Personalità “se va bene” grigie e insapori, ma molto spesso predatorie e bugiarde, occupate soltanto a soddisfare i propri bisogni e impulsi oppure a modellare, in stile appunto Pigmalione, la “loro ragazza perfetta”.

Sul finale, infatti, viene introdotto proprio questo “fenotipo maschile” che ho trovato molto, ma molto stereotipato, troppo macchiettistico. Proprio nella parte finale, non nel finale che invece trovo bellissimo, ma subito prima, trovo la vera debolezza del libro, che in questa fase si abbarbica troppo a una relazione evidentemente sbagliata per la protagonista e raccontata, appunto, in modo didascalico dall’autrice.

Anche l’incipit non è folgorante ma, appunto, essendo l’inizio, è anche giustificato dalla necessità di mettere in scena i vari temi e protagonisti del libro.

Detto di queste sbavature, Green Girl è un libro che non va, assolutamente, derubricato come libro da “sad hot girls”, ma che anzi mette sotto processo anche la retorica del voler sguazzare nella propria tristezza esistenziale.

Non sappiamo se Ruth si salverà, ma sappiamo che, pur non essendo direttamente colpevole, “anche se si crede assolta, lei è lo stesso coinvolta”, per citare il poeta. Leggere questo libro è anche trovare gli anticorpi giusti al nostro capo che ci torchia dalla mattina alla sera. La cultura, forse, serve anche a questo.

 

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