Non basta portare nel titolo la novità per trovarsi davanti a qualcosa di nuovo. Come non bastano bravi attori, una breve ma funzionante sequela di equivoci, una colonna sonora di Brunori Sas o un’ottima regia per fare un film diverso. Sarà che in queste settimane al cinema ci sono L’estranea di Paolo Strippoli, I figli della scimmia di Tommaso Landucci, Serpenti di Roberto De Paolis e, in streaming, anche Peccato di Valerio Vestoso con Emanuela Fanelli, film o serie realizzati da voci moderne della settima arte (parliamo di registi che hanno quasi tutti meno di quarant’anni, voci nuove dunque, ma non certo per acerbità dei loro sguardi), che si fa più fatica a tornare a quel cinema godibile e rassicurante, che "funziona" perché ha sempre funzionato. In questo senso, Il rumore delle cose nuove è in realtà il suono di qualcosa che conosciamo già. Un cinema tranquillo e ben fatto sempre su (e per?) adulti in crisi, come svariati titoli italiani di successo, apprezzatissimi negli ultimi anni, che hanno riempito le sale per mesi e mesi. Anche se, a differenziarlo dagli altri, a pensarci su, una cosa c’è. Il rumore delle cose nuove sembra avere in seno una missione: spiegare a chi andrà a vederlo cosa è giusto e cosa è sbagliato. Anche se a volte siamo al limite del retorico e altre ci avviciniamo al cringe.
Tre coppie tra relazioni segrete, umanità e super-umanità, maternità faticosa, ambizioni represse e il pericolo concreto di non riuscire ad arrivare a fine mese, tema, quest'ultimo, che sembra disinteressare il più delle volte il nostro cinema, e fin troppo la verità dei nostri giorni. Nella primissima parte di Il rumore delle cose nuove assistiamo a una serie di momenti ambigui. Crediamo quindi di vedere un rumore nuovo, appunto, fatto immagine. I tacchi indossati dal personaggio di Lino Musella, la morte inscenata da quello di Claudia Pandolfi. Poi la trama si riassesta e, dopo quei minuti di iniziale spaesamento, ritroviamo il flusso. Eppure, era stato figo perdersi e non capire per forza. Il punto è proprio questo. Capiamo - ancora una volta - troppo. Se nel fascinosissimo Serpenti di De Paolis alcune battute - nel mezzo di una storia tremenda in cui un uomo ammette di aver ucciso sua moglie, ma nessuno sembra credergli - erano sbagliate, inquietanti, becere, portavano inevitabilmente lo spettatore a cogliere in esse l’errore, a frugare in quella scrittura scorretta, audace, mordente ciò che non è giusto. Paralizzandosi, quasi. Qui, invece, è tutto chiaro. Tutto lampante, non servono spiegazioni. Ma siamo sicuri di averne ancora bisogno, ci basta?