Bari, fine anni Novanta. La famiglia Corona è ricca, i genitori ambiziosi, i figli di belle speranze e di bell’aspetto. Se tutto va come deve andare, saranno felici. E invece, “shit happens”. L’estranea di Paolo Strippoli riguarda la rimozione del dolore, il patto col diavolo che siamo disposti a sottoscrivere per salvarci dalla sofferenza e dalla vergogna: “Nel mio film c’è il senso di perdita di un'aspettativa di vita che si inseguiva”. Paolo Strippoli è un regista e basta, non giovane né emergente. Quando lo incontriamo a Venezia è felice dell’amore ricevuto ma anche sollevato dall’idea che la kermesse al Lido sia finita: “Non riesco mai a godermi le cose fino in fondo”. Felice e insoddisfatto. Una dialettica personale che si riflette nella sua idea di cinema: “Tutto parte dalla tenerezza. Poi io ci metto la violenza”. Da ieri 8 ottobre L’estranea è al cinema ma da qualche settimana è anche ufficialmente il film scelto dall'Italia come candidato all'Oscar per il miglior film internazionale. Adriano Giannini, Jasmine Trinca, Romana Maggiora Vergano e Valeria Bruni Tedeschi (nella miglior prova della carriera?) hanno regalato la vita a quest'opera. E Strippoli ci ha calato la violenza necessaria per far risaltare il calore del sentimento opposto. “Mai giudicare frivolo chi dà importanza all’apparenza”, ci dice. È questione di responsabilità, da dividere non equamente tra genitori e registi. I primi hanno un compito ben più complesso, occuparsi di “esseri umani ancora da comporre”, gli altri al massimo possono suggerire delle rivoluzioni culturali, non attuarle. E soprattutto: “Non prendere in giro il pubblico. La cosa peggiore per un regista è sentirsi in colpa per non essere stato abbastanza onesto”.
Paolo Strippoli, regista. Non giovane regista, non emergente regista, perché insomma, da quant'è che stai emergendo?
Si vede che sono finito proprio in profondità.
Soddisfatto di questa Venezia?
Sono felice. Sono felice soprattutto perché è passata. Perché per quanto sia pura gioia, c'è anche una grande dose di nervosismo che non riesco a cancellare. Non sono in grado di godermi mai le cose fino in fondo. Però sono felice perché c'è stato tanto amore, e questo ripaga tutto il resto.
Anche in questo film c’è la rimozione del dolore: lo ritieni il nucleo del tuo cinema?
È sicuramente una delle mie ossessioni. Poi sono tre film, Piove, La valle dei sorrisi e L'estranea, che parlano di controllo e di paura di perderlo. Forse è quello il tema principe. Soprattutto dei patti che facciamo per evitare che qualcosa accada, per rimuovere qualcosa che non ci piace provare. Nella Valle dei sorrisi era la sofferenza, il senso di lutto; qui invece è la vergogna, il senso di perdita di un'aspettativa di vita che si inseguiva.
La voglia di salvare la faccia.
Però così sembra frivolo e io sto molto attento a giudicare questi personaggi come frivoli: partono in questa Bari del 1999 di grande crescita economica, si sono costruiti pezzettino dopo pezzettino. E chi si è costruito in questo modo fa ancora più fatica ad accettare la caduta propria e delle persone che si amano.
Soprattutto dei figli.
I due genitori della famiglia protagonista hanno una violenta ambizione nei loro confronti, vedono per loro una linea dritta, ma la vita non è così. Lo fanno perché li amano e perché se rispettano quelle aspettative e le loro ambizioni, la loro vita sarà liscia e felice. Invece, shit happens.
E il patto col diavolo: c'è un compromesso che non vorresti mai fare?
Sì, però ce ne sono pure tanti che potrei fare. I patti si accettano o si rifiutano a seconda dell'emergenza. Il primo patto che fa Anna (Jasmine Trinca), quello che dà il via a questa catena di eventi rocambolesca, è un patto che non avrebbe mai stretto se in cambio non avesse avuto qualcosa di meno grave, o comunque meno risolvibile.
Quante volte ti sei trovato nell’emergenza di dover rinunciare a qualcosa per salvare qualcos'altro?
Sono le scelte di tutti i giorni. Io ho una mia estranea (Valeria Bruni Tedeschi nel film), penso ce l'abbia chiunque. I patti li facciamo tutti, chi più chi meno. La differenza sta nel come concepiamo questa figura. Cos’è per me lo rivelo alla fine. È un finale chiuso, anche perché man mano che vado avanti con gli anni e i miei gusti cambiano sono sempre più un fan dei finali chiusi. Però c’è una possibilità di scelta da parte dello spettatore, uno spazio per decidere chi è l’estranea.
Questa è una storia familiare, con degli elementi universali. È un film anche sul rimosso della società?
Ho sempre trattato le dinamiche familiari e i rapporti tra genitori e figli come uno specchio in miniatura della società esterna, perché sono fortemente convinto che la prima incursione nella vita avvenga attraverso i padri e le madri. Sono loro che hanno la responsabilità di fare da filtro tra il mondo esterno e quello intimo. Se questo filtro non funziona, se le guarnizioni sono rotte, si provocano danni se non permanenti a lungo termine.
La famiglia prima ancora degli artisti ha questa responsabilità.
Fanno cose diverse. Noi registi raramente parliamo a dei bambini piccoli. Io non so come potrei farlo. La mia responsabilità è diversa, quella dei genitori riguarda esseri umani ancora da comporre.
Quale responsabilità invece appartiene secondo te a un regista?
Essere onesto nei confronti del pubblico. Abbiamo il privilegio di portare una nostra visione del mondo, una cosa veramente grande, anche se ogni tanto ce lo dimentichiamo. Il minimo che possiamo fare è essere sinceri, scegliere di fare delle storie che parlino veramente agli spettatori. Il pubblico non lo possiamo prendere in giro. A me sta veramente sulle scatole chi vede gli spettatori come una massa indistinta da accontentare.
E questo come influisce sul tuo lavoro?
Sono convinto che l'intrattenimento sia importante, voglio che la gente si diverta nel vedere i miei film. Ma attenzione, lo si deve fare con onestà. Ci sono storie che possono essere più concilianti e facili per il pubblico, altre che invece devono essere raccontate in un altro modo. Non voglio pentirmi delle cose che faccio, né sentirmi in colpa. Perché se c'è una cosa orrenda da regista è sentirsi in colpa per non aver fatto un’opera abbastanza sincera.
Ci ricolleghiamo a quello che dicevamo prima e al modo frivolo di parlare di certi temi. Le storie vanno trattate con rispetto perché le persone inevitabilmente ci si rivedono.
Penso che questo film si possa capire molto bene, i personaggi ci somigliano. Se fai cinema è perché sei innamorato dell'umanità. Oppure perché ti sta ampiamente sulle scatole. In entrambi i casi vuoi suscitare una reazione nel raccontarla. E per farlo la devi rispettare, altrimenti che ci stiamo a fare?
Tu la ami o la odi?
A tratti.
E quale delle due cose ti dà più spunti per un film?
La tenerezza. Tutti abbiamo dei momenti in cui non siamo soddisfatti, io a volte mi sento molto arido. Ma tutto parte dalla tenerezza nei confronti dei personaggi. Poi ci metto la violenza. Il cinema deve essere tenerezza e violenza. Senza l'una, l'altra si indebolisce. Sono elementi che quando stanno insieme accendono la miccia per una storia che vale la pena vedere.
La stessa dialettica dell'abbraccio.
È un gesto d'affetto, d'amore, di protezione, ma può essere anche di oppressione, di costrizione. Ne ho fatto il centro della Valle dei sorrisi.
Anche qui ci sono abbracci dalla doppia natura.
Assolutamente, non ci avevo pensato. L’estranea è un film molto più tattile. La carne è ancora più importante. Carne che cambia e si trasforma, che viene toccata o massacrata.
Sul Guardian ho letto che Valeria Bruni Tedeschi è nella miglior prova della carriera.
È un onore. Ma quanti film belli ha fatto Valeria? Non so se crederci.
E si dice che il film è molto divertente. Posso confermare.
Ho provato a fare un film più divertente del solito. Vediamo se la gente ci entra.
Il tema delle apparenze rimane fondamentale: continuerai a lavorarci?
Spero di sì. In qualche modo c’è anche nelle cose che sto iniziando a scrivere. Ora mi sto ritrovando, perché ho lavorato per tanti anni a questi due film. Passerà un po' di tempo prima del prossimo. Probabilmente la questione delle apparenze non sarà così centrale. D'altronde è vero che detesto chi tratta in maniera superficiale questa impostazione sociale. Soprattutto noi che facciamo questo lavoro abbiamo a che fare con le apparenze e vediamo facilmente, anche nella vita di tutti i giorni, quanto sono importanti e quanto cambiano la struttura del nostro pensiero. Possono fare male. I miei due film precedenti, che con questo formano una sorta di trilogia, riguardano prima di tutto la salute mentale. Penso di aver toccato questi temi con un certo rispetto e senza banalizzarli.
Hai voluto concentrare questo aspetto sul personaggio maschile.
Ma anche sulla madre, Jasmine Trinca. Molti dicono che nel padre hanno rivisto qualcuno che conoscevano. Walter Corona (Adriano Giannini) è molto duro all'inizio, poi pian piano si rompe. Vedi un poveraccio, nel senso migliore del termine, cioè non un bastardo, ma una persona che vuole profondamente bene ai propri figli e che non ha i mezzi per amarli diversamente. E nel momento in cui si rende conto di aver fatto loro del male crolla.
Sei partito a scrivere il personaggio prevedendo questa parabola?
Avevo molta paura che fosse respingente per lo spettatore e quindi ho lavorato molto con Adriano Giannini per renderlo caldo, e lui l'ha reso tanto, tanto caldo. Adriano è un attore intelligentissimo, mi ha regalato la vita di questo personaggio.
La pioggia è uno degli elementi che rende universale questo messaggio?
È un sipario, crea l'arena in cui mamma e figlia si possono parlare per la prima volta, loro che non si sono mai affrontate, fuggite l'una dall'altra, si sono rincorse, amate e odiate. Si parlano perché sono bloccate dentro l’appartamento con la pioggia torrenziale fuori. E la pioggia crea anche una punteggiatura emotiva che cresce man mano che il film va avanti, fino ad arrivare a un punto in cui la violenza della natura non è detto che sia reale, ma è qualcosa di assolutamente possibile e feroce. È la proiezione di quello che stanno vivendo i personaggi di Anna e di Alice (Jasmine Trinca e Romana Maggiora Vergano). È un modo per far vedere allo spettatore in maniera visiva la fine della spirale.
Anche la problematizzazione del corpo rientra nel tuo film. La ricerca di un corpo deformato, da martoriare forse è una risposta alla dematerializzazione a cui ci stiamo abituando.
Io non vedo i corpi come deformati, anzi. Quello è il punto. Ciò che scrivo arriva dalle mie paure e a me fa tanta paura l'idea che una persona un momento è vista in un modo, un momento dopo il suo corpo cambia ed è vista diversamente. È una roba che mi spaventa, non l'ho mai capita del tutto, mi crea un nodo allo stomaco. Ci sono arrivato probabilmente durante l'adolescenza, in cui mi sono visto cambiare in tanti modi. E quella sensazione cerco di riproporla in maniera crudele. Non c'era altra possibilità se non farlo così, perché l'ambiente che ho raccontato agisce e pensa così.
Perché hai pensato di parlarne proprio ora?
È un film queer, studia anche il giudizio sui corpi non conformi e di aspettative mancate rispetto a una sorta di idea di natura. Per queste ragioni ci incasiniamo la vita. Non solo incasiniamo la vita a chi subisce questo giudizio, ma anche a chi lo dà, perché mette in moto un circolo vizioso a che alla fine fa male a tutti. È la base di tanti dei problemi di salute mentale. Ho cercato di mettere la mia paura a servizio di questa storia.
Rivediamo anche qui il personaggio di Giannini.
Le aspettative sono più forti del suo amore. Crede di dover cambiare una persona come vorrebbe lui e le fa malissimo. Nel momento in cui rischia di perderla, là si sgretola e dice: ho fatto una ca*zata. Ma poteva arrivarci prima? No, non ci poteva arrivare prima, perché lui è ingabbiato, come sua moglie, in un'idea di come si dovrebbe essere.
E fuori dal film, nel mondo reale: ci arriveremo mai prima?
Gli artisti non possono… le rivoluzioni culturali vengono suggerite dall'arte, ma poi ci sono le persone che hanno i mezzi per metterle in pratica. Se poi queste persone le osteggiano, addirittura le scherniscono, allora non si può far nulla. Il mondo di chi ha un minimo di visibilità è fatto di equilibri, di compenetrazioni e di compromessi. Le persone che raccontano storie sperano che chi ha il potere di attuarle agisca in maniera concreta, partendo dalla miccia che quelle storie accendono.
C'è un tema che da regista hai timore di affrontare?
Vorrei parlare del sesso. Ci sto provando, sto scrivendo qualcosa che ha molto a che fare con l'erotismo. Ci giro intorno, c'è sempre nei miei film, ma mai in maniera dritta. Allo stesso tempo mi fa paura, a volte non mi sento pronto. Sto studiando per affrontare anche quel tipo di cinema.